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La voce profonda di Cassandra non proclama verità assolute, né prevede fatti tragici del futuro come la sua omonima di Troia nella mitologia greca, quindi non rischia di non essere creduta.

// di Marcello Marinelli //

«Run the Voodoo Down». Attraversando Miles, viaggiando per miglia tra i luoghi della memoria metaforica e quelli della memoria fisica. Con i miei auricolari Huawei FreeClip 2 attraverso il parco di Tor Tre Teste, mentre attraverso Cassandra che attraversa Miles che attraversa la storia della musica. Miglia attraversate tra territori e decenni che attraversano la storia. Con i miei auricolari, in compagnia di Cassandra Wilson e dei suoi molteplici attraversamenti, mi colloco qui e altrove, ad esempio a Central Park, a New York. Con «Run the Voodoo Down» questo attraversamento metropolitano ha il suo porco effetto. Ritmi tribali e metropolitani insieme. Il contrabbasso di Dave Holland, la batteria di Marcus Baylor e le percussioni di Jeffrey Haynes scandiscono il ritmo, ricordano la pulsazione della grande metropoli. I due chitarristi, Marvin Sewell e Kevin Breit, compagni di avventura, assecondano la pulsione ritmica, ricamando tra le pieghe del ritmo. Olu Dara evoca lo spirito di Miles. Cassandra, con la sua voce profonda e soffusa, ci introduce al rito voodoo. Siamo contemporaneamente nella periferia di New York, nelle campagne del Mississippi o in entrambi i posti. Il ritmo è infernale e la musica del diavolo è dietro l’angolo.

«Traveling Miles», un brano scritto da Cassandra Wilson, sintetizza l’epopea di Miles: «Born with the lightning and thunder», «Travelin’ miles / Crossing time / Shifting style», «You can hear him hummin’ on a country road», «Swingin’ through 7th Avenue / Underneath the city lights» («Nato tra fulmini e tuoni», «Macinando miglia / Attraversando il tempo / Cambiando stile», «Lo si sente canticchiare su una strada di campagna», «Mentre attraversa la Seventh Avenue / Sotto le luci della città») Tra la campagna e la metropoli, a spasso nel tempo e nella geografia, a spasso oltre che con Daisy anche con Cassandra e con Steve Coleman che, in questo peregrinare, suona il suo sax alto tra le parole su Miles. Sono cambiati i musicisti, ma il viaggio procede spedito come un pacco che deve raggiungere la destinazione. Il tono della cantante esplora la dilatazione del tempo. «Right Here, Right Now» evoca un’atmosfera rurale, quasi folk. Il brano è a nome di Cassandra Wilson e di Marvin Sewell, che suona anche la chitarra. Le immagini che scorrono nel mio cervello elaborano un percorso che Google Maps, con la sola forza del pensiero e della musica, localizzerebbe nello stato del Mississippi, intorno a Jackson, nel profondo Sud degli Stati Uniti. «Right here, right now», il «proprio qui, adesso», si traduce nel desiderio di non essere altrove fisicamente, perché non abbiamo il dono dell’ubiquità. Ma proprio qui, adesso, sto a casa mia, a Roma, nei dintorni di Jackson e nella testa di Cassandra Wilson: mi concedo uno sdoppiamento mentale momentaneo. Il movimento e la stasi come facce della stessa medaglia.

«Time After Time» parla di ricordi e precisamente di «una valigia di ricordi», e qui la fitta allo stomaco arriva intensamente. I ricordi si sovrappongono e creano strati di ricordi musicali ed extramusicali. La voce di Cassandra evoca Miles Davis, che evoca Cyndi Lauper, e tutti insieme evocano gli anni ’80, quando la magia della tromba di Davis inondava tutto e induceva il numeroso pubblico a un silenzio sacrale davanti all’interpretazione di questa bella canzone, quando si compiva il rito dell’ascolto attento e intenso. La voce di Cassandra Wilson è commovente nel riportare alla nostra memoria suoni e parole sedimentati nel tempo. Cassandra fa rivivere quella magia e la fa ridiventare attuale. Che emozione quando gli incastri musicali che scaturiscono dall’ascolto creano giri vorticosi. Proprio qui, adesso, come fosse ieri, a distanza di tempo e di spazio. «When the Sun Goes Down» è un brano scritto dalla cantante. Il tramonto porta con sé la fine del giorno, inghiottito dalla notte, e la cantante è una specialista del cantare il tempo ciclico quotidiano. Lonnie Plaxico, con i suoi giri di contrabbasso intorno al tramonto, sostiene, insieme all’armonica di Vincent Henry, alla chitarra di Marvin Sewell e alle percussioni di Jeffrey Haynes, questo trapasso temporale. «Seven Steps» e «Someday My Prince Will Come» sono l’omaggio più diretto al Miles degli anni ’60, solo che, nel «Seven Steps to Heaven», l’originale di Miles Davis e Victor Feldman, la cantante toglie «Heaven» dal titolo: forse pensava di finire all’inferno e incontrare il diavolo per cantare i blues.

