«UP!» del Modern Times Ensemble: costruzione modulare e sensibilità timbrica in una visione transnazionale (Alfa Music, 2026)
«UP!» si sostanzia come un lavoro di solida formazione compositiva e di consapevole apertura linguistica, nel quale convergono rigore costruttivo, sensibilità timbrica e una visione produttiva lucidamente orientata.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«UP!» del Modern Times Ensemble, sotto la direzione del chitarrista e compositore Paolo Montrone, s’impone quale esito maturo di un percorso già delineato in «Connections», ma qui condotto verso un assetto linguistico più ampio e consapevole. La progettualità non si limita ad ampliare il perimetro espressivo, ma riorganizza l’intero impianto compositivo secondo una logica strutturale più salda, nella quale scrittura, produzione e visione timbrica convergono in un disegno unitario. L’apporto di figure di primo piano della scena internazionale – Mike Mainieri, Allen Hinds, Travis Carlton, Donald Barrett, Matt Rohde, Jimmy Bralower e Paul Booth – non assume mai carattere ornamentale, ma interviene in qualità di elemento catalizzatore, capace di innervare la trama sonora con accenti differenziati e coerenti. A tale costellazione si affiancano Giorgio Alessani, la cui presenza apporta una dimensione narrativa incisiva e sfaccettata, e Mimmo Malandra, il cui intervento si attesta in una zona di confine tra lessico jazzistico e suggestione cinematografica, secondo una scrittura che privilegia l’allusione e la rarefazione del gesto melodico.
Il nucleo operativo dell’ensemble – oltre allo stesso Montrone, affiancato da Ursula Gerstbach, Arcangelo Trabucco, Adam Alesi, Itaiguara Brandão, C.J. Rhen, Drew Herter e Tito Planas – manifesta un’identità fonica definita, sostenuta da una competenza tecnica e da un’esperienza internazionale che si riflettono in una coerenza formale difficilmente eludibile. Le collaborazioni pregresse con contesti di rilievo non funzionano come semplice garanzia di prestigio, quanto piuttosto come terreno di sedimentazione di un linguaggio interiormente articolato. L’andamento musicale si regge su un equilibrio sintattico accuratamente calibrato, nel quale la raffinatezza armonica si coniuga con una pulsazione ritmica elastica e stratificata. Le progressioni accordali, spesso arricchite da estensioni e sostituzioni funzionali, generano un campo armonico mobile, entro cui le linee vocali e i fiati si distribuiscono secondo una tessitura espressiva leggibile, mai congestionata. La sezione ritmica, sostenuta da un interplay accorto tra basso e batteria, modula tra inflessioni soul-funk, articolazioni shuffle e accenti urbani, senza smarrire continuità narrativa.
La chitarra di Montrone, lungi dal limitarsi a un ruolo solistico, assume funzione di regista armonico, orientando la traiettoria fraseologica e suggerendo snodi formali con interventi misurati, talvolta lirici, talaltra più incisivi, sempre sostenuti da una dizione strumentale nitida. In virtù di tale centralità, l’ascolto si organizza attorno a un asse narrativo che guida la percezione senza imporre gerarchie rigide. L’orizzonte linguistico accoglie riferimenti riconoscibili – Steely Dan, Weather Report, Steps Ahead, The Manhattan Transfer, Rickie Lee Jones e Jay Graydon – che non si traducono in citazione diretta, ma operano come matrice culturale, assimilata e rielaborata secondo un’impronta linguistica autonoma. Tale assimilazione agisce nel dettaglio del fraseggio, nella disposizione delle voci e nella gestione delle dinamiche, senza mai indulgere in mimetismi. Il versante testuale partecipa pienamente alla costruzione semantica dell’opera. Le liriche, sviluppate sulla base di una prospettiva laterale, intrecciano ironia, osservazione critica e una sottile vena surreale, delineando un quadro contemporaneo segnato da iperconnessione e inquietudine, e al contempo attraversato da una persistente dimensione umana. Episodi quali «Golden Key» e «Oumuamua» evocano scenari cosmici che si riverberano in una scrittura musicale aperta e dilatata, mentre «Royal Pillow» e «Heel and Toe» pennellano ritratti quotidiani filtrati da un registro ironico, sostenuto da una scansione ritmica vivace e da un fraseggio vocale puntuale.
La produzione, distribuita tra Los Angeles, New York, Roma, Vienna, Zurigo e Pescara, trova sintesi nel lavoro di Alessandro Guardia presso gli studi AlfaMusic, con l’eccezione di «Self Portrait», affidata alla regia di Jimmy Bralower. Ne deriva una resa acustica limpida, capace di restituire la complessità dell’organizzazione molecolare senza sacrificare l’immediatezza percettiva. Il profilo acustico si distingue per equilibrio e trasparenza, qualità che consentono a ogni dettaglio di emergere con chiarezza, all’interno di una costruzione modulare che valorizza tanto il gesto individuale quanto la coesione d’insieme. «UP!» si sostanzia dunque come un lavoro di solida formazione compositiva e di consapevole apertura linguistica, nel quale convergono rigore costruttivo, sensibilità timbrica e una visione produttiva lucidamente orientata.

