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La «stua scura» evocata da Zennaro finisce per trovare una corrispondenza concreta nella musica stessa. Non un luogo immaginario nel quale rifugiarsi, ma una condizione d’ascolto costruita con precisione, dove il calore nasce dalla prossimità delle voci strumentali e l’oscurità dalla scelta di non illuminare ogni dettaglio con la stessa intensità.

// di Cinico Bertallot //

La parabola artistica di Luca Zennaro, chitarrista nato a Chioggia nel 1997, presenta già una fisionomia sorprendentemente articolata per un musicista della sua generazione. «Stua scura» è il quarto album pubblicato a suo nome. Una discografia già sufficientemente ampia da consentire di cogliere non soltanto la precocità del chitarrista veneziano, ma anche una progressiva definizione del suo pensiero musicale, orientato verso una sintesi nella quale scrittura, ricerca sonora e pratica improvvisativa concorrono alla costruzione di un linguaggio personale. «Stua scura» documenta quindi una personalità compositiva che ha già superato la fase della semplice accumulazione di esperienze. La precocità di Luca Zennaro assume qui un significato meno anagrafico e più propriamente musicale, poiché riguarda la predisposizione ad elaborare un progetto riconoscibile, selezionare un organico funzionale alle proprie intenzioni e subordinare il virtuosismo alla necessità espressiva della composizione. Caligola Records aggiunge alla propria produzione un lavoro nel quale la ricerca non procede per sovrapposizione di materiali,ma per progressiva precisazione dei rapporti fra suono, forma e ascolto.

«Stua scura» nasce da un’immagine che Zennaro traduce immediatamente in materia musicale. La «stua scura», espressione che richiama la stufa quale luogo domestico di calore e raccolta, diviene il principio generatore di un ambiente acustico nel quale la luminosità del suono viene deliberatamente attenuata per privilegiare una percezione più ravvicinata, quasi tattile. L’idea dichiarata dal leader, secondo cui il progetto intende accostare «calore primordiale» e «oscurità sensoriale», trova una precisa corrispondenza nell’organico scelto, dove la chitarra acustica ed elettrica di Zennaro dialoga con il sax tenore di Francesco Panconesi, il clarinetto basso di Federico Calcagno e la batteria di Mattia Galeotti. La rinuncia al basso, elemento tutt’altro che marginale nella definizione dell’equilibrio dell’ensemble, affida alla chitarra e soprattutto ai due strumenti a fiato il compito di determinare tanto il campo armonico quanto la profondità delle diverse zone sonore. Proprio la presenza simultanea del sax tenore e del clarinetto basso produce una particolare polarizzazione del registro. Il primo può assumere una funzione melodica dalla pronunciata componente cantabile, mentre il secondo apporta una procedura grave atta a modificare radicalmente la percezione degli intervalli e delle sovrapposizioni armoniche. La chitarra, sottratta al ruolo convenzionale di sostegno ritmico-armonico, può così operare secondo una logica più aperta, fatta di accordi parziali, risonanze, intervalli isolati, figure reiterate ed effetti elettronici utilizzati non come semplice ornamento, ma quali componenti dell’impasto complessivo. Galeotti, dal canto suo, evita una concezione percussiva rigidamente propulsiva, privilegiando un controllo estremamente accurato delle dinamiche e degli spazi interstiziali. Ne deriva una scrittura nella quale il silenzio possiede una funzione strutturale e il parametro dinamico contribuisce alla definizione della forma quanto il materiale melodico e armonico.

La peculiarità di «Stua scura» risiede dunque anche nella relazione fra materia e spazio. Zennaro non ricerca una saturazione dell’insieme, preferendo distribuire gli interventi secondo una logica di reciproca complementarità. Le quattro voci strumentali possono procedere per accostamenti, sottrazioni e brevi sovrapposizioni, lasciando emergere con chiarezza la fisionomia acustica di ciascun interprete. La particolare tessitura determinata da sax tenore e clarinetto basso consente inoltre di evitare quella consueta separazione fra melodia e accompagnamento che spesso caratterizza le formazioni chitarristiche. Le parti assumono alternativamente funzione tematica, contrappuntistica o coloristica, secondo una concezione della scrittura che lascia ampio margine alla trasformazione del materiale durante l’esecuzione. Le dieci composizioni dell’album, tutte firmate da Zennaro, confermano una concezione della forma lontana da modelli rigidamente precostituiti. Già i titoli designano un immaginario volutamente eterogeneo, nel quale «Play It Louder, Next Time», «Entering the Party» e «Sweet Techno Raver» convivono con «Straniarse», «Stravedamento», «Ciàcole», «Cioxa», «Stua scura» e «Gemina arbor». Il lessico nominale passa dall’inglese all’italiano, dal riferimento tecnologico a quello dialettale, sino alla locuzione latina, delineando una pluralità semantica che trova un corrispettivo nella varietà delle soluzioni musicali. «Stravedamento», inoltre, compare sia nella versione originaria sia nella «reprise», suggerendo una concezione ciclica del materiale e una possibilità di ripresa nella quale l’idea musicale possa essere osservata da una prospettiva differente.

Particolarmente interessante risulta la dialettica fra composizione e improvvisazione. Zennaro non concepisce la scrittura come un recinto entro il quale l’improvvisazione debba semplicemente inserirsi, bensì come un insieme di coordinate capaci di orientare l’interazione fra gli interpreti. La pagina scritta sembra fornire nuclei melodici, intervalli, successioni armoniche e proporzioni ritmiche dai quali l’esecuzione può successivamente prendere direzioni non completamente determinate. Tale procedimento richiede una notevole consapevolezza dell’ascolto reciproco, poiché ogni intervento modifica l’equilibrio delle altre parti e può determinare una nuova distribuzione delle funzioni. In tale prospettiva acquisisce notevole rilievo la scelta di un organico privo di uno strumento esplicitamente destinato alla definizione delle fondamentali armoniche. La chitarra può suggerire il campo tonale senza necessariamente esaurirlo, mentre clarinetto basso e sax tenore possono costruire intervalli sovrapposti che rendono meno immediata la percezione della tonalità. Si apre così uno spazio armonico nel quale la consonanza non rappresenta necessariamente un punto d’arrivo, ma una delle possibili condizioni di equilibrio. Le relazioni intervallari acquistano una funzione decisiva e la percezione della verticalità sonora dipende spesso dalla disposizione dei registri, dalle durate e dalla dinamica più che da una successione accordale esplicita. La batteria di Galeotti contribuisce a questo processo con un linguaggio che sembra privilegiare la microarticolazione ritmica rispetto alla scansione metrica rigidamente marcata. Il suo intervento può sostenere la forma senza necessariamente evidenziarne le giunture, lasciando che il tempo musicale venga percepito anche mediante piccole variazioni accentuali, pause e modificazioni della densità del fraseggio. Una simile impostazione consente ai fiati di muoversi con maggiore libertà e alla chitarra di assumere funzioni variabili, dal sostegno armonico alla produzione di nuclei sonori più astratti.

L’aspetto forse più significativo dell’album riguarda proprio questa ricerca di un equilibrio fra prossimità e rarefazione. La musica di «Stua scura» non tende alla spettacolarizzazione del virtuosismo, benché l’abilità tecnica dei quattro musicisti risulti evidente. Zennaro sembra piuttosto interessato alla possibilità di ridurre il materiale sino a renderne percepibili le componenti minime, lasciando che una singola nota, una risonanza o un mutamento dinamico possano assumere un peso formale proporzionato. La lentezza, quando presente, non deriva quindi da una semplice scelta agogica, bensì da un diverso modo di organizzare l’attenzione dell’ascoltatore. La concezione richiama, per alcuni aspetti, una sensibilità prossima alle arti visive contemporanee, soprattutto laddove la sottrazione diventa strumento di definizione. Come in una composizione pittorica nella quale l’assenza di una determinata campitura modifica la percezione di quelle circostanti, anche qui il vuoto acustico concorre alla definizione della materia presente. Non occorre ricorrere a una metaforica pittoricista per comprendere il procedimento, poiché la relazione fra pieni e vuoti appartiene direttamente alla sintassi musicale. Le pause, le durate, la disposizione dei registri e le dinamiche concorrono alla percezione della forma con la stessa pertinenza delle frasi tematiche. La chitarra non domina l’ensemble secondo una gerarchia tradizionale, ma ne governa spesso l’equilibrio interno con interventi calibrati e una scrittura che concede agli altri musicisti ampi margini d’iniziativa. Panconesi e Calcagno, con la diversa natura dei rispettivi strumenti, ampliano considerevolmente la tavolozza disponibile, mentre Galeotti contribuisce a mantenere mobile il rapporto fra pulsazione e silenzio. A conti fatti, la «stua scura» evocata da Zennaro finisce così per trovare una corrispondenza concreta nella musica stessa. Non un luogo immaginario nel quale rifugiarsi, ma una condizione d’ascolto costruita con precisione, dove il calore nasce dalla prossimità delle voci strumentali e l’oscurità dalla scelta di non illuminare ogni dettaglio con la stessa intensità.

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