Diego Allieri con «Equilibri Precari»: il principio dell’instabilità nella scrittura pianistica
Allieri fa della condizione instabile una possibilità creativa e affida al pianoforte il compito di rendere udibile ciò che rimane sul limite fra presenza e latenza, fra memoria e attesa. Proprio in questa zona di indeterminatezza la sua musica trova una propria, riconoscibile eloquenza.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Diego Allieri affida a «Equilibri Precari» un’indagine in cui l’instabilità diviene principio generatore della scrittura. Il pianoforte si staglia in una zona di confine fra libertà jazzistica e rigore della musica colta del Novecento, facendo leva su risonanze, registri, dinamiche e nuclei tematici che modificano progressivamente la percezione della pagina musicale. L’interesse dell’autore non riguarda tanto la conquista di un equilibrio definitivo quanto quell’istante fugace nel quale elementi lontani trovano una provvisoria concordanza. «Equilibri Precari nasce dall’esigenza di fotografare quel preciso istante in cui elementi apparentemente distanti trovano una loro provvisoria e bellissima armonia», dichiara Allieri. L’immagine fotografica chiarisce la natura temporale del progetto: l’armonia evocata dal titolo rimane esposta al mutamento e proprio questa precarietà alimenta la ricerca. «Ogni traccia è un tentativo di abitare il dubbio e l’imprevisto», aggiunge il pianista, individuando nelle dissonanze e nei contrasti dinamici un terreno di dialogo con l’ascoltatore.
«Echi di una tempesta lontana» pone immediatamente il pianoforte in rapporto con un fenomeno naturale percepito a distanza. Pioggia e tuono non vengono imitati, bensì suggeriti mediante una velatura acustica nella quale il silenzio acquista una funzione espressiva precisa. Il fenomeno atmosferico rimane fuori campo e la sua presenza affiora dalle risonanze, dalle dinamiche e dalla distribuzione dei registri. «Preludio di veglia apparentemente» restringe il campo percettivo e fa affiorare una condizione d’attesa. L’avverbio «apparentemente» incrina la quiete annunciata dal titolo, lasciando intravedere movimenti ancora latenti. La composizione trova così il proprio equilibrio sintattico nella distanza fra ciò che emerge all’ascolto immediato e ciò che rimane sottotraccia. Con «Abisso» la scrittura scende verso i registri più gravi, dove il pianoforte acquista una fisionomia più materica. Le risonanze amplificano la percezione dello spazio acustico e il suono sembra acquistare peso fisico. Sulla scorta di alcune esperienze della musica novecentesca, la tastiera viene considerata non soltanto come sorgente melodica e accordale, ma anche come corpo risonante nel quale frequenze, intervalli e decadimenti diventano materia compositiva. «Flusso isolato» porta l’ascolto verso una mobilità più sottile. Il flusso stabilisce continuità, l’isolamento apporta invece una frattura percettiva. Da siffatta relazione nasce un equilibrio instabile nel quale nuclei sonori, registri e dinamiche si rigenerano senza perdere la propria riconoscibilità. Il disegno armonico procede per variazioni e spostamenti, mantenendo una leggibilità che non coincide con la semplice ripetizione. «Veglia apparentemente» riprende un’immagine già incontrata e la restituisce con una diversa valenza. La reiterazione del titolo enuncia una tipologia di memoria insita nel progetto, mentre la quiete lascia affiorare vibrazioni trattenute e movimenti sotterranei. Allieri concentra l’attenzione su ciò che precede l’evento manifesto, affidando alla tessitura espressiva una funzione percettiva essenziale. «Maree latenti» porta l’indagine nel dominio dell’acqua. La marea dà il senso della periodicità, accumulo e rarefazione, dispensando un modello temporale in cui il moto può procedere senza una traiettoria lineare. La trama sonora si organizza per variazioni progressive, con masse che acquistano o perdono consistenza e con un’energia che rimane a lungo sotto la superficie. «Cronaca di un risveglio» conduce infine verso una maggiore definizione del materiale tematico. I primi movimenti emergono gradualmente e la luce evocata dal titolo si coagula mediante una progressiva modificazione della materia sonora, conservando il ricordo delle zone oscure precedenti e restituisce al percorso una fisionomia complessiva in cui ogni episodio trova il proprio posto.
L’impianto coesivo di «Equilibri Precari» nasce dalla relazione fra queste immagini e dalla continuità dei procedimenti pianistici. Allieri connette fase estemporanea e disciplina compositiva, dissonanza e consonanza, suono e silenzio, permanenza e mutamento. La sua dizione strumentale non mira all’effetto spettacolare, preferendo lavorare sulle risonanze, sulla distribuzione dei registri e sulle modificazioni dinamiche. Ne deriva una scrittura non prevedibile, dove la libertà del jazz convive con un rigore costruttivo di matrice colta. La precarietà diviene così il vero fulcro del progetto. Ciascun passaggio sonoro sembra trattenere l’equilibrio per un istante, prima che un intervallo, una dinamica o una risonanza ne modifichi la fisionomia. Allieri fa della condizione instabile una possibilità creativa e affida al pianoforte il compito di rendere udibile ciò che rimane sul limite fra presenza e latenza, fra memoria e attesa. Proprio in questa zona di indeterminatezza la sua musica trova una propria, riconoscibile eloquenza.

