Armaroli / Schiaffini 6tet con «Monkian Florilegio»: l’ordine dell’asimmetria (Dodicilune, 2026)
Più che un tributo, «Monkian Florilegio» appare dunque come un esercizio di attraversamento critico. La scrittura di Monk viene osservata da angolazioni inconsuete, scomposta nei suoi elementi costitutivi e successivamente ricomposta secondo assetti che ne amplificano la complessità.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’universo monkiano continua a costituire per Sergio Armaroli e Giancarlo Schiaffini non tanto un repertorio da frequentare quanto un dispositivo critico attraverso il quale interrogare la natura stessa della forma jazzistica. «Monkian Florilegio», quarto capitolo di un itinerario avviato nel 2021, si colloca in una linea di continuità che evita qualsiasi atteggiamento celebrativo per concentrarsi sulle straordinarie potenzialità trasformative custodite all’interno della scrittura di Thelonious Monk.
Lontano da ogni intento filologico, il sestetto affronta queste pagine come materia aperta, sottoponendole a un processo di continua ridefinizione prospettica. Ciò che emerge non riguarda la semplice rilettura di alcuni classici monkiani, quanto la messa in discussione dei loro assetti interni, delle loro simmetrie apparenti e delle tensioni che ne sostengono l’architettura. L’operazione conserva intatta la riconoscibilità del materiale originario, pur collocandolo all’interno di una rete di relazioni timbriche e fraseologiche che ne modifica sensibilmente il profilo. La presenza del violino e della voce contribuisce in maniera sostanziale a questa riconfigurazione. Soprattutto il canto introduce una qualità sospensiva che raramente appartiene alla tradizione interpretativa di Monk. Non si tratta di un elemento narrativo sovrapposto al tessuto strumentale, ma di una componente che interviene direttamente sull’equilibrio delle densità, favorendo la comparsa di zone di ambiguità espressiva e di una sottile inquietudine percettiva. Tale condizione si propaga lungo l’intero impianto sonoro, trovando corrispondenza in una superficie accordale costantemente instabile, attraversata da attriti, slittamenti e polarità mai completamente risolte, grazie a un ensemble che sa come intercettare le indicazioni della partitura: Sergio Armaroli vibrafono, Giancarlo Schiaffini trombone, Emanuele Parrini violino Giulia Cianca voce, Giovanni Maier contrabbasso, Urban Kusa, batteria e Francesca Gemmo special guest al piano.
Da questo punto di vista «Round About Midnight» e «Monk’s Mood» assumono una fisionomia estremamente significativa. Le due composizioni sembrano perdere ogni residua dimensione elegiaca per orientarsi verso un clima di vigile sospensione, nel quale il materiale melodico appare continuamente trattenuto, quasi osservato dall’interno. L’attenzione si concentra meno sul tema e più sulle tensioni che ne regolano il comportamento, sui margini, sulle zone di attrito e sulle pieghe meno evidenti della scrittura. Perfino «Functional» e «Ruby My Dear» beneficiano di una lettura che privilegia la mobilità delle relazioni rispetto alla definizione dei contorni. Le linee procedono secondo una logica di progressivo decentramento, mentre l’articolazione dell’ensemble distribuisce le funzioni senza mai stabilizzare gerarchie definitive. Ne deriva una tessitura nella quale il materiale conserva una notevole elasticità pur mantenendo una forte coerenza interna. Particolarmente riuscita appare la scelta di accostare pagine strettamente associate all’universo monkiano a «Darn That Dream», la cui presenza amplia il quadro di riferimento senza alterarne l’unità estetica. Il passaggio risulta perfettamente integrato all’interno dell’economia generale del disco e contribuisce ad evidenziare quanto il lavoro di Armaroli e Schiaffini riguardi soprattutto una modalità di pensiero musicale più che un semplice omaggio autoriale. Il brano originale di Sergio Armaroli, «Monkian Florilegio #2 (from Chordially)», occupa in questo contesto una posizione strategica. Più che una parentesi compositiva, appare come una riflessione interna al progetto stesso, una sorta di osservazione ravvicinata dei meccanismi che regolano l’universo monkiano. Non vi si coglie alcuna tentazione imitativa; emerge piuttosto una consapevolezza profonda delle logiche intervallari, delle asimmetrie e delle tensioni che attraversano l’opera del pianista americano. La conclusione affidata al pianoforte solo di Francesca Gemmo assume infine il valore di una coda riflessiva, quasi una rarefazione conclusiva della materia precedentemente elaborata dall’ensemble. Un epilogo misurato, privo di enfasi, che restituisce all’ascoltatore il nucleo essenziale di una musica capace ancora oggi di generare interrogativi e prospettive inattese.
Più che un tributo, «Monkian Florilegio» appare dunque come un esercizio di attraversamento critico. La scrittura di Monk viene osservata da angolazioni inconsuete, scomposta nei suoi elementi costitutivi e successivamente ricomposta secondo assetti che ne amplificano la complessità. Un lavoro che individua nella mobilità della forma, nella permeabilità delle strutture e nella continua ridefinizione delle tensioni interne il terreno privilegiato per misurarsi con uno dei linguaggi più influenti del Novecento jazzistico.

