DollarBrand

Dopo essermi trasferito mentalmente almeno per la durata del disco nell’epopea sudafricana ritorno nella civile Europa sperando che contribuisca ad allontanare le nubi nere che gravitano nel nostro malconcio mondo; con la musica e la danza il miracolo può accadere.

// di Marcello Marinelli //

Questa è una raccolta del pianista sudafricano, diversamente potremmo chiamarla selezione di brani o più modernamente compilation. C’è una definizione ancora più attuale: track-list. Ora questo termine, tanto in voga in epoche più recenti, potrà fare orrore a qualcuno, magari prevenuto a priori nei confronti di tutto ciò che gira intorno alla parola compilation.

Non bisogna demonizzare nessuna parola quindi nemmeno questa. Compilation viene dal latino compilatio, un sostantivo declinato al femminile che significa raccolta, ma nel latino classico assume significati diversi tipo saccheggio o plagio di un’opera letteraria, dal verbo compilare che vuol dire saccheggiare e mettere insieme. Forse sarà il riferimento all’idea di un saccheggio che il termine a qualcuno risulta indigesto. Come se estrapolare da un contesto, ad esempio una composizione inclusa in un disco, mettendola all’interno di un altro, dove compaiono brani di un unico o più artisti, risulterebbe sacrilego inficiandone la qualità del contenuto stesso. In alcune circostanze tale obiezione risulta sensata, tanto che la raccolta rischia diventare un’accozzaglia o un insieme eterogeneo senza una logica, in questo caso abbiamo a che fare con uno zibaldone, anche se c’è zibaldone e zibaldone (Leopardi docet). In ogni caso, il desiderio di riunire, nel senso di raccogliere, ha perso la valenza negativa divenendo neutra. Per intenderci, esistono raccolte buone o cattive a seconda della propria visione della musica. L’antologia e lo zibaldone sono nate con i testi. Antologia significa letteralmente raccolta di fiori ed è un mettere insieme varie contenuti in maniera ordinata e logica, mentre zibaldone significa ammassare insieme senza un nesso, alla rinfusa e in maniera casuale.

Poi con il vinile sono apparsi i Greatest Hits di ogni singolo artista e le raccolte per strumento, genere o periodo storico. In alcuni casi sono benedette queste raccolte perché danno una panoramica, seppur parziale, su un artista. Personalmente accanto all’acquisto delle opere del singolo artista ho sempre benvoluto i dischi compilation per farmi un’idea di un artista che non conosco. Apprezzo questo tipo di pubblicazioni da edicola. Alcune mi sono piaciute e altre no e tramite questi ascolti ho scelto di seguire in maniera più approfondita un musicista rispetto ad altri. Questa dedicata a Abdullah Ibrahim mi ha fatto «tanto bene assaie, ma tanto tanto bene sai, è una catena ormai e scioglie il sangue dint’ ‘e vene sai». Come? Sto esagerando con l’introduzione? La sto facendo lunga? Se siete arrivati fino a qua siete già a buon punto. Che avete da fare? Avete il sugo sul fuoco? Prendetevela comoda e rilassatevi. Come? Vi sto irritando con queste frasi fuori luogo? Non vi state rilassando per niente? Mi dispiace ma è così che mi disegnano come Jessica Rabbit. Questa era una divagazione che mi potevo risparmiare ma non sono taccagno. Non sono per niente spiritoso? Vabbè allora fate finta che queste frasi non ci siano e passate subito al capitoletto sottostante.

Abdullah Ibrahim (nome adottato dopo la conversione all’islam nel 1968) noto anche come Dollar Brand, per molti erroneamente il suo vero nome. In realtà l’anagrafe riporta Adolph Johannes Brand. Dollar nacque dal fatto che a Città del Capo, luogo in cui Brand era nato, amava scambiare o comprare in dollari i dischi jazz dai marinai americani, soprattutto afroamericani, di stanza nel porto della città ai tempi della seconda guerra mondiale. Da qui il suo battesimo di fuoco con il jazz. Lo stile del pianista sudafricano si alimenta della fusione dei due principali ritmi storici sudafricani, ossia il marabi e il ghoema. Il primo conduce po alle township di Johannesburg, il secondo rimanda alla comunità meticcia di Città del Capo. Abdullah Ibrahim riuscì a fondere questi due componenti percussive col jazz dando forma e sostanza a una particolare sonorità che, pur affondando le radici nella africanità, mostrava un respiro internazionale, tanto che qualcuno lo definì subito cape jazz. La raccolta include composizioni registrate per l’etichetta tedesca Enja fondata da Matthias Winckelmann e Horst Weber a Monaco di Baviera nel 1971. Monaco di Baviera centro propulsore della produzione jazzistica europea insieme all’ECM e all’ACT, ovvero la Germania che non ti aspetti. Il disco raccoglie materiale che va dal 1976 al 1991 e nonostante il grande lasso temporale sembra, almeno per le mie orecchie, che l’unione di queste tracce risponda a criteri di uniformità sonora nonostante esplori le vari tipologie espressive del pianista.

