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La sua eredità risiede nella purezza inconfondibile di quel suono spoglio e drammatico, in grado di attraversare l’evoluzione tecnologica e i mutamenti sociali senza mai alienare la propria radice identitaria, confermando la massima che egli stesso amava ripetere: «Non suonare quello che c’è, suona quello che non c’è».

// di Francesco Cataldo Verrina //

Miles Dewey Davis III nasce il 26 maggio 1926 ad Alton, un centro industriale dell’Illinois adagiato sulle sponde del Mississippi. La sua parabola esistenziale e artistica non si sviluppa entro i confini della marginalità socio-economica che ha contraddistinto molti dei suoi contemporanei, ma all’interno di un alveo borghese, colto e finanziariamente solido. Il nucleo familiare d’origine gioca un ruolo determinante nel modellarne la personalità fiera e l’indipendenza intellettuale. Il padre, Miles Dewey Davis II, è un affermato chirurgo dentista e un proprietario terriero di successo, figura carismatica che trasmette al figlio un profondo senso di dignità e il rifiuto categorico di ogni sottomissione al segregazionismo sistemico dell’epoca. La madre, Cleota Mae Henry, è una donna raffinata, pianista dilettante, il cui gusto estetico orienta inizialmente il giovane Miles verso lo studio del violino, strumento che egli tuttavia rifiuta in favore di una vocazione più viscerale.

Nel 1927 la famiglia si trasferisce a East St. Louis, un contesto urbano segnato da profonde tensioni razziali ma anche da un fervore culturale sotterraneo. È qui che avviene l’incontro fatidico con lo strumento: per il suo tredicesimo compleanno, il padre gli regala una tromba, contravvenendo ai desideri materni. L’educazione musicale formale comincia sotto la guida di Elwood Buchanan, un insegnante locale che esercita un’influenza cruciale sul futuro stile del musicista. In un’epoca in cui il gusto dominante imponeva l’uso di un vibrato marcato e ridondante, Buchanan esorta il giovane allievo a ricercare un suono limpido, spoglio, privo di oscillazioni superflue. Questo rigoroso magistero tecnico ed estetico getta le basi per quella purezza timbrica, quasi asettica e intimista, che diverrà il tratto distintivo della sua intera produzione. Ancora adolescente, Davis s’inserisce nel circuito delle orchestre locali, dimostrando una precoce maturità professionale nella formazione di Oliver Jones e, successivamente, nei Blue Devils. L’episodio che devia irreversibilmente il corso della sua esistenza si verifica nel 1944, quando la celebre orchestra di Billy Eckstine fa tappa a St. Louis. Tra le file di quella compagine militano i due profeti della rivoluzione estetica del bebop: il sassofonista Charlie «Bird» Parker e il trombettista Dizzy Gillespie. Chiamato a sostituire temporaneamente un musicista ammalato, il diciottenne Miles si ritrova proiettato sul palcoscenico al fianco dei suoi idoli. Questa breve ma folgorante esperienza agisce come un catalizzatore, ingenerando in lui una vera e propria ossessione intellettuale e artistica.

Consapevole che i confini della provincia limitano il suo sviluppo, Davis convince il padre a finanziare il suo trasferimento sulla costa orientale. Il pretesto formale è accademico: l’iscrizione alla prestigiosa Institute of Musical Art di New York, l’istituzione che poco dopo assumerà il nome di Juilliard School. Nell’autunno del 1944, il giovane trombettista fa il suo ingresso nella metropoli newyorkese. Sebbene di giorno frequenti le aule della Juilliard, applicandosi sullo studio della teoria musicale classica, del solfeggio e del repertorio sinfonico europeo, il vero baricentro dei suoi interessi si sposta immediatamente verso i club della Cinquantaduesima Strada. L’ambizione accademica si rivela ben presto uno schermo protettivo per legittimare la sua permanenza a New York, mentre l’obiettivo reale, perseguito con metodica ostinazione fin dalle prime notti metropolitane, resta la ricerca febbrile di Charlie Parker e Dizzy Gillespie nei fumosi locali di Harlem e della Swing Street. L’autunno newyorkese del 1944 consuma rapidamente il dualismo tra l’istituzione accademica e la realtà sotterranea dei club. La frequentazione della Juilliard School rivela ben presto i suoi limiti strutturali agli occhi di Davis. Non si tratta di un rifiuto della disciplina teorica, che il giovane trombettista assimila con profitto studiando il contrappunto e l’armonia impressionista europea, ma dell’inconciliabilità tra l’approccio eurocentrico dell’istituto e la rivoluzione estetica che si sta compiendo a Harlem. L’accademia esclude la cultura afroamericana e relega i musicisti neri a un ruolo subalterno, mentre nei locali della Cinquantaduesima Strada e al Minton’s Playhouse si sta codificando il linguaggio della modernità musicale.

