Kathya West / Alberto Dipace / Danilo Gallo con «The Last Coat of Pink – After», anatomia di una rilettura (Caligola Records, 2026)
«The Last Coat of Pink – After» si presenta come un’indagine sulla possibilità di trasporre un immaginario sonoro fortemente codificato in un contesto acustico che ne metta in evidenza le linee di forza, le ambiguità armoniche e le risonanze emotive, restituendo al materiale originario una nuova prospettiva di ascolto, più raccolta, più analitica, e per questo, paradossalmente, più esposta.
// di Cinico Bertallot //
Un repertorio segnato da una forte identità elettrica e da una scrittura stratificata, come quello dei Pink Floyd, subisce in «The Last Coat of Pink – After» una traslazione radicale, che ne ridefinisce la fisionomia acustica senza ridurne la complessità simbolica. Il trio formato da Kathya West, Alberto Dipace e Danilo Gallo opera secondo una logica di sottrazione e ricollocazione, in cui l’originaria espansione elettrica viene ricondotta a un assetto cameristico, capace di mettere in luce la struttura interna delle composizioni, la loro ossatura armonica e la qualità del fraseggio.
Il progetto, pubblicato da Caligola Records, non si limita a riprendere materiali già esplorati nell’album «The Last Coat of Pink», ma ne prolunga la traiettoria mediante un lavoro di riflessione e riscrittura che assume, nel formato dell’EP, un’autonomia precisa. La presenza di Francesco Bearzatti introduce un ulteriore livello di articolazione, giacché il suo intervento non si sovrappone semplicemente al tessuto esistente, ma ne modifica la direzione, ridefinendo i rapporti tra le linee e suggerendo nuove possibilità di sviluppo tematico. Nel trattamento di «Us And Them», la progressione armonica originaria – fondata su un’alternanza di centri tonali e su un uso calibrato delle estensioni accordali – viene distesa in un tempo più rarefatto, in cui il pianoforte non si limita a sostenere la linea vocale, bensì distribuisce le voci secondo un disegno che privilegia le risonanze interne, mentre il contrabbasso interviene con una funzione non soltanto ritmica, ma anche coloristica, insinuando deviazioni modali che attenuano la percezione della cadenza. La voce di West, priva di ogni enfasi imitativa, si colloca in una zona di equilibrio instabile, evitando tanto la teatralità rock quanto la stilizzazione jazzistica, e optando per una pronuncia che lascia emergere la fragilità semantica del testo.
Una simile strategia si ritrova in «Hey You», dove l’intervento al tenore di Bearzatti non si limita a raddoppiare o commentare la linea vocale, ma distribuisce un controcanto che agisce per scarti, per slittamenti intervallari, quasi a incrinare la linearità del discorso. Il risultato non coincide con una semplice variazione, piuttosto con una ridefinizione dell’assetto narrativo, in cui la solitudine evocata dal testo trova una corrispondenza nella dispersione delle linee strumentali. Particolare rilievo assume «Incarceration Of A Flower Child», pagina composta da Roger Waters per Syd Barrett, la cui storia discografica, segnata da una lunga latenza, contribuisce a caricarla di un valore quasi archeologico. Il trio ne propone una lettura che evita ogni tentazione elegiaca, preferendo una costruzione sobria, in cui il materiale melodico viene esposto con una nudità controllata, sostenuto da un accompagnamento che privilegia la rarefazione e la sospensione delle funzioni tonali. La memoria della versione incisa da Marianne Faithfull in «Vagabond Ways» non viene negata, ma assorbita e rielaborata in virtù un diverso ordine interno, più prossimo a una scrittura cameristica che a una forma canzone. L’intero progetto si colloca così nel solco di una pratica interpretativa che potremmo accostare, per analogia, alla trascrizione colta ottocentesca, laddove il passaggio da un medium all’altro comportava una trasformazione sostanziale del materiale. In tal senso, il trio agisce come un vero e proprio curatore timbrico, capace di ridistribuire le funzioni, di alleggerire la superficie sonora e di portare in primo piano elementi che, nella versione originale, rimanevano inglobati in una trama più ampia. Non si tratta, dunque, di un omaggio nel senso convenzionale del termine, né di un esercizio di stile fondato sulla riconoscibilità immediata. Piuttosto, «The Last Coat of Pink – After» si presenta come un’indagine sulla possibilità di trasporre un immaginario sonoro fortemente codificato in un contesto acustico che ne metta in evidenza le linee di forza, le ambiguità armoniche e le risonanze emotive, restituendo al materiale originario una nuova prospettiva di ascolto, più raccolta, più analitica, e per questo, paradossalmente, più esposta.

