Charles Mingus

Charles Mingus / Milano 1970 / Foto Roberto Polillo

// di Aldo Gradimento //

Charles Mingus – Umbria Jazz Festival – 1974

Dopo il suo arrivo a Perugia, in un servizio della RAI dell’epoca, Mingus viene raccontato così: A chi gli chiede che cosa pensi del jazz, Mingus risponde: «Io non ci penso amico, io lo faccio e basta, l’ho sempre fatto senza pensare a cosa succedeva, Perché secondo te succede qualcosa?» Così è Charles Mingus, imprevedibile, inafferrabile; non si riesce mai a capire se scherza o se fa sul serio. Nelle interviste come nei titoli dei suoi dischi: «Pitecantropus Erectus» (tutto quello che tu saresti oggi se la moglie di Sigmund Freud fosse stata tua madre), oppure «Mingus Minga Mingum», come nella sua autobiografia pubblicata di recente, una lacerante e ironica autoconfessione dove dice: «In me ci sono tre uomini: in mezzo uno indifferente, impassibile, che osserva e attende; il secondo è un animale impaurito che attacca per paura di essere attaccato; poi c’è un uomo dolce e amabile, troppo amabile, che incassa insulti, che ha fiducia, firma i contratti senza leggerli, si lascia convincere a lavorare sottoposto o gratis, e quando si accorge che l’hanno strumentalizzato, ha voglia di uccidere e di distruggere tutto, compreso se stesso, per punirsi di essere stato così stupido».

Mingus è nato nel 1922 a Nogales in Arizona. A otto anni scelse di suonare il trombone ma il padre lo convinse a preferire il violoncello che Charles suonò fino a 17 anni, quando un amico, Buddy Collette, lo invitò ad entrare nel proprio club a patto che imparasse a suonare il contrabbasso. «Tu sei nero», gli disse. «E per quanto talento tu abbia non riuscirai mai nel classico. Se vuoi suonare, suona uno strumento nero». Così Mingus decise per il contrabbasso. «Quando comincerò veramente a saper suonare», disse allora. «Vedrete un grosso uomo con un grosso basso che quando vorrà vi farà sentire una viola. La sua viola magica, acuta come un violino e grave come un contrabbasso. Uno strumento libero dalla confusione degli armonici gravi, i cui pizzicati avranno la chiarezza di una nota suonata da Segovia».

Gianni Minà intervista Charles Mingus (1976) / (Tratta da un filmato RAI)

A. Gianni Minà: «Caro Arbore, siamo al Music Inn, un locale che credo tu conosca molto bene. Qui si fa jazz e non ci sono molti locali così a Roma, anche se adesso le cose vanno un po’ meglio, anche nel resto d’Italia. È una musica che ha faticato a farsi conoscere, e tu lo sai bene quanto me. Questa sera, però, abbiamo un ospite che forse può aiutare il pubblico ad avvicinarsi a questa musica. In questo Paese, infatti, non si è sempre insegnato alla gente come ascoltarla e comprenderla: qualcuno la chiama ancora semplicemente “musica americana” o qualcosa del genere Il mio inglese, come sai, non è molto buono: lo capisco, ma non lo parlo. Parlerei un inglese di broccolino, come si dice. Per parlare con Charlie Mingus ho qui la signora Ungaro, che credo rappresenti anche Mingus in Italia. La domanda che vorrei porre a Charlie Mingus è questa: come può il suo jazz, la sua musica, diventare la colonna sonora di un mondo, di una storia, di un romanzo come Todo modo?».

B. Charles Mingus: «Perché sono italiano. La mia musica è italiana e agli italiani piace. Ho suonato a Perugia, Pescara, Bologna, Milano e adesso sono a Roma. Tutti questi luoghi rappresentano una certa atmosfera. La mia è soprattutto una musica emozionale, e gli italiani sono emozionali.»

A. Gianni Minà: «Lei ha letto Todo modo?»

B. Charles Mingus: «Sì.»

A. Gianni Minà: «Che cosa pensa di quell’Italia?»

B. Charles Mingus: «Mi piace. Penso che il film farà un sacco di soldi. Mi sento vicino a un film come questo.»

A. Gianni Minà: «È un film in cui, alla fine, muoiono tutti. Le faccio allora una domanda: spero che colga il senso di quello che voglio dire. Lei appartiene a una certa America, Todo modo racconta una certa Italia, cioè non quella che appare a una prima occhiata. Come è entrato in quell’atmosfera?»

B. Charles Mingus: «Io appartengo agli esclusi. Gli italiani, i messicani e i neri d’America sono degli underdogs, degli emarginati. Gli irlandesi, invece, hanno preso un’altra strada. Italiani, neri, messicani ed ebrei sono gruppi distinti, ma vivono sempre insieme. Amano ritrovarsi con gli italiani e con gli ebrei, bere una birra… Com’era la domanda? Ah, sì. Mi identifico con loro. Con gli italiani condividiamo gli stessi ideali di vita, lo stesso modo di inserirci nella società, o almeno di cercare di farlo.»

A. Gianni Minà: «Vorrei sapere come spiegherebbe la sua musica, il suo jazz, a qualcuno che si avvicina adesso a questo genere e vorrebbe capire il suo mondo.»

B. Charles Mingus: «La mia musica parla molti linguaggi diversi. È difficile spiegarla. È emozione nel momento in cui la scrivo; è emozione quando George la suona; è emozione quando Jack esegue i suoi assoli; è emozione anche quando il pianoforte entra in scena. E Danny… Danny è il battito del mio cuore: è lui che fa camminare la mia musica. Senza di lui smetto di suonare. Quanti momenti abbiamo vissuto insieme a New York! Non credo che se ne andrà… a meno che non gli offrano un lavoro in un gruppo rock.»

A. Gianni Minà: «Vorrei sapere come è nato il suo rapporto con quel grande strumento, il contrabbasso. Com’è cominciato questo matrimonio? E quanto hanno influito gli avvenimenti della sua vita sul suo modo di suonare e sulle scelte musicali, sulle cose che ha voluto scrivere e interpretare?»

B. Charles Mingus: «Sofferenza. Povertà. Povertà e sofferenza. Avevamo sempre bisogno di soldi. E poi c’erano i problemi con le donne».

(Traduzione: Irma Sanders)

Charles Mingus

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