L’incontro decisivo con Charlie Parker, rintracciato dopo una ricerca metodica, segna la fine dell’esperienza scolastica. Nel 1945, Davis prende una stanza d’albergo insieme al sassofonista, subentrando formalmente come trombettista stabile nel suo quintetto al posto di Dizzy Gillespie. Questa coabitazione offre al giovane musicista un osservatorio privilegiato sul genio improvvisativo di Parker, ma lo proietta anche all’interno di un contesto privato devastato dalla dipendenza da eroina del sassofonista. Il contrasto tra l’estrazione borghese, rigorosa e salutista di Davis e lo stile di vita autodistruttivo di «Bird» genera una tensione costante, che tuttavia non mina l’intesa artistica sul palcoscenico. Il sodalizio culmina nelle storiche sedute di registrazione per l’etichetta Savoy nel novembre del 1945. In brani come «Now’s the Time» e «Billie’s Bounce», Davis si trova a dover definire la propria identità esecutiva all’interno del canone bebop. Consapevole di non possedere la prodigiosa velocità d’esecuzione né l’estensione nel registro acuto tipiche di Gillespie, il trombettista opera una scelta sottrattiva consapevole. Laddove Dizzy accumula note a velocità vertiginosa, Miles risponde con un fraseggio più lineare, lirico e calibrato, valorizzando lo spazio e il silenzio. Questa iniziale limitazione tecnica, affrontata con rigore intellettuale, si trasforma nel nucleo generativo del suo stile futuro, segnando il definitivo distacco dall’estetica del virtuosismo fine a se stesso per abbracciare una narrazione musicale essenziale e drammatica. Il Sodalizio con Parker e l’abbandono della Juilliard Il biennio successivo alle prime registrazioni del 1945 esaspera le latenti incompatibilità strutturali tra Miles Davis e Charlie Parker, conducendo il quintetto verso una inevitabile e traumatica dissoluzione nell’autunno del 1948. Il sodalizio artistico, pur fecondo sul piano della codificazione formale del bebop, viene progressivamente eroso da una duplice crisi: la totale asimmetria nella gestione economica dei proventi e il deterioramento psichico indotto dalla tossicodipendenza.

Dal punto di vista finanziario, la gestione dei contratti e delle paghe è interamente accentrata nelle mani di Parker, il quale tuttavia canalizza i magri compensi dei club verso il mercato clandestino degli stupefacenti. Davis, abituato dal rigore paterno a una rigorosa etica del lavoro ed a una precisa contabilità, si ritrova regolarmente privato della propria quota di ingaggio. Questa condotta non solo genera una profonda frustrazione materiale, ma lede l’orgoglio del trombettista, che percepisce la sregolatezza del leader come una mancanza di rispetto professionale e umano verso i membri della band. Sul piano psicologico, l’atmosfera all’interno della formazione si fa insostenibile. Parker manifesta una crescente instabilità emotiva, oscillando tra momenti di lucida preveggenza musicale e abissali crisi d’astinenza che ne compromettono la puntualità e l’affidabilità sul palco. Davis si fa carico dell’onere di guidare di fatto il gruppo, compensando le frequenti assenze o i collassi fisici del sassofonista. Questo ribaltamento dei ruoli, in cui l’allievo si trova a dover fare da tutore al maestro, genera un profondo logorio nervoso. Il giovane trombettista rifiuta categoricamente di farsi trascinare nel baratro della dipendenza, preservando una lucidità che acuisce la sua intolleranza verso i comportamenti di «Bird». La frattura definitiva si consuma durante una serie di ingaggi al Three Deuces di New York. Di fronte all’ennesimo episodio di inadempienza finanziaria e all’impossibilità di tollerare ulteriormente l’umiliazione di dover mendicare il proprio salario, Davis rassegna le dimissioni. Questa separazione non rappresenta soltanto l’atto di emancipazione da una leadership artistica divenuta soffocante, ma costituisce il trauma psicologico che spinge Davis a ricercare un’autonomia espressiva totale. Libero dal vincolo del bebop ortodosso di Parker, il trombettista si rivolgerà a una nuova cerchia di intellettuali e arrangiatori, gettando le basi per il superamento dell’estetica imperante fino a quel momento.

