La rigenerazione shorteriana, la sottrazione strutturale e il silenzio plastico in «Infant Eyes» di Gigi Sella & Paolo Vianello (Caligola Records, 2026)
La coerenza che innerva l’intero lavoro dimostra come la prassi improvvisativa possa raggiungere vette di assoluto equilibrio sintattico senza sacrificare la freschezza dell’interazione estemporanea.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Prima di addentrarsi nella specifica analisi del lavoro di Gigi Sella e Paolo Vianello è d’uopo tracciare le coordinate storiche entro cui s’iscrive l’ardita scelta del duo cameristico privo di sezione ritmica. Nell’evoluzione del jazz moderno, l’elisione del contrabbasso e della batteria non rappresenta una mera sottrazione strumentale, ma sancisce – o per meglio dire, delinea- una radicale riorganizzazione dello spazio acustico, dove il silenzio cessa di essere mero sfondo per farsi materia plastica e strutturale.
Il solco storico di questa peculiare prassi esecutiva trova un archetipo imprescindibile nelle classiche incisioni in duo degli anni Settanta. Si pensi alle pionieristiche collaborazioni tra Bill Evans e Tony Scott, o ancora al sodalizio tra il sassofonista Lee Konitz e il pianista Martial Solal, in cui la totale assenza di un ancoraggio metrico esplicito costringeva gli interpreti a una costante rinegoziazione del tempo interiore. In seno a tale orizzonte linguistico, la cellula fondamentale dell’interplay si sposta dalla sottomissione a una pulsione ritmica data alla co-creazione di un fluire temporale elastico, dove la scansione agogica si fa flessibile e l’architettura formale si regge interamente sulla dizione delle singole voci. Sulla scorta di questi illustri precedenti, l’adozione della formula a due elementi per indagare il repertorio di un costruttore di forme del calibro di Wayne Shorter assume una rilevanza critica non comune. Se le partiture originali dell’artista statunitense nascevano per i grandi ensemble o per storici quintetti ritmicamente opulenti, la loro spoliazione cameristica ne rivela l’essenza melodica e armonica più pura. Una scelta radicale, che lungi dal depotenziare la spinta propulsiva dei componimenti, ne esalta la fisionomia più intima, costringendo il soffio del sassofono e il disegno pianistico a farsi carico, vicendevolmente, di ogni minima variazione dinamica e strutturale.
«Infant Eyes» su etichetta Caligola Records, mette in risalto la felice collaborazione cameristica tra il sassofonista Gigi Sella e il pianista Paolo Vianello. Il progetto si qualifica quale lucida e rigorosa indagine monografica intorno all’opera di Wayne Shorter, focalizzando l’attenzione ermeneutica soprattutto sulla produzione degli anni Sessanta, stagione d’oro in cui il geniale compositore statunitense tracciava le linee di sviluppo del jazz moderno tra la militanza nei Jazz Messengers di Art Blakey e lo storico quintetto di Miles Davis. La scelta di eliminare la sezione ritmica si rivela un’opzione estetica di rara lungimiranza. I due musicisti veneti, forti di una solida background e sorretti da un’identità fonica complementare, impostano un dialogo in cui lo spazio e il silenzio non fungono da semplici elementi di cesura, ma si ergono a cardini strutturali della narrazione. Sulla scorta di un lungo lavoro di concertazione e di un reciproco ascolto microscopico, il duo modella la materia shorteriana per mezzo di un andamento sintattico trasparente e di una lettura intimistica che valorizza l’architettura dei singoli componimenti. Nel percorrere la scaletta dell’album, che attinge a capolavori storici registrati per l’etichetta Blue Note quali «Night Dreamer» e «Speak No Evil», emerge un rigore costruttivo che esclude qualsiasi retorica virtuosistica. In pagine di straordinario lirismo come la title-track, «Infant Eyes», o l’avvincente ballad «Ana Maria» – unica felice eccezione cronologica tratta dal capolavoro del 1975 «Native Dancer» – la dizione strumentale di Gigi Sella al sassofono soprano si connota per un’aura fonica tersa, che unisce un calore espressivo quasi vocale a un controllo microtonale di assoluta precisione. Il pianoforte di Paolo Vianello sostiene e illumina il disegno melodico con estrema finezza armonica, facendo dialogare la tastiera in contrappunto con il solista e strutturando l’ordito accordale attraverso una tavolozza dinamica accorta e sensibile. Nelle composizioni caratterizzate da un impianto formale più dinamico, tra cui si segnalano «Black Nile» e «Limbo», l’assenza del supporto di contrabbasso e batteria non indebolisce la spinta ritmica, che si organizza temporalmente grazie a una scansione elastica e a una sapiente gestione degli accenti. Vianello, forte di un profilo espressivo versatile che spazia dal jazz colto alla canzone d’autore, evidenzia una dizione pianistica limpida e tecnicamente raffinata, mentre Sella mostra un lirismo asciutto e penetrante. La fusione tra il corpo risonante del soprano e il profilo acustico del pianoforte evoca l’equilibrio instabile e la leggerezza lineare di alcune sculture metalliche di Fausto Melotti, dove lo spazio vuoto circostante diviene parte integrante dell’opera stessa.
La coerenza che innerva l’intero lavoro dimostra come la prassi improvvisativa possa raggiungere vette di assoluto equilibrio sintattico senza sacrificare la freschezza dell’interazione estemporanea. Attraverso questo rigoroso e sentito omaggio, Gigi Sella e Paolo Vianello non si limitano a rievocare il magistero di Wayne Shorter, ma ne offrono una prospettiva cameristica originale, consegnando alla letteratura critica una pagina sonica di notevole spessore speculativo.

