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Il valore del progetto si rivela proprio nel paradossale magistero dell’imprevisto, atto a tramutare il silenzio e la decostruzione in categorie della conoscenza. La traiettoria di Enrico Intra non si chiude con una sintesi pacificata, lasciando piuttosto aperto un interrogativo sul futuro della prassi improvvisativa, intesa non quale genere o codice consolidato, ma come perenne attitudine alla libertà intellettuale.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Enrico Intra, intellettuale e operatore culturale di solida formazione, ha dedicato un’intera esistenza all’indagine del «nuovo», nell’intento di sottrarre la prassi estemporanea alle maglie di quei codici formali che tendono a istituzionalizzare l’originaria istanza eversiva della musica d’arte. L’occasione per riflettere su questa persistente urgenza metodologica si è manifestata nel dicembre del 2025, cornice temporale che ha visto l’artista milanese impegnato a Roma sia all’interno degli studi d’incisione dell’etichetta AlfaMusic, sia sul palcoscenico della Casa del Jazz, istituzione che ha accolto con sincera partecipazione l’opportunità di celebrare il novantesimo genetliaco del pianista. La declinazione dal vivo del materiale registrato si è strutturata secondo una prassi maieutica fondata sul dialogo transgenerazionale e sulla radicale condivisione dell’atto espressivo, coinvolgendo cinque giovani strumentisti in una serie di rigorosi microscopici insiemi sonori.

L’assetto narrativo predilige la dimensione cameristica del duetto e del trio, formule euristiche ideali per eludere le strutture stereotipate e concentrare l’indagine sulla pura fisionomia del suono. Sulla scorta di questo input concettuale, il pianista ha attivato un fecondo interscambio con la voce di Lucia Filaci, la tromba di Giacomo Serino, il sassofono di Vittorio Cuculo, il contrabbasso di Arabella Rustico e la batteria di Daniel Besthorn. Se l’episodio sonoro d’apertura, affidato alla solitudine tastieristica di «Time Tai Chi», impone fin da subito un profilo acustico magnetico, lo sviluppo successivo della performance si muove lungo l’asse dell’elaborazione in tempo reale, per culminare in un congedo per sestetto che Intra abbandona anzitempo, gesto di profonda valenza pedagogica che riafferma il primato metodologico dell’insegnamento rispetto alla centralità dell’autore. La logica strutturale di questi incontri sonori attiva analogie speculari con le prassi operative della libera improvvisazione europea, evocando in particolare le intuizioni radicali espresse a suo tempo dal chitarrista britannico Derek Bailey, teorico di una tabula rasa metodologica in cui il bagaglio tecnico pregresso deve essere istantaneamente decostruito per fare spazio all’imprevisto. I giovani partner, incalzati da un pianismo aperto e al contempo perentorio, si trovano costretti ad abbandonare ogni cliché idiomatico per sintonizzarsi su un ordine interno non prestabilito. In composizioni quali «Improvvisazione Altra?», la scelta formale consiste nel lasciare i disegni armonici in un equilibrio instabile, quasi che le strutture avessero esaurito la propria spinta propulsiva lasciando dietro di sé un’aura fonica che permane nei sensi dei presenti, dinamica fenomenologica chiaramente percepibile nel finale di «InDa».

L’andamento sintattico della maggior parte delle pagine in catalogo si connota per una stringente brevità, con l’eccezione del disegno acustico di «Roma 1», composizione in cui la dizione strumentale si fa splendidamente percussiva. Il minimalismo temporale coincide con una straordinaria intensità espressiva, laddove l’idea musicale divampa con l’immediatezza di un’intuizione folgorante e si dissolve senza attendere una lenta consunzione. L’equilibrio sintattico della tracklist distribuisce i pesi formali assegnando una netta prevalenza al trio in episodi come «Dodici», «InViL» e «Roma 7», mentre i duetti mostrano soluzioni di sdoppiamento esecutivo particolarmente fertili, evidenti nell’inedito apporto vocale dello stesso Intra in «InDa» o nell’intervento solistico e percussivo sulla cordiera del pianoforte in «ArabIn». Un discorso analitico a sé richiede «InGiac», componimento in cui la scrittura si tramuta in pura poesia destrutturante, un orizzonte linguistico entro cui Giacomo Serino mostra una plasticità reattiva di alto valore critico, rimodellando la propria pronuncia nell’atto stesso di interfacciarsi con le sollecitazioni pianistiche. Nel solco della medesima disponibilità intellettuale si muovono tutti i componenti del gruppo, sino a ricalibrare i contorni dell’intero tracciato interpretativo. In seno a un catalogo che accoglie anche la nobile austerità dei soli pianistici di «Per un amico» e «Roma 10», l’opera si arricchisce infine di una preziosa appendice storica con la traccia bonus «Vector 1056», firma d’autore in cui l’alto sax di Gianluigi Trovesi e il flicorno di Franco Ambrosetti suggellano un percorso di assoluto rigore costruttivo, specchio fedele di una visione dell’arte che rifiuta i compromessi della divulgazione generica per farsi magistero vivente.

Il disco impone una riflessione sulla natura stessa del lascito artistico. L’aspetto cruciale risiede nella ridefinizione della figura del Maestro, il quale cessa di essere depositario di un sapere ortodosso per farsi promotore di una costante trasgressione epistemologica. L’operazione non punta alla celebrazione di un canone, ma alla sua sistematica scomposizione, dimostrando come la maturità speculativa possa coincidere con un rinnovato stato di urgenza creativa. In quest’ottica, la collaborazione cessa di essere un benevolo mecenatismo e si rivela come una necessità strutturale: il contatto con la giovinezza strumentale diventa il metodo speculare per spogliare la materia da ogni sedimentazione accademica. Il valore ultimo del progetto si rivela proprio nel paradossale magistero dell’imprevisto, atto a tramutare il silenzio e la decostruzione in categorie della conoscenza. La traiettoria di Enrico Intra non si chiude con una sintesi pacificata, lasciando piuttosto aperto un interrogativo sul futuro della prassi improvvisativa, intesa non quale genere o codice consolidato, ma come perenne attitudine alla libertà intellettuale.

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