L’abbandono del quintetto di Charlie Parker nell’autunno del 1948 non determina per Miles Davis una ritirata, quanto l’ingresso in una fase di feconda incubazione intellettuale. Il baricentro di questa transizione estetica diviene una minuscola e spoglia stanza seminterrata situata sulla Cinquantacinquesima Strada a New York, a breve distanza dai rinomati club dell’omonima strada. Il retrobottega dell’appartamento dell’arrangiatore canadese Gil Evans, un luogo privo di comfort, è destinato a trasformarsi nel laboratorio teorico di una vera e propria rivoluzione musicale. In questo spazio si raduna una cerchia eterogenea di giovani musicisti e teorici, tra cui spiccano i sassofonisti Gerry Mulligan e Lee Konitz, il pianista John Lewis e il compositore John Carisi. Sotto la catalizzazione di Evans, il cenacolo si propone di superare la frenesia esecutiva e le strutture armoniche oramai standardizzate del bebop. L’obiettivo è l’introduzione di una sensibilità orchestrale complessa all’interno di un piccolo organico, mediando la libertà improvvisativa del jazz con il rigore formale e le sottigliezze cromatiche della musica colta europea del primo Novecento, in particolare Debussy, Ravel e Stravinskij. Per Davis, tale ambiente rappresenta il perfetto correlativo oggettivo delle sue intuizioni: un luogo dove il silenzio, il colore timbrico e la precisione geometrica dell’arrangiamento prevalgono sul virtuosismo solistico. Contemporaneamente, l’allontanamento dall’ombra protettiva e ingombrante di Parker espone il trombettista al giudizio della critica specialistica dell’epoca, la quale accoglie la sua emancipazione con un misto di perplessità e cauto sperimentalismo. Le riviste di settore, su tutte DownBeat e Metronome, faticano inizialmente a decodificare la nuova traiettoria di Davis. Abituati al magistero tecnico di Dizzy Gillespie, molti recensori interpretano la linearità del fraseggio di Miles, il suo procedere per sottrazione e il rifiuto delle fioriture nel registro acuto non come una scelta estetica deliberata, ma piuttosto quale sintomo di una parziale limitazione tecnica o di una carenza di vigore espressivo. Tuttavia, una parte più avveduta della critica comincia a cogliere l’originalità di quel suono controllato, quasi algido ma interiormente fecondo, definendolo come una boccata d’aria fresca rispetto alla saturazione formale del bebop ortodosso. La transizione, sospesa tra le speculazioni teoriche del retrobottega di Evans e l’esitazione dei cronisti musicali, prepara il terreno per la nascita di una formazione a nonetto e per le storiche registrazioni che la storiografia successiva codificherà sotto il titolo di «Birth of the Cool».

L’audacia teorica espressa nel cenacolo di Gil Evans e formalizzata nelle sessioni del nonetto tra il 1949 e il 1950 non si traduce, nell’immediato, in un successo economico o professionale. Al contrario, il contrasto tra l’altissimo valore speculativo della nuova musica e la fredda risposta del mercato discografico e dei club dell’epoca getta Miles Davis in uno stato di profonda prostrazione psicologica. Il Royal Roost, lo storico locale newyorkese che ospita le rarissime esibizioni dal vivo del nonetto, registra una preoccupante diserzione da parte del pubblico, ancora assuefatto alla febbrile cinetica del bebop o alle rassicuranti cadenze dello swing. La Capitol Records, dal canto suo, interrompe anzitempo il rapporto contrattuale, giudicando la proposta commerciale priva di sbocchi redditizi. Questo scacco professionale agisce da detonatore su una psiche già logorata dalle fatiche degli anni precedenti. Davis si ritrova improvvisamente privo di una stabilità finanziaria e di una collocazione definita all’interno della geografia musicale metropolitana. La frustrazione per la mancata comprensione della sua svolta estetica si somma a un profondo senso di alienazione. Nell’estate del 1949, il trombettista compie un viaggio a Parigi per partecipare al Festival Internazionale del Jazz. Nella capitale francese, Davis sperimenta una condizione inedita: viene accolto come un intellettuale di rango, frequenta l’esistenzialismo della Rive Gauche, stringe una memorabile relazione con l’attrice e cantante Juliette Gréco e sperimenta, per la prima volta, un contesto sociale privo della opprimente segregazione razziale statunitense. Il ritorno a New York, nell’autunno dello stesso anno, assume i contorni di un violento trauma psicologico. Il brutale impatto con la realtà del razzismo sistemico americano e il subitaneo ritorno alla precarietà lavorativa innescano una grave crisi depressiva. È in questo preciso punto di faglia esistenziale che si insinua il consumo di stupefacenti. Se fino a quel momento Davis aveva ostentato un severo disprezzo per la tossicodipendenza che devastava i suoi colleghi – primo fra tutti Charlie Parker -, la vulnerabilità emotiva del momento ne abbatte le difese morali. L’oppiaceo cessa di essere un tabù e si trasforma in un anestetico contro il senso di fallimento e l’angoscia del quotidiano.