Tranne l’opener, proposto in solitudine, «Africa Piano» del 1982 che potrebbe aver ispirato pianisti più blasonati tipo Cecil Taylor o Keith Jarrett, e un paio esecuzioni in duo, tutti gli altri sono suonati da varie formazioni. Nell’atto conclusivo in tandem con Johnny Dyani in «Zikr» (in arabo significa ricordo) del 1979 viene rappresentata l’anima spirituale del pianista e «Zikr» nel sufismo costituisce una pratica devozionale di preghiera. Johnny Dyani – contrabbassista sudafricano e compagno di lotta del pianista, in esilio come il leader, per la loro attività anti-apartheid – partecipa alla preghiera musicale. Tragica ironia della sorte, il contrabbassista cinque anni dopo la registrazione di questo disco, muore esule a soli 40 anni, il 24 ottobre 1986 a Berlino Ovest, durante una performance al festival Jazzbühne Berlin, accasciandosi al suolo dopo un malore. Johnny Dyani non fu l’unico musicista a morire durante una un live, successe anche ad Albert Ammons, il re del boogie-woogie nel 1949 e a Tiny Grimes nel 1989, tanto per rimanere solo in ambito jazzistico. Altro storico collaboratore del pianista, Carlos Ward – morto nel gennaio del 2026 – compare in cinque episodi del disco. Il polistrumentista di Panama naturalizzato statunitense in questo album suona il sax alto, il soprano e anche il flauto perfettamente udibile, anche se nelle note di copertina non viene citato. Si potrebbe pensare a una sovra-incisione. L’episodio più conosciuto dell’antologia è «Manenberg revisited» (1985), uno dei motivi più acclamati del pianista, anzi il più famoso, diventato l’inno non ufficiale del Sudafrica. Inciso per la prima volta nel 1974, divenne subito l’emblema del Paese che lottava contro la discriminazione. «Manenberg» si riferisce al nome di una township dove vennero deportati tutti gli abitanti del District six, un quartiere situato nel centro di Città del Capo. Era il cuore pulsante della metropoli, formato da persone di diversa estrazione (ex schiavi liberati, artigiani, immigrati europei, ebrei, musulmani e commercianti indiani). Coloro che abitavano nel quartiere vennero deportati dal regime razzista con la scusa dell’ordine pubblico. Quindi il valore simbolico di questa composizione va al di là della musica, configurandosi come un vero e proprio un inno alla libertà.

La registrazione di Dollar Brand giunse all’orecchio di Nelson Mandela – all’epoca recluso nel carcere di Robben Island – che l’accolse in maniera entusiasta, definendolo «patrimonio di tutto il Sudafrica». Le caratteristiche compositive e strumentali di «Manenberg» non apparteneva a nessuna etnia presente nel paese: poteva essere di tutti, tanto da diventare la colonna sonora della lotta antia-partheid. Quando Nelson Mandela uscì dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia, il pianista fu uno degli artisti che il grande leader volle al suo fianco. Il giorno dell’insediamento di Mandela nel 1994, Abdullah Ibrahim eseguì «Manenberg» al pianoforte dando voce sonora alla lotta che aveva portato Nelson Mandela ai vertici dello stato. Ancora oggi «Manenberg» viene eseguita nelle commemorazioni dedicate al leader politico sudafricano. Per concludere, «Manenberg» non solo costituisce un pezzo di storia. «Manenberg» è anche il soprannome di Basil Coetzee il sassofonista sudafricano, nato nel famoso quartiere District six il quale partecipò alla prima incisione che copriva l’intera facciata A di «Cape Town Fringe». «Don’t Blame Me», famoso standard, è l’unico episodio del disco non composto o arrangiato da Abdullah Ibrahim, suonato in duo con Carlos Ward dove il connotato prettamente jazz prende il sopravvento. A seguire «Iza-ne zembe gawuale» e «Black And Brown Cherries», fedeli al sound sudafricano, eseguiti ancora con Carlos Ward in evidenza. Dopo «Banyana», suonato in trio con Cecil McBee e Roy Brooks, c’è «The wedding» un tema dedicato a sua moglie, Sathima Bea Benjamin. Un componimento solenne e lirico al tempo stesso dove risalta il sax alto di Horace Alexander Young, oltremodo protagonista di «Toi-toi», «Meditations» e «Calypso Minor», costruzioni sonore molto diverse tra loro: il primo un brano mosso, il secondo lento e evocativo e il terzo richiama nel suo incedere sinuoso la danza, da considerare un atto di resistenza tanto quanto la marcia. «Pule (Rain)» è il penultimo episodio del disco, dove ancora una volta l’improvvisato curatore della raccolta ha omesso il flautista Carlos Ward, pur avendo egli un’importanza primaria nell’esecuzione. A quanto pare l’incauto compilatore, probabilmente, potrebbe avercela con i flautisti. Dopo questa carrellata di componimenti provenienti da dischi diversi il mio lato curioso sul pianista sudafricano è stato soddisfatto e quindi non sarò rimborsato ma il tempo impiegato nell’ascolto attento di un disco non è mai degno di rimborso. Dopo essermi trasferito mentalmente almeno per la durata del disco nell’epopea sudafricana ritorno nella civile Europa sperando che contribuisca ad allontanare le nubi nere che gravitano nel nostro malconcio mondo; con la musica e la danza il miracolo può accadere.

Dollar Brand

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