BillFrisell_Roma

La discrezione e la sobrietà del leader non lasciano spazio a vuoti di personalità; al contrario, la sua è una presenza che non si impone come tratto narcisistico, ma emerge con naturalezza e circospezione. Sostiene Bill Frisell : «Cerco sempre di togliere il superfluo per arrivare al cuore, all’essenza stessa del brano».

// di Marcello Marinelli //

Mi piace la Casa del Jazz. Questa villa, denominata Villa Osio dal nome del suo primo residente e fondatore nel 1930, Arturo Osio — primo presidente della Banca Nazionale dell’Agricoltura —, è poi passata nelle mani del boss Enrico Nicoletti, entrando nella leggenda della malavita romana legata alla Banda della Magliana. Ancora lo scorso anno è stata al centro dell’attenzione degli inquirenti per alcuni scavi effettuati all’interno del giardino, nella speranza, vana, di ritrovare le spoglie del giudice Adinolfi o di Emanuela Orlandi; storie drammatiche avvenute nei lontani anni ’80 e ’90. Un posto di una bellezza straordinaria che racchiude un pezzo di storia recente, anzi di mala storia, e che per nostra fortuna è stato riconsegnato alla città come centro culturale specializzato nella musica jazz. Un motivo di orgoglio per una Roma che ogni tanto, tra le varie problematiche, offre anche segni di vitalità e di eccellenza. «Roma nun fa la stupida stasera», cantava Lando Fiorini molti anni fa, e quando la città si anima di musica, arte e cultura la stupidità non fa capolino. La Casa del Jazz contribuisce a questa impresa. In questa meravigliosa cornice romana stasera tocca al Bill Frisell Trio, con l’aggiunta di Greg Tardy, animare la serata.

La creazione artistica può assumere forme diverse. Ci sono gruppi tipo all star che si radunano per un disco o per un’occasione speciale e cercano di innescare il processo creativo all’istante, delegando la riuscita finale alla magia e all’abilità dei singoli musicisti. Oppure, come in questo caso, la tessitura e la creatività vengono costruite con il consolidamento del ménage artistico nel corso degli anni, sul lungo periodo. La frequentazione musicale contribuisce all’interplay: più ci si conosce e si suona insieme, più diventa facile far scaturire l’alchimia. La consuetudine aumenta le possibilità di raggiungere un amalgama e un’espressività comune superiori. Si può privilegiare la sola bravura del singolo a prescindere dal risultato complessivo, oppure, come stasera, unire le capacità individuali a quelle del gruppo inteso come unico organismo. Dalle prime note capisco che sarà un bel concerto: la buona serata si vede dal tramonto. Il gruppo non esprime una potenza muscolare, non evidenzia una robustezza sonora d’impatto, ma l’energia che sprigiona – per quanto soffusa – è di notevole spessore. I brani si susseguono come in una suite, tutti legati da un unico flusso sonoro. Un dj invisibile mixa le tracce che, pur nutrendosi di influssi diversi, costituiscono una trama comune. Sembra musica per film. La mia fantasia immagina uno schermo dietro al palco su cui scorre un video coordinato alla musica del quartetto. Immagino di vedere scorci d’America: sprazzi di Midwest, il Sud degli Stati Uniti, agglomerati urbani. Ci sono tante Americhe, ma le immagini che vedo scorrere dietro le note sono bellissime. Questa è l’America che mi piace. Country, blues, jazz, bluegrass, pop e avanguardia si mescolano con sapienza e con quel tocco originale che solo la sua chitarra sa sprigionare.

Il suono di Bill Frisell è una voce riconoscibilissima: può non piacere, ma non può non essere riconosciuta. Bill Frisell uno e trino, la Santissima Trinità al potere. Il suo modo di accompagnare e di improvvisare è un intreccio di elementi che si intersecano, si scambiano e si sovrappongono. Il chitarrista è un maestro assoluto di composizione e arrangiamento: sebbene scarno, il suo modo di suonare riempie l’etere di intensità. Il vuoto e il pieno concorrono al sound generale, creato ad arte dal leader e dai suoi compagni d’avventura. Thomas Morgan al contrabbasso e Rudy Royston assecondano e si compenetrano nel suono del leader, formando un’unica entità sonora. La semplicità del folk, il calore del blues, la complessità del jazz e l’imprevedibilità dell’avanguardia vengono dosate come in una pozione magica. Al trio si aggiunge la voce di Greg Tardy che, a dispetto del nome, non si è fatto attendere ed è arrivato puntuale. Tutti i musicisti sono contemporaneamente solisti e accompagnatori: non c’è un confine netto tra i due ruoli e questo rende il percorso sonoro dell’ensemble estremamente interessante e originale. Dal vivo il gruppo non indugia troppo sull’aspetto contemplativo e malinconico che talvolta emerge dai dischi. In questo concerto non ci sono cali di intensità o di tensione narrativa. La discrezione e la sobrietà del leader non lasciano spazio a vuoti di personalità; al contrario, la sua è una presenza che non si impone come tratto narcisistico, ma emerge con naturalezza e circospezione. Sostiene Bill Frisell : «Cerco sempre di togliere il superfluo per arrivare al cuore, all’essenza stessa del brano».

È esattamente questa la cifra stilistica del Nostro: questa frase riassume la sua musica. E quanto mi piace raggiungere l’essenza di qualcosa, o perlomeno tentare di farlo. Bill Frisell cerca di arrivare al nucleo di un brano, e io insieme a lui cerco di carpire, di sfiorare l’essenza della vita espressa dalla musica, cercando di intuirne il lato misterioso e fuggente. E cosa c’è di meglio della musica per provare a cogliere il lato seducente e caduco dell’esistenza nel suo continuo manifestarsi? In questo gioco di rimandi tra la musica e la vita me ne torno a casa con il mio fido scooter, con la consapevolezza di aver assistito a un evento degno di essere vissuto. Roma, anche stasera, nun ha fatto la stupida.

Bill Frisell

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