Nei primi anni Cinquanta, la dipendenza si radicalizza, trasformando completamente il profilo umano e professionale del musicista. Il giovane borghese elegante, puntualissimo e intransigente cede il passo a una figura erratica, costretta a impegnare la propria tromba nei banchi dei pegni e a ricorrere a espedienti illegali per finanziare il proprio bisogno quotidiano. Le registrazioni di questo periodo, sebbene storicamente preziose, testimoniano una dolorosa discontinuità esecutiva, segnata da un isolamento artistico che sembrava presagire il definitivo tramonto della sua parabola, prima della successiva e faticosa catarsi. Il biennio compreso tra il 1951 e il 1953 segna il nadir dell’esistenza di Miles Davis, ridotto a una condizione di spossessamento materiale e creativo che rischia di comprometterne definitivamente la sopravvivenza. Consapevole dell’imminente e irreversibile declino, il trombettista matura nei primi mesi del 1954 una decisione radicale: recidere ogni legame con la perversa rete di approvvigionamento newyorkese e fare ritorno nel natio Illinois. Il rientro a East St. Louis non si configura come una sottomissione alla sconfitta, ma come un lucido e disperato atto di autoisolamento terapeutico, un confino volontario teso a intraprendere una disintossicazione forzata senza l’ausilio di supporti medici moderni. Il teatro di questa drammatica catarsi è la fattoria paterna. Miles Dewey Davis II accoglie il figlio non con indulgenza, ma con quel severo e inflessibile rigore che ne aveva sempre contraddistinto l’insegnamento educativo. Il giovane musicista si rinchiude in una stanza per un periodo di circa due settimane, affrontando i tormenti fisici e psichici della sindrome da astinenza da oppiacei, processo comunemente gergato come cold turkey. In quel perimetro ristretto, Davis sperimenta il collasso del proprio organismo, i tremori, le allucinazioni e l’angoscia della deprivazione, sostenuto unicamente da una ferrea determinazione e dalla sorveglianza discreta ma inflessibile del padre, pronto a fargli terra bruciata intorno per impedire qualsiasi contatto con l’esterno. Questo superamento del dolore fisico si trasforma in un profondo spartiacque psicologico. Davis riemerge dall’abisso della dipendenza con una ridefinita e quasi feroce consapevolezza di sé. L’uomo che farà ritorno sulla scena musicale non sarà più il fragile giovane vulnerabile alle pressioni dell’ambiente metropolitano, ma un artista temprato, caratterizzato da un’intransigenza professionale e da un distacco emotivo che rasenteranno spesso la misantropia. La purificazione del corpo si riflette immediatamente sulla rigenerazione del suo linguaggio sonoro: la tromba perde ogni residua esitazione tecnica legata al logorio della droga, acquistando una penetrante nitidezza, una fermezza di emissione e una densità drammatica fino ad allora inespresse. Il 1954 diviene così l’anno della resurrezione artistica. Libero dal giogo della dipendenza, Davis sigla un sodalizio fondamentale con l’etichetta Prestige Records, partecipando a storiche sessioni di registrazione che ridescriveranno i canoni del jazz moderno. È il preludio alla nascita dell’hard bop e alla costituzione del suo storico primo grande quintetto, eventi che ne sanciranno il definitivo trionfo critico e commerciale sul palcoscenico internazionale.

La ricostruzione storiografica della rinascita di Miles Davis non può prescindere dall’analisi del complesso vincolo contrattuale che lo legò alla Prestige Records di Bob Weinstock nei primi anni Cinquanta. Il sodalizio discografico, lungi dal nascere da una serena pianificazione artistica, si conformò inizialmente come un mero strumento di sussistenza e di estinzione dei debiti accumulati durante gli anni della tossicodipendenza. Per finanziare il proprio bisogno quotidiano di stupefacenti e soddisfare i creditori del mercato clandestino, il trombettista aveva infatti sottoscritto un contratto dai termini economici fortemente penalizzanti, che lo costringeva a sessioni di registrazione frenetiche in cambio di anticipi in contanti immediati ma esigui. Questo stato di necessità finanziaria impose un modus operandi basato sull’urgenza esecutiva. Le sessioni per la Prestige venivano organizzate con scarsi margini di prova, costringendo i musicisti a registrare brani standard del repertorio jazzistico o composizioni autografe abbozzate all’ultimo momento, spesso risolte al primo o al secondo nastro di incisione. Tuttavia, ciò che sulla carta si prospettava come un limite strutturale – la mancanza di una sofisticata produzione in studio – si tradusse, grazie al rigore intellettuale di Davis, in un elemento di notevole autenticità estetica. L’urgenza del riscatto economico si tese in una tensione creativa che catturò la vibrante immediatezza dell’improvvisazione pura, priva di mediazioni o di artifici formali. Le incisioni realizzate in questo alveo tra il 1951 e il 1954, nonostante la drammaticità del contesto personale, documentano la progressiva maturazione del linguaggio di Davis verso l’hard bop. Album come «Miles Davis Volume 1» e «Volume 2» o le celebri sessioni del 1954 con Horace Silver, Percy Heath e Kenny Clarke tracciano la via per il superamento delle secche del bebop. Invece di cedere alla sciatteria esecutiva, che il bisogno di denaro avrebbe potuto indurre, Davis utilizzò lo studio di registrazione come un banco di prova per purificare il proprio stile, imponendo una direzione musicale più radicata nel blues, caratterizzata da tempi medi e da una robusta incisività ritmica che contrastava con l’algida compostezza del cool jazz.

