«Six For Wes» di Giampiero Spina. Sei chitarre nel segno di Wes Montgomery: variazioni su un’eredità formale (Barly Records, 2026)

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«Six For Wes» si si attesta come un omaggio consapevole, nel quale la memoria storica non si cristallizza in gesto celebrativo, bensì si rinnova nel confronto diretto con un linguaggio che continua a interrogare, suggerendo nuove possibilità di articolazione e di ascolto.

// Cinico Bertallot //

Nel secondo dopoguerra, la chitarra jazz intraprende un percorso di progressiva emancipazione, affrancandosi da una funzione meramente ritmico-armonica per assumere un ruolo sempre più definito sul piano solistico e progettuale. Se figure come Charlie Christian avevano già aperto una breccia decisiva, apportando una concezione lineare del fraseggio mutuata dal linguaggio dei fiati, sarà nel decennio successivo che lo strumento acquisirà una piena autonomia espressiva. In tale contesto, la ricerca si spinge verso una maggiore articolazione del suono, una consapevolezza crescente nella costruzione delle linee melodiche e un uso più raffinato delle possibilità timbriche offerte dall’amplificazione elettrica. All’interno di questo processo, la figura di Wes Montgomery assume un valore paradigmatico. La sua tecnica del pollice, incline a generare una sonorità rotonda e vellutata, si coniuga con una concezione armonica di notevole lucidità, nella quale l’impiego sistematico delle ottave e degli accordi spezzati contribuisce a definire un lessico immediatamente riconoscibile. Le sue composizioni – tra cui «Four On Six», «West Coast Blues», «Road Song» e «Jingles» – non rappresentano soltanto veicoli per l’improvvisazione, ma veri e propri modelli formali, nei quali la chiarezza strutturale convive con una sottile complessità interna.

Il progetto «Six For Wes» si posiziona nel solco di tale eredità, riunendo sei chitarristi che, pur provenendo da percorsi differenti, condividono un’attenzione analitica verso il magistero montgomeryano. Giampiero Spina, Attilio Costantino, Clara Miraglia, Matteo Rebulla e Raffaele Romano, affiancati dagli ospiti Massimo Minardi, Dario Faiella e Alessandro Usai, affrontano un repertorio composto prevalentemente da pagine del maestro di Indianapolis, tra cui «Fried Pies», «Four On Six», «Mr. Walker», «Jingles», «West Coast Blues». In «Road Song» e «Cariba», ad esempio, la scansione ritmica viene sostenuta da un reticolo accordale distribuito, mentre le linee melodiche si avvicendano secondo una logica di rotazione che evita la fissità dei ruoli. In tale assetto, ciascun interprete mostra una padronanza consapevole del lessico montgomeryano, ma al contempo se ne distacca quanto basta per evitare ogni rigidità imitativa. Particolarmente significativa risulta la presenza di «Eggs In Air», firmata da Spina, che s’inserisce nel programma non come elemento estraneo, ma quale estensione coerente del linguaggio evocato. Il riferimento a Montgomery agisce in filigrana, nel disegno armonico e nella conduzione delle voci, senza mai tradursi in citazione diretta. Analoga funzione svolge «The Theme» di Miles Davis, la cui struttura aperta consente un’interazione più libera tra le chitarre, evidenziando ulteriormente la predisposizione del gruppo a operare in assenza di gerarchie prestabilite.

La compresenza di più chitarre all’interno di «Six For Wes» non risponde a una logica meramente additiva, né si lascia interpretare come semplice omaggio celebrativo; piuttosto, l’intero progetto si fonda su una concezione relazionale del suono, nella quale il materiale tematico viene sottoposto a un processo di rifrazione, distribuito tra più voci che ne rielaborano i contorni senza comprometterne la riconoscibilità. Ciò che emerge non si riduce a un esercizio di stile né a una semplice riproposizione filologica; ciascun interprete, facendo leva su una solida formazione e su una sensibilità musicale interiormente articolata, rilegge il materiale montgomeryano alla luce di un orizzonte contemporaneo, nel quale la lezione del maestro viene assorbita e riformulata secondo coordinate personali. La pluralità delle voci chitarristiche, lungi dal generare dispersione, contribuisce a delineare una trama coerente, nella quale l’unità non deriva dall’uniformità, bensì da una comune tensione verso la chiarezza formale, l’equilibrio fraseologico e la qualità del suono. L’organico riunito Giampiero Spina, opera secondo un principio di alternanza e compenetrazione, nel quale le parti solistiche e quelle di sostegno si ridefiniscono costantemente. Tale dinamica emerge con particolare evidenza nelle riletture dove le ottave montgomeryane, lungi dall’essere riprodotte in modo mimetico, vengono talora suddivise tra più strumenti, generando una spazializzazione del suono che amplia la percezione dell’impianto formale. La scrittura collettiva si orienta verso una costruzione modulare, dove le progressioni armoniche fungono da terreno comune per interventi differenziati.

Ciò che ne deriva è una lettura che proietta il materiale montgomeryano verso una dimensione contemporanea, pur rispettandone la genetica interna. Il gioco alternato delle chitarre, lungi dal produrre dispersione, costruisce una trama coerente, in cui ciascun intervento collabora alla definizione di una procedura condivisa. L’unità non scaturisce da un’uniformità timbrica, ma da una convergenza sul piano fraseologico e armonico, che consente al repertorio di mantenere la propria identità pur venendo riformulato secondo coordinate attuali. In tal senso, «Six For Wes» si attesta come un omaggio consapevole, nel quale la memoria storica non si cristallizza in gesto celebrativo, ma si rinnova nel confronto diretto con un linguaggio che continua a interrogare, suggerendo nuove possibilità di articolazione e di ascolto.

Giampiero Spina

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