Freddie Hubbard: oltre l’ardore dell’hard bop, il rigore costruttivo e le velature acustiche di «The Rose Tattoo» (Baystate, 1983)

0
DenonHubbard3

Lungi dal sancire un mero esercizio nostalgico, l’incisione per l’etichetta Baystate manifesta un rigore costruttivo notevole, in cui ogni progressione armonica risente di uno studio attento dei pesi e delle dinamiche.

// di Aldo Gradimento //

Nel corso degli anni Ottanta, il percorso artistico di Freddie Hubbard attraversa una fase di profonda ricalibrazione espressiva e strutturale, un periodo di transizione complessa che i musicologi tendono a definire come il ritorno alla consapevolezza acustica dopo le ardite transizioni commerciali e fusion del decennio precedente. Il musicista avverte l’esigenza impellente di distaccarsi dalle sonorità elettriche legate alle produzioni per la Columbia Records, le quali, pur avendone decretato il successo planetario, ne avevano in parte appiattito la fisionomia sonora originaria. Il trombettista si trova dunque a gestire una delicata mutamento estetico, orientando la propria indagine verso un recupero della purezza formale e riallacciandosi al solco del linguaggio hard bop, ma interpretato alla luce di una maturità interpretativa interiormente articolata.

Questa parabola evolutiva non risponde a una sterile operazione nostalgica, ma riflette la necessità di preservare l’integrità del proprio codice espressivo in un momento in cui l’industria discografica statunitense premiava le nascenti correnti del neo-tradizionalismo capeggiate dai fratelli Marsalis. Hubbard sceglie di muoversi su un binario parallelo, stringendo sodalizi fertili con etichette indipendenti europee e giapponesi, tra le quali spiccano la Enja, la Soul Note e la stessa Baystate, realtà che garantivano al musicista una totale libertà d’azione e la possibilità di registrare in condizioni acustiche ideali. La fisionomia del suono muta sensibilmente, registrando una parziale rarefazione del fraseggio che cede il passo a una maggiore cura per il colore sonoro, per la gestione delle dinamiche e per l’equilibrio sintattico all’interno delle formazioni in piccoli gruppi. Il musicista dimostra in questi anni una straordinaria sensibilità nel selezionare i propri collaboratori, prediligendo sideman di solida formazione e dotati di un rigore costruttivo speculare al suo, come si evince dalle frequenti collaborazioni con maestri del calibro di McCoy Tyner, Woody Shaw e lo stesso Kenny Barron. Malgrado le prime avvisaglie di problemi fisici al labbro, che negli anni successivi avrebbero minato la sua proverbiale potenza d’emissione, le incisioni di questo periodo mostrano un interprete tecnicamente raffinato e ancora pienamente padrone dei propri mezzi, capace di modellare lo spazio musicale con un’eloquenza che risente delle lezioni della musica da camera. Il decennio si conforma così come l’autunno dorato del trombettista, un capitolo in cui l’ardore giovanile si sublima in una logica strutturale di rara compostezza.

Come accennato, la pubblicazione di «The Rose Tattoo» segna un momento di misurata e consapevole riflessione all’interno del percorso artistico di Freddie Hubbard, il quale abbandona momentaneamente le escursioni elettriche e transizionali del decennio precedente per riappropriarsi di una fisionomia sonora prettamente acustica. Registrato nel dicembre del 1983 sotto la sapiente guida di Rudy Van Gelder, l’album si dispensa come un raffinato trattato sulla ballata jazz, rivelando una prssi procedurale che privilegia la morbidezza del colore sonoro e la gestione geometrica degli spazi musicali. Il trombettista statunitense palesa una maturità espressiva di alto profilo, avvalendosi dell’ausilio della sordina per tracciare linee melodiche dal disegno musicale nitido, elegante e privo di superflui virtuosismi esibizionistici. La coerenza formale del disco poggia sulla solidità di un quintetto d’eccezione, in cui il pianoforte di Kenny Barron tesse orditi armonici raffinatissimi, ideali per supportare il fraseggio lirico del leader senza mai saturare lo spazio acustico. Dal canto loro, il contrabbasso di Cecil McBee e la batteria di Joe Chambers stabiliscono un equilibrio sintattico inappuntabile, muovendosi secondo la logica di un interplay sussurrato che evita accumuli ritmici pleonastici, laddove il sassofono tenore di Ricky Ford interviene a impreziosire la trama espressiva con interventi di misurata intensità.