«Seven Steps» è il brano più «jazz», nel senso comunemente inteso, e nell’esposizione del tema c’è anche una citazione di «Salt Peanuts». Interessanti sono gli interventi di Stefon Harris al vibrafono e Regina Carter al violino. «Someday My Prince Will Come» è una di quelle ballad tanto care a Miles, che la cantante rielabora mantenendone il pathos originale. «Never Broken – E.S.P.» continua nell’omaggio a Davis e a Shorter, autore del brano originale di quegli anni. «Every breath drawn in pain and pleasure»: la vita comprende inseparabilmente dolore e piacere. Il viaggio, on the road e on the head, della cantante percorre idealmente e sull’asfalto della U.S. Route 61 la Blues Highway. Come non ricondurre tutto allo yin e allo yang afroamericano? «Resurrection Blues – Tutu». Qui il tema della risurrezione è cantato e suonato in maniera strepitosa. In questo brano, uno dei più iconici scritti da Marcus Miller e inserito nell’album omonimo di Miles Davis, ‘Il popolo del blues’ ritrova le sue radici, riproponendole sempre in maniera diversa e creativa. La circolarità del blues in tutto il suo splendore. Cassandra canta: «The blues moves through / Resurrecting the old to new». «The songs slept inside you / Until you call them out» (Le canzoni dormono dentro di noi finché non le chiamiamo fuori.)

I miei auricolari Huawei mi fanno distinguere nettamente le linee del contrabbasso, le percussioni, le due chitarre, la marimba e la voce suadente della cantante. Passo disinvoltamente da uno strumento all’altro, isolo le linee dei singoli strumenti come fossi un mixer in sala di registrazione. Mi muovo mentalmente nell’America del Popolo del Blues ed è questa l’America che mi piace calpestare metaforicamente, nel senso di camminare. Marvin Sewell, con la sua chitarra, ulula le note blues e Cecilia Smith ricama con le note legnose della marimba e costruisce le trame sonore insieme al resto della compagnia. La voce profonda di Cassandra non proclama verità assolute, né prevede fatti tragici del futuro come la sua omonima di Troia nella mitologia greca, quindi non rischia di non essere creduta. Le parole di Cassandra Wilson si muovono per suggestioni ed emozioni. Non so se le radici ancestrali del jazz siano da ricercare nell’America caraibica, come qualcuno asserisce, ma la mia posizione inconscia mi posiziona nel sud degli Stati Uniti e lascio la disputa in mano agli studiosi. Con questo brano mi riconcilio con gli antenati presenti e futuri.

«Sky and Sea / Blue in Green». In questo peregrinare senza una meta e senza nessun obiettivo mi lascio trasportare da questa ballad malinconica tra cielo e terra, il blu nel verde. In questo brano incontro un viandante di antiche memorie ed esperto del traghettamento da luogo in luogo, sua maestà Pat Metheny, che si esprime con un solo della sua chitarra acustica, fatto di paesaggi transitori. «Piper», in duo con il suo fido Marvin Sewell, la cantante esprime, con una delicatezza sonora, la sua ammirazione per la musica e per Miles, chiamato Pifferaio. «Piper, play me a song to last all day long». Pifferaio, suonami una canzone che duri tutto il giorno. Non rompere l’incantesimo. Cassandra segue il pifferaio nel suo incantesimo, io seguo Cassandra che segue Miles che segue il suo estro: è tutto un itinerario magico. «Voodoo Reprise»: si finisce da dove si era iniziato, dall’energia della musica, come in un rito voodoo. In questa struttura circolare del tempo espresso in musica si ritorna in Africa, in compagnia di un’altra viandante d’eccezione: Angélique Kidjo. La lingua yoruba fa capolino e l’Africa torna a presidiare il territorio inconscio del materiale musicale di questo viaggio. Alla fine del viaggio potrei ricominciare da capo, perché il viaggio non finisce mai. Cara Cassandra Wilson, cari pifferai magici, che bello viaggiare in vostra compagnia. Che altro volere di più dalla vita? Forse un altro viaggio.

Cassandra Wilson

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