Il paradosso storico del periodo Prestige risiede dunque nella metamorfosi del debito in valore artistico. Quello che era nato come un obbligo asfissiante per pagare i costi della degradazione fisica divenne la piattaforma formale su cui Davis edificò la propria autorevolezza di bandleader. Una volta completata la disintossicazione a East St. Louis, il trombettista onorerà gli ultimi impegni con Weinstock con una serie di storiche maratone di registrazione nel 1956, lasciando alla Prestige un corpus di opere monumentale prima di approdare alla major Columbia Records. Il compimento della parabola catartica di Miles Davis, avviata con il riscatto dai debiti della Prestige, trova la sua massima espressione formale ed estetica nella primavera del 1959. Il 2 marzo e il 22 aprile di quell’anno, presso gli studi della Columbia Records sulla trentesima strada a New York – una ex chiesa ortodossa russa rinomata per le sue eccezionali proprietà acustiche -, il trombettista guida il suo sestetto nella registrazione di «Kind of Blue». L’opera non si prospettava semplicemente come un vertice discografico nella storia della musica afroamericana, ma quale rivoluzione epistemologica atta a scardinare i fondamenti stessi della composizione e dell’improvvisazione jazzistica fino ad allora dominanti. Il nucleo teorico del disco risiede nel definitivo superamento del sistema armonico del bebop e dell’hard bop, caratterizzato da progressioni di accordi fitte, frenetiche e vincolanti. Davis, fortemente influenzato dalle tesi esposte dal teorico George Russell nel trattato «The Lydian Chromatic Concept of Tonal Organization», decide di sostituire le tradizionali sequenze accordali con le scale modali, di derivazione greca e medievale. Il radicale mutamento strutturale sottrae al solista l’obbligo di inseguire continui cambi di accordo, offrendogli invece un singolo impianto scalare su cui improvvisare per uno spazio temporale esteso. L’armonia si fa statica, orizzontale, dilatata; l’improvvisatore non è più costretto a una ginnastica tecnica verticale, ma viene restituito alla pura libertà lineare e melodica, dove ogni singola nota acquista un peso drammatico specifico.

Per tradurre in atto questa intuizione speculativa, Davis raduna una compagine esecutiva formata da personalità artistiche monumentali e tra loro dialettiche: John Coltrane al sassofono tenore, Cannonball Adderley al sassofono contralto, Paul Chambers al contrabbasso, Jimmy Cobb alla batteria e Bill Evans al pianoforte (con Wynton Kelly che lo sostituirà in «Freddie Freeloader»). Il ruolo di Bill Evans si rivela cruciale: sapiente conoscitore della tradizione eurodotta, da Debussy a Ravel, il pianista apporta una sensibilità timbrica impressionista, rarefatta e malinconica, che diviene la filigrana estetica dell’intero album. Il contrasto tra il lirismo introspettivo di Evans, il misticismo geometrico e torrenziale di Coltrane e il calore blues di Adderley genera un perfetto equilibrio di tensioni opposte. Coerentemente con la ricerca di un’assoluta immediatezza espressiva, Davis adotta in studio una strategia metodologica rigorosa: i musicisti non ricevono partiture complete, bensì semplici schizzi melodici e indicazioni scalari, consegnati poche ore prima dell’inizio della sessione. Il leader esige il rifiuto della memoria muscolare e dei cliché esecutivi; la musica deve nascere nel momento stesso della sua emissione fonica. Componimenti epocali come «So What» o «Flamenco Sketches» vengono così fissati sul nastro magnetico quasi interamente al primo colpo, catturando la vibrante freschezza dell’intuizione pura. «Kind of Blue» s’impone immediatamente alla critica e alla storia come il manifesto assoluto della modernità jazzistica, un’opera in cui la forza del silenzio e la purezza della linea melodica superano definitivamente la retorica del virtuosismo. Il conseguimento della perfezione formale con «Kind of Blue» nel 1959 non placa lo spirito di Miles Davis; al contrario, ne acuisce l’inquietudine speculativa. La storiografia musicale descrive il decennio successivo come un periodo di febbrile transizione, una lunga serie di manovre estetiche volte a eludere il pericolo della sclerosi stilistica e della museificazione del jazz. Davis avverte con precoce lucidità che il canone modale e le raffinate architetture orchestrali co-firmate con Gil Evans rischiano di trasformarsi in una gabbia dorata. La spinta eversiva della cultura afroamericana si sta progressivamente spostando altrove: da un lato verso le radicali e sregolate libertà del free jazz di Ornette Coleman – che Miles guarda con iniziale scetticismo tecnico ma profonda apprensione intellettuale -, dall’altro verso le nuove, travolgenti pulsioni ritmiche del funk e del rock che conquistano le giovani generazioni delle metropoli.

Miles Davis

La prima strategia di risposta a questo stallo si concretizza a metà degli anni Sessanta con la costituzione del suo Secondo Grande Quintetto, un superbo organico che allinea Wayne Shorter al sassofono tenore, Herbie Hancock al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso e il giovanissimo Tony Williams alla batteria. Questa formazione opera su un crinale di straordinario equilibrio, comunemente definito post-bop, in cui le strutture tradizionali vengono elasticizzate fino al punto di rottura attraverso una interazione esecutiva quasi telepatica. Album come «E.S.P.» (1965) o «Nefertiti» (1968) mostrano un quintetto incline a decostruire il tempo e lo spazio musicale; eppure, per la mente tesa di Davis, questa sofisticata astrazione acustica rappresenta ancora un vicolo cieco strutturale, una formula che rischia di alienare il pubblico nero e di recidere i legami con la contemporaneità urbana. La vera e propria mutazione antropologica e sonora avviene tra il 1967 e il 1968, spinta da stimoli sia privati sia culturali. Un ruolo di catalizzatore extratesto spetta alla modella e cantante Betty Mabry, che Davis sposa nel 1968; la giovane donna avvicina il trombettista all’ascolto sistematico delle lisergiche innovazioni chitarristiche di Jimi Hendrix e alle ipnotiche e iterative scansioni ritmiche di Sly & the Family Stone e James Brown. Davis ne rimane folgorato: comprende che il baricentro della modernità si è spostato dalla complessità armonica europea alla densità timbrica e alla visceralità del groove. Ha inizio la transizione verso la fase elettrica. Con metodica spietatezza, Davis impone ai suoi musicisti l’abbandono degli strumenti acustici: Hancock e il subentrante Chick Corea vengono spinti verso il pianoforte elettrico Fender Rhodes, Ron Carter cede il passo al basso elettrico di Dave Holland, mentre l’arsenale sonoro si arricchisce della chitarra amplificata del britannico John McLaughlin.