L’album svela una grana strutturale di inedita finezza, a partire dalla rilettura di «When You Wish Upon a Star», in cui Freddie Hubbard elude le ovvietà della modulazione cinematografica originale mediante una riorganizzazione delle cadenze principali. Il disegno armonico si destabilizza fin dalle prime battute della sezione A, dove gli accordi di tonica subiscono continue sostituzioni diatoniche che ritardano la risoluzione naturale, proiettando il solista in un territorio espressivo affine alle intuizioni impressioniste di Gabriel Fauré. Il trombettista si staglia all’interno di questo reticolo con estrema circospezione, adoperando la sordina per smussare gli angoli delle quinte giuste ed enfatizzare, al contrario, le tensioni interne delle none minori. «Embraceable You» abbandona il consueto andamento accordale della tradizione gershwiniana a favore di una condotta delle parti più fluida ed elusiva. Kenny Barron interviene sulla progressione geometrica fondamentale alterando sistematicamente i legami tra i centri tonali di impianto, preferendo progressioni per quarte che dilatano lo spazio acustico e sottraggono punti di appoggio banali al contrabbasso di Cecil McBee. Il sassofono di Ricky Ford s’interseca in questo clima sonoro non per via gerarchica, ma integrando piuttosto la linea melodica principale attraverso frammenti di scale esatoniche, una scelta sintattica che evoca le architetture mobili e cangianti della musica francese di inizio Novecento. La logica formale dell’album trova un momento di singolare equilibrio sintattico in «My Romance», episodio in cui la formazione decide di asciugare la complessa intelaiatura originaria di Richard Rodgers per esaltarne la purezza geometrica. Hubbard modula il proprio eloquio legando le frasi secondo intervalli ampi, i quali scavalcano la rigidità delle canoniche cadenze due-cinque-uno per fluttuare sopra un pedale di dominante mantenuto con assoluto controllo dinamico da Joe Chambers. L’assenza di strappi ritmici permette alla trama espressiva di svelare una microscopica organizzazione molecolare, dove ogni minima variazione timbrica del pianoforte riverbera sul profilo acustico generale, mutandone la fisionomia profonda senza intaccare l’andamento narrativo generale.

Nel solco di siffatta meditata sottrazione si colloca anche «Time After Time», componimento che nel trattamento del quintetto perde qualsiasi connotazione originaria da repertorio standard per tramutarsi in un’algida geometria acustica. Le sostituzioni armoniche introdotte nel nucleo della sezione B deviano costantemente verso tonalità parallele inaspettate, innescando un senso di instabilità controllata che costituisce la vera cifra stilistica del pezzo. L’abilità dei musicisti risiede proprio nell’abilità di governare siffatti slittamenti cromatici con una disinvoltura formale impeccabile, lasciando che il tema principale affiori soltanto per brevi accenni figurativi prima di dissolversi nelle mutazioni armoniche curate dal regista Barron. La penultima traccia, «My Foolish Heart», si segnala per un’aura fonica notturna e rarefatta, ottenuta riducendo al minimo l’apporto percussivo ed evidenziando lo spessore delle voci interne della tastiera. Il tracciato melodico si dispensa in virtù di un contrappunto implicito tra la tromba e il contrabbasso, i quali disegnano traiettorie simmetriche e speculari sopra un tessuto di accordi semidiminuiti e armonie di volta che evocano le atmosfere colte della tarda produzione cameristica europea. La condotta esecutiva rifiuta programmaticamente la retorica del climax emotivo, preferendo una staticità ipnotica in cui la risoluzione armonica finale rimane volutamente in bilico, quasi incompiuta. In chiusura, la title track «The Rose Tattoo», in cui Hubbard sintetizza la propria sapienza progettuale combinando una cellula tematica modale con un’evoluzione armonica fortemente cromatico. La fisionomia del suono si fa qui più scura ed enigmatica, poiché l’intera impalcatura del pezzo ruota attorno a un nucleo di accordi che eludono le tradizionali funzioni tonali di attrazione e riposo. Lo sviluppo del solismo non risente della necessità di riempire lo spazio sonoro, articolandosi piuttosto su pause calibrate e su una gestione dei respiri che traduce il silenzio in un elemento compositivo attivo, coronando un lavoro di assoluta coerenza architettonica.

Lungi dal sancire un mero esercizio nostalgico, l’incisione per l’etichetta Baystate manifesta un rigore costruttivo notevole, in cui ogni progressione armonica risente di uno studio attento dei pesi e delle dinamiche. Le modulazioni geometriche introdotte da Barron s’innestano sul tessuto sonoro fungendo da perfetto contrappunto all’eloquenza di Hubbard, che in questa specifica fase della sua carriera preferisce sottrarre note piuttosto che esibirne, mirando a una purezza timbrica. Il risultato finale risiede in una proposta discografica complessa nella sua apparente semplicità, racchiusa in un clima espressivo che distilla la materia jazzistica e restituisce all’ascoltatore un ritratto intimo e modulare di un interprete dalle infinite possibilità esecutive.

Freddie Hubbard

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *