«Free Fall» di Jimmy Giuffre: la dissoluzione del metro e la fisionomia pura del suono (Columbia, 1963)
L’assenza di un centro tonale fisso permette al trio di realizzare una sintesi perfetta tra l’estemporaneità del gesto jazzistico e il rigore intellettuale delle avanguardie storiche del Novecento, consegnando alla storia della musica una trama espressiva di ineguagliata purezza.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Free Fall», pubblicato nel marzo 1963 dalla Columbia Records, segna un crinale speculativo di rara audacia nel percorso della musica improvvisata americana, posizionandosi come un manufatto dall’ordito rigorosamente astratto e cameristico. Jimmy Giuffre, operando una netta cesura rispetto alle coeve istanze espressioniste e alle fiammate libertarie del free jazz di matrice afroamericana, elegge il silenzio e la rarefazione a coordinate primarie di una geometrica indagine speculativa. Coadiuvato dal pianoforte analitico di Paul Bley e dal contrabbasso lineare di Steve Swallow, il clarinettista delinea un microcosmo sonoro che dialoga idealmente con le coeve esperienze della musica colta europea, mostrando sintonie formali con il serialismo puntillista e con le micro-strutture teorizzate da autori quali Anton Webern. La condotta contrappuntistica del trio si spoglia di qualsiasi compiacimento geometrico tradizionale, orientandosi verso una disgregazione della pulsione ritmica costante in favore di una gestione instabile dello spazio acustico.
All’interno di questo disegno formale, le composizioni si articolano secondo criteri di spiccata asimmetria timbrica, alternando soliloqui solistici a episodi di dialogo serrato. Le cinque pagine musicali affidate al solo clarinetto di Giuffre, che mostrano una fisionomia del suono quasi vitrea, priva di vibrato, tesa a investigare le possibilità microtonali dello strumento mediante un controllo emissionistico raffinato. Nei duetti e nelle tracce realizzate a organico pieno l’interazione tra i tre musicisti non obbedisce alla prassi del supporto armonico, quanto a una logica di sviluppo molecolare. Paul Bley interviene manipolando la materia sonora con clusters asimmetrici e silenzi improvvisi, mentre Steve Swallow utilizza il registro grave del contrabbasso non per marcare il tempo, quanto per tracciare vettori d’equilibrio instabile. L’assenza di una sezione ritmica ortodossa permette ai tre esecutori di muoversi nel solco di una libertà agogica assoluta, in cui ogni microscopica variazione dinamica assume il valore di un evento strutturale autonomo. «Free Fall» ha evidenziato la natura profetica di tale assetto narrativo, anticipando di un decennio i codici espressivi dell’avanguardia nordeuropea e le successive catalogazioni estetiche della discografia continentale. La propensione del trio verso un rigore costruttivo privo di enfasi retorica allude a una sensibilità transatlantica, capace di fondere l’urgenza dell’improvvisazione estemporanea con la disciplina intellettuale della musica d’arte. Il concept di Giuffre e compagni sottrae il jazz alla dittatura del metro regolare e della progressione accordale precostituita, consegnando alla storia una trama espressiva di assoluta purezza, dove l’ascolto si traduce in un’indagine approfondita sulla natura stessa del fenomeno acustico e delle sue relazioni formali.
Il viaggio analitico all’interno della struttura formale dell’albumsi annuncia con l’esplorazione solitaria di «Propulsion», una pagina musicale in cui il clarinetto di Giuffre dichiara la propria autonomia metrica mediante l’adozione di un profilo acustico asciutto e spigoloso. La linea melodica si dirama a partire da piccoli nuclei intervallari che rifiutano la logica della risoluzione tonale, muovendosi piuttosto su micro-tensioni determinate da salti di registro repentini e da una condotta articolatoria che esclude il vibrato tradizionale. La micro-struttura geometrica si connette organicamente al successivo episodio solistico di «Threewe», dove il disegno formale si fa più frammentario e l’aura fonica dello strumento si arricchisce di sfumature microtonali ottenute tramite posizioni alternative delle dita, una tecnica raffinata che sposta l’asse dell’ascolto dalla progressione lineare alla pura consistenza fisica del suono. Nel tracciato evolutivo del disco, «Ornothoids» accentua questa tendenza all’astrazione molecolare, offrendo un soliloquio che allude alle geometrie della musica seriale attraverso l’uso di intervalli dissonanti e frasi recise, le quali trovano una naturale prosecuzione nel rigore costruttivo di «Dichotomy». Qui la la procedura si fa speculativa, quasi a voler sezionare la materia acustica prima che l’isolamento trovi il suo culmine espressivo in «Man Alone», una composizione che per mezzo di respiri calibrati e silenzi attivi trasforma l’assenza di un tessuto armonico sottostante in un elemento strutturale di straordinaria eloquenza. L’ingresso del contrabbasso di Steve Swallow ridefinisce l’equilibrio sintattico nei duetti, inaugurando una modalità di interazione cameristica fondata su una logica di simmetria instabile. In «Spasmodic», la condotta lineare del contrabbasso non supporta il clarinetto secondo la prassi del basso camminante, ma procede in contrappunto autonomo, dialogando con le frasi spezzate di Giuffre ed evitando le fondamentali degli accordi per gravitare attorno a centri politonali sfuggenti. Tale intesa si approfondisce nel tessuto cangiante di «Yggdrasill», componimento firmata da Carla Bley, in cui i due esecutori plasmano uno spazio acustico dominato da ampi intervalli di settima e di nona. Il disegno musicale si dipana sulla scorta di una costante variazione dinamica, dove il timbro grave del legno di Swallow e la velatura acustica del clarinetto si fondono in un tracciato espressivo privo di punti di ancoraggio tradizionali, anticipando il rigore costruttivo e la rarefazione timbrica di «Divided Man». In questo passaggio, la dialettica tra gli strumenti si fa ancora più serrata, esasperando la frammentazione ritmica in funzione di una totale libertà agogica.
La massima coerenza formale e la pienezza dell’impianto coesivo del trio si evidenziano infine nei componimenti a organico pieno, dove il pianoforte di Paul Bley interviene a scardinare ogni residuo impianto accordale. «Primordial Call» si concede all’ascolto come una complessa costellazione di eventi sonori estemporanei, in cui il pianismo analitico di Bley innesca clusters asimmetrici e risonanze interne alla cordiera, offrendo al clarinetto e al contrabbasso un ambiente sonoro non risolto, ricco di vettori di tensione geometrica. La ricerca tocca l’apice nel monumento conclusivo dell’album, «The Five Ways», una monumentale architettura improvvisativa di oltre dieci minuti in cui l’interplay tra i tre musicisti raggiunge una profondità speculativa assoluta. Il costrutto si articola in cinque distinte sezioni formali che si susseguono senza soluzione di continuità, muovendosi secondo la logica di una mutazione cellulare continua. Bley modella il flusso armonico sottraendo peso alla mano sinistra e concentrandosi su isolate intuizioni melodiche nel registro acuto, Swallow tesse orditi lineari sganciati da una pulsazione regolare, e Giuffre corona l’edificio sonoro fluttuando tra micro-intervalli e respiri trattenuti. L’assenza di un centro tonale fisso permette al trio di realizzare una sintesi perfetta tra l’estemporaneità del gesto jazzistico e il rigore intellettuale delle avanguardie storiche del Novecento, consegnando alla storia della musica una trama espressiva di ineguagliata purezza.