Il primo compiuto manifesto di tale metamorfosi risponde al nome di «In a Silent Way», registrato in una sola giornata il 18 febbraio 1969. L’album sancisce un capolavoro di paradossale radicalismo: è il disco che codifica la nascita del jazz-rock fusion, ma lo fa attraverso un’estetica della sottrazione e della quiete che flirta con l’ambient e la psicodelfia più profonda. La vera rivoluzione di «In a Silent Way» non risiede soltanto nell’adozione dell’elettricità, ma nella ridefinizione dello statuto stesso di composizione e nell’inedito ruolo assunto dallo studio di registrazione. Davis e i suoi musicisti si abbandonano a lunghe ed estese improvvisazioni collettive basate su esili frammenti melodici – come il tema eponimo scritto da Joe Zawinul – fluttuando sopra un tappeto ipnotico generato da ben tre tastiere elettriche simultanee. Il materiale grezzo così registrato viene successivamente preso in consegna da Davis e dal produttore Teo Macero, i quali operano una certosina opera di montaggio e post-produzione, mutuata dalle tecniche della musica d’avanguardia europea e del rock. Attraverso tagli, suture, loop e ripetizioni strutturali, Macero conferisce ai brani una forma circolare e monumentale (si pensi alla suite «Shhh/Peaceful»). La tromba di Davis si leva su questo mare elettrico con il consueto lirismo, ma il suono appare calato in una dimensione ultraterrena, priva di categorie di genere. Al momento della pubblicazione, l’album spacca la critica specialistica, generando accuse di «imbastardimento commerciale» da parte dei puristi; eppure, proprio attraverso quel silenzio elettrico e guardingo, Davis ha appena varcato la soglia di un territorio inesplorato, ponendo le premesse per il definitivo sconvolgimento formale che di lì a pochi mesi prenderà il nome di «Bitches Brew» Se «In a Silent Way» aveva rappresentato una transizione guardinga e rarefatta verso l’universo elettrico, «Bitches Brew» – registrato nell’agosto del 1969 e pubblicato nell’aprile del 1970 – si abbatte sul panorama musicale internazionale come un cataclisma estetico ed antropologico. L’opera, un ridondante doppio album, formalizza la nascita del jazz-rock fusion non più come un ibrido sperimentale, ma quale linguaggio autonomo, viscerale e radicale. Miles Davis compie il definitivo strappo con la tradizione del jazz da camera, immergendo il proprio suono in un magma sonoro primordiale, psichedelico e metropolitano.

Dal punto di vista organico e strutturale, «Bitches Brew» si attesta come un laboratorio di opulenza timbrica e poliritmia. Davis raduna in studio una formazione allargata, un collettivo che espande a dismisura la sezione ritmica: convivono simultaneamente due o tre tastiere elettriche (affidate a Chick Corea, Joe Zawinul e Larry Young), due contrabbassi (Dave Holland e Harvey Brooks, quest’ultimo al basso elettrico), due o tre batteristi (Jack DeJohnette, Lenny White, Don Alias) e il percussionista Juma Santos, a cui si aggiungono la chitarra saettante di John McLaughlin e il clarinetto basso di Bennie Maupin. Quest’ultimo strumento, con il suo timbro scuro e legnoso, conferisce all’opera un’aura fonica quasi ancestrale. La musica non si dispensa secondo i canoni della scrittura ortodossa, ma sorge da sessioni di improvvisazione collettiva guidate da Davis tramite cenni e indicazioni estemporanee. Il materiale grezzo viene poi sottoposto a un’operazione di chirurgia sonora ancora più radicale rispetto al passato: il produttore Teo Macero, in totale simbiosi intellettuale con il trombettista, seziona i nastri analogici, applicando riverberi, eco a nastro (come il tape delay sulla tromba di Miles nella traccia eponima) ed effettuando montaggi macroscopici. Brani come «Pharaoh’s Dance» o «Bitches Brew» sono il risultato di decine di micro-frammenti cuciti insieme in post-produzione. Il risultato è una suite d’avanguardia fluviale, dove il ritmo ipnotico e iterativo del funk si sposa con la libertà atonale e la stratificazione cromatica della musica contemporanea. La tromba di Davis non costituisce più il centro solistico assoluto, ma una voce sciamanica che emerge e s’inabissa in un oceano elettrico.

La pubblicazione dell’album spacca la critica specialistica e la comunità dei musicisti in due fazioni inconciliabili, provocando uno scisma storiografico i cui echi risuonano ancora oggi. La fazione dei puristi e il dissenso conservatore: I critici più tradizionalisti, capitanati da figure storiche della saggistica jazz come Stanley Crouch e, successivamente, dal punto di vista teorico, dal giovane trombettista Wynton Marsalis, accolgono «Bitches Brew» con aperta ostilità e sdegno intellettuale. L’opera viene liquidata come un «tradimento» della purezza acustica e della dignità artistica del jazz, una capitolazione commerciale di fronte alle logiche di mercato del rock bianco e delle grandi arene giovanili. La destrutturazione dello swing in favore del groove funk-rock viene interpretata come una volgarizzazione tecnica, e l’uso dell’elettronica alla stregua di un espediente per mascherare una presunta sterilità inventiva. L’entusiasmo della critica d’avanguardia: Di contro, una parte rilevante della critica – in particolare le riviste di settore come DownBeat (che assegna all’album il premio di disco dell’anno) e le neonate testate del giornalismo rock e controculturale come Rolling Stone – saluta l’album come un capolavoro profetico. Questi recensori colgono l’imponenza dell’operazione di Davis: l’aver sottratto il jazz al rischio dell’accademismo borghese per riconnetterlo con l’urgenza espressiva e politica delle strade americane di fine anni Sessanta, segnate dalle proteste per il Vietnam e dalle rivendicazioni del movimento Black Power. «Bitches Brew» si rivela anche un clamoroso e inaspettato trionfo commerciale, il primo disco d’oro nella carriera di Davis. L’opera non solo proietta il trombettista sui palcoscenici di epocali festival rock come l’Isola di Wight, ma ridefinisce lo statuto stesso della musica contemporanea, dimostrando che il rigore speculativo può sposarsi con l’energia più viscerale del corpo e del ritmo.

Il quinquennio successivo alla pubblicazione di «Bitches Brew» esaspera la tensione elettrica e performativa di Miles Davis, conducendo l’artista verso un punto di rottura totale, sia estetico sia esistenziale. Tra il 1970 e il 1975, il trombettista radicalizza la propria proposta sonora con album come «Jack Johnson» (1971), «On the Corner» (1972) – opera ferocemente disprezzata dalla critica dell’epoca per il suo sfacciato oltraggio urbano e la sua densità ritmica pre-hip hop – e i live abrasivi «Agharta» e «Pangaea» (1975). La musica si fa densa, satura, una colata magmatica di funk psichedelico in cui la tromba, filtrata dal pedale wah-wah, urla la frustrazione di un artista in perenne guerra con il proprio tempo. Nel 1975, logorato da un quadro clinico devastante – una grave forma di osteonecrosi dell’anca, ulcere, polmoniti e il ritorno oppressivo della dipendenza da cocaina ed eroina -, Davis si ritira improvvisamente dalle scene. Questo periodo di totale oscurità, durato cinque anni, si delinea come un vuoto pneumatico nella storia della musica contemporanea. Recluso nella sua dimora nell’Upper West Side di New York, con le finestre sbarrate e lo strumento sigillato nella custodia, Davis vive come un fantasma, alienato dal mondo e convinto di aver esaurito la propria spinta profetica. La faticosa rinascita si compie nel 1981 con l’album «The Man With The Horn», seguito da una memorabile esibizione al Kool Jazz Festival di New York. Il Davis degli anni Ottanta appare un uomo profondamente mutato: ha abbandonato le velleità eversive del jazz elettrico più radicale per sintonizzarsi sui codici del pop contemporaneo, del funk plastificato di Minneapolis e della nascente cultura di MTV. Siffatta scelta disorienta nuovamente la critica ortodossa, la quale accusa il musicista di un definitivo e rassegnato disimpegno intellettuale. Tuttavia, il processo di transizione formale non è ancora compiuto.

