Quando la parola incontra il jazz: Fabioeledistanze con «Illune» (Dodicilune, 2026)
Fabio Nardulli consegna al mondo un concept che invita a sostare sulle sfumature della parola e del suono, restituendo alla forma-canzone una complessità espressiva sempre più rara nel panorama della produzione contemporanea.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Fabio Nardulli sceglie di inaugurare il progetto Fabioeledistanze, edito da Dodicilune, con un lavoro che rifugge qualsiasi collocazione univoca. «Illune» nasce come un’opera d’autore nella cui scrittura la canzone dialoga costantemente con la sensibilità jazzistica, senza ricercare la contaminazione come semplice cifra estetica, ma quale naturale conseguenza di un pensiero compositivo che considera il linguaggio musicale un organismo aperto, disponibile a ricevere apporti provenienti da differenti tradizioni espressive.
Il titolo stesso suggerisce la chiave interpretativa dell’intero lavoro. Il raro termine latino «illune», impiegato per indicare l’assenza della luna, non rinvia semplicemente a una condizione atmosferica, quanto piuttosto a una dimensione simbolica nella quale ciò che rimane sottratto alla luce acquista una particolare densità semantica. Fabio Nardulli sviluppa questa intuizione senza indulgere in facili oscurità poetiche; preferisce interrogare le zone marginali dell’esperienza affettiva, le incrinature della comunicazione e quelle distanze, fisiche, emotive ed esistenziali, che costituiscono il nucleo generativo dell’intero progetto. L’originalità dell’album risiede proprio nell’idea di conferire centralità alla parola senza relegare la musica al semplice ruolo di sostegno. Testo e scrittura sonora procedono secondo una relazione di reciproca dipendenza, nella quale ogni soluzione armonica sembra nascere dalla necessità di amplificare il valore semantico dei versi. La lingua adottata da Nardulli evita tanto l’enfasi poetizzante quanto il realismo descrittivo, scegliendo invece una misura espressiva sorvegliata, ricca di immagini discrete e di allusioni che richiedono un ascolto attento, quasi una lettura parallela.
L’impianto compositivo manifesta una cura non comune per gli equilibri interni. L’universo della canzone d’autore italiana convive con una grammatica armonica che guarda al jazz contemporaneo, mentre aperture melodiche di chiara cantabilità vengono progressivamente ampliate da successioni accordali raffinate, da colori modali e da un trattamento delle dinamiche che privilegia la gradualità piuttosto che il contrasto immediato. Ne deriva una costruzione formale nella quale nulla appare ornamentale e ogni episodio sonoro partecipa alla definizione complessiva della narrazione. La formazione riunita da Fabio Nardulli contribuisce in maniera determinante alla qualità del risultato. Marco Boccia disegna al contrabbasso linee di grande equilibrio, evitando qualsiasi funzione meramente ritmica per assumere un ruolo attivo nella definizione del profilo armonico. Giovanni Chiapparino amplia ulteriormente la tavolozza espressiva alternando batteria, percussioni, vibrafono e fisarmonica con notevole naturalezza; il suo intervento modifica continuamente la prospettiva acustica delle composizioni, introducendo variazioni di colore che mantengono costante la mobilità dell’insieme. Marcello Maggi distribuisce tromba e flicorno con misura, privilegiando un fraseggio lirico che illumina la trama musicale senza sovraccaricarla, mentre le chitarre di Gianluca Traversi dialogano con quelle dello stesso Nardulli secondo una logica di complementarità, dove la ricerca della trasparenza prevale sull’esibizione virtuosistica.
La componente elettronica merita un’attenzione particolare. Loop e sequenze sintetiche non perseguono finalità spettacolari, né aspirano a modificare l’identità prevalentemente acustica del progetto. La loro funzione consiste piuttosto nell’ampliare lo spazio percettivo delle composizioni, introducendo leggere dilatazioni prospettiche che convivono con strumenti tradizionali senza alterarne la naturale fisionomia. Tale scelta richiama alcune esperienze della produzione europea contemporanea nelle quali jazz, songwriting e ricerca elettronica convivono all’interno di un medesimo orizzonte linguistico, mantenendo tuttavia una riconoscibile autonomia poetica. Perfino la vocalità di Nardulli segue questa linea di coerenza. L’emissione volutamente misurata, quasi raccolta, rinuncia a qualsiasi tipo di protagonismo interpretativo. La voce preferisce collocarsi all’interno del tessuto strumentale come ulteriore elemento narrativo, lasciando che siano il peso delle parole, la loro scansione ritmica e la naturale inflessione del fraseggio a guidare la costruzione emotiva delle pagine musicali. Una scelta che richiede coraggio espressivo e che restituisce autenticità all’intero progetto.
Le nove composizioni si susseguono come capitoli di un unico racconto. «Nel blu» introduce immediatamente il clima poetico dell’intero lavoro; «Niente di speciale» sviluppa una riflessione sulla quotidianità atta a trasformare il dettaglio minimo in occasione narrativa; «Quattro e ventitré» e «Meteora» ampliano il ventaglio armonico grazie anche alla presenza pianistica di Maurizio Ranieri, mentre «La fioritura» ricerca un equilibrio convincente tra cantabilità e ricercatezza compositiva. «Walter Ego», impreziosita dalla partecipazione di Daniele Di Maglie, utilizza una sottile ironia per riflettere sulle molteplici identità dell’individuo contemporaneo, evitando qualsiasi compiacimento satirico. «Avancuore», «La discarica delle parole» e «Sogna che ti sognerò» completano un itinerario coerente nel quale la riflessione sul linguaggio, sulla memoria e sulla distanza acquista progressivamente una dimensione sempre più universale. Particolarmente significativa risulta «La discarica delle parole», episodio di maggiore estensione che rappresenta uno dei vertici dell’album. La durata più ampia consente a Nardulli e ai suoi compagni di elaborare un andamento formale più articolato, nel quale le sezioni strumentali acquistano autonomia narrativa e la scrittura armonica può sviluppare un respiro più ampio senza perdere coesione interna. La composizione suggerisce una riflessione sul progressivo impoverimento del linguaggio contemporaneo, affidando proprio alla musica il compito di restituire peso e valore comunicativo alle parole.
L’intero lavoro lascia affiorare una concezione della canzone come forma aperta, nella quale letteratura, improvvisazione, ricerca armonica e sensibilità cantautorale convivono senza gerarchie prestabilite. Tale equilibrio non deriva da un semplice accostamento di linguaggi, quanto da una visione compositiva sufficientemente matura da ricondurre ogni elemento a un medesimo principio ordinatore. «Illune» rappresenta così un debutto di notevole interesse, sorretto da una scrittura consapevole, da un impianto compositivo rigoroso e da una band che privilegia costantemente l’intelligenza dell’ascolto reciproco rispetto all’affermazione individuale. Fabio Nardulli consegna un concept che invita a sostare sulle sfumature della parola e del suono, restituendo alla forma-canzone una complessità espressiva sempre più rara nel panorama della produzione contemporanea.