La svolta decisiva del decennio si verifica nel 1985. Dopo trent’anni di sodalizio storico con la Columbia Records, Davis rompe polemicamente il contratto con la major, lamentando una mancanza di investimenti promozionali rispetto alle star del pop e l’ottusità dei dirigenti dinanzi alle sue nuove intuizioni. Il trombettista firma per la Warner Bros. Records, una mossa che gli garantirà una totale libertà d’azione e l’accesso alle più sofisticate tecnologie digitali del periodo. Il primo compiuto manifesto di questa nuova era è «Tutu», registrato nel 1986. L’opera prende il nome dall’arcivescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu, figura simbolo della lotta contro l’Apartheid, a testimonianza di come l’impegno civile e la fierezza identitaria di Davis non si fossero mai assopiti. Se «Bitches Brew» era stato il trionfo dell’improvvisazione collettiva e del montaggio analogico, «Tutu» si colloca all’esatto opposto morfologico, essendo un album interamente costruito in studio attraverso le tecnologie del campionamento, della programmazione dei sintetizzatori e delle drum machine. Il vero artefice dell’impalcatura sonora del disco è il polistrumentista e arrangiatore Marcus Miller, allora ventiseienne. Miller compone quasi tutti i brani, suona il basso elettrico, i sintetizzatori e i legni, confezionando un sofisticato tappeto sonoro di matrice electro-funk, algido, geometrico e patinato, perfettamente allineato all’estetica sintetica degli anni Ottanta. Su questa trama tecnologica iper-programmata, Davis interviene in un secondo momento, sovraincidendo le sue linee di tromba. La reazione della critica di fronte a «Tutu» riproduce, con dinamiche speculari, lo scisma del 1970. La critica jazz più purista accoglie l’album con aperta derisione, considerandolo il punto più basso della sua parabola artistica. L’album viene liquidata come un prodotto pop industriale, commerciale e privo di spessore jazzistico, in cui l’improvvisazione risulta ridotta al minimo e la tromba di Davis appare quasi intrappolata e soffocata dal determinismo delle macchine digitali e dei sequencer. Di contro, la critica più avveduta e il pubblico internazionale ne colgono il valore profetico nell’ambito della nascente estetica post-moderna. «Tutu» dimostra come il suono di Davis — ormai iconico, graffiante, immediatamente riconoscibile grazie all’uso magistrale della sordina Harmon — possieda una tale forza carismatica da poter dominare qualunque contesto tecnologico. Nonostante la rigidità dei sintetizzatori, la tromba di Miles introduce un lirismo dolente, una drammaticità urbana e una spazialità che nobilitano l’artificio digitale. L’album si rivela un clamoroso successo commerciale e frutta a Davis un Grammy Award nel 1987, consacrandolo non più soltanto come un patriarca del jazz, quanto come una leggenda vivente della cultura pop globale, capace di cavalcare l’elettricità prima e il silicio poi, senza mai smarrire la propria inconfondibile identità fonica.

Il successo globale di «Tutu» colloca Miles Davis, nella seconda metà degli anni Ottanta, in una dimensione che trascende i confini della storiografia musicale per farne un’icona della cultura di massa transnazionale. Il trombettista, ormai ultrasessantenne e dal fisico visibilmente segnato dalle croniche sofferenze ossee e immunitarie, vive quest’ultimo lustro esistenziale con una febbrile urgenza espressiva. Lontano dal placarsi nell’agiografia del mito vivente, Davis continua a professare una radicale ostilità verso la nostalgia, rifiutando metodicamente di guardarsi indietro e interpretando la pittura e le arti visive – cui si dedica con foga espressionista – come un prolungamento cromatico del proprio linguaggio sonoro. Il percorso discografico ufficiale di questo periodo si snoda lungo produzioni che esasperano la formula del pop-funk sintetico, come «Amandla» (1989), dove la ricerca di un groove sofisticato ed elegante si avvale ancora del sodalizio strategico con Marcus Miller. Tuttavia, l’intuizione più profetica degli ultimi anni risiede nella fascinazione che Davis sviluppa per la nascente cultura hip hop delle metropoli americane. Il trombettista scorge in questo genere la medesima urgenza sociale, la stessa sfrontatezza formale e la medesima spinta eversiva che avevano caratterizzato il bebop e l’hard bop quaranta anni prima. Nasce così la genesi di «Doo-Bop», album registrato nel 1991 in stretta collaborazione con il produttore e pioniere del genere Easy Mo Bee. Il disco, che fonde il fraseggio della tromba con basi ritmiche campionate, loop e interventi rap, rimarrà incompiuta a causa della morte dell’artista e verrà pubblicata postuma nel 1992. Nonostante i limiti di una forma frammentaria, il progetto testimonia come Davis, fino alle sue ultime sessioni in studio, abbia pervicacemente perseguito il superamento delle barriere di genere, anticipando di fatto l’estetica dell’acid jazz e dell’hip hop strumentale degli anni a venire.

Il rigidissimo dogma del rifiuto del passato cede a un’unica, monumentale eccezione nel luglio del 1991, poche settimane prima della fine. Convinto dall’amico e produttore Quincy Jones, Davis accetta di salire sul palcoscenico del Montreux Jazz Festival per eseguire nuovamente, dopo oltre tre decenni, gli storici arrangiamenti orchestrali scritti per lui da Gil Evans alla fine degli anni Cinquanta. L’evento assume i contorni di una solenne e struggente cerimonia di congedo: un Davis visibilmente debole, coadiuvato dal giovane trombettista Wallace Roney per le parti più impervie, dialoga con l’orchestra rievocando le geometrie rarefatte di «Miles Ahead», «Porgy and Bess» e «Sketches of Spain». La storica retrospettiva non fu una capitolazione al nostalgismo, ma la chiusura di un cerchio formale, l’accettazione consapevole della propria eredità storica dinanzi alla comunità internazionale. Il 28 settembre 1991, presso il St. John’s Hospital di Santa Monica in California, Miles Davis si spegne all’età di sessantacinque anni, stroncato dalle complicanze di un ictus e di una polmonite. Con la sua scomparsa, il Novecento musicale perse non soltanto uno dei suoi più celebrati interpreti, ma l’architetto stesso della propria modernità. La sua eredità risiede nella purezza inconfondibile di quel suono spoglio e drammatico, in grado di attraversare l’evoluzione tecnologica e i mutamenti sociali senza mai alienare la propria radice identitaria, confermando la massima che egli stesso amava ripetere: «Non suonare quello che c’è, suona quello che non c’è».

Miles Davis

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