Tra jazz, sguardi e silenzi. Intervista a Paola Bensi, fotografa dell’in between
// di Valentina Voto //
Paola Bensi è una fotografa milanese, che dalle sue prime esperienze in radio e in RAI è approdata per caso alla fotografia, iniziando da autodidatta nel 1982. Il suo nome è legato in particolare al jazz, avendo collaborato con testate come Musica Jazz e Jazz Magazine, ma ha lavorato anche con quotidiani come il Corriere della Sera e Repubblica, per i quali non si è occupata soltanto di musica, ma anche di spettacolo, reportage, costume. Qui potete leggere parte della nostra lunga e intensa chiacchierata, tra fotografia e jazz.
D. In tre parole, chi è Paola Bensi?
R. Una fotografa, autodidatta.
D. Come è cominciata la tua avventura nella fotografia?
R. Avevo venticinque anni all’epoca. Non mi occupavo di fotografia, non era nemmeno un hobby per me, ma il mio migliore amico del tempo, Marcello Lorrai, mi propose di andare a fotografare un festival di musicisti radicali a Moers, in Germania, per un giornale che stava chiudendo, quindi con un finto accredito. Così sono andata da Mario Tedeschi, mio amico carissimo, che in un’ora e mezzo mi insegnò a usare la Nikon F2 di mia madre, dandomi questi due consigli: “Ti scongiuro, non fare questo lavoro” e “Non fotografare quando è emozionante, ma quando vedi qualcosa di emozionante” – invitandomi, cioè, a focalizzarmi su ciò che è interessante visivamente, non sul groove. Tornai con queste foto, le feci sviluppare, e ne pubblicai una su LC, il giornale discendente di Lotta Continua. Vidi questa foto a doppia pagina e mi dissi “Che bello!”, così mi rivolsi a un mio amico fotografo per imparare a stampare qualche foto (costava troppo farle stampare), e anche questo fu curiosamente semplice. Poi le proposi a Musica Jazz.
D. E come è andata con Musica Jazz?
R. Telefonai spacciandomi per fotografa, cosa non vera allora, e chiedendo se avessero potuto interessare le mie foto al festival di Moers. Arrigo Polillo mi disse che loro pagavano pochissimo, però mi diede un appuntamento di lì a due settimane. Lui guardò le foto, disse che erano molto belle e poi aggiunse: “Che programmi ha per quest’estate?”. Io gli dissi gli unici due festival che mi vennero in mente in quel momento, Pisa e Ravenna, e lui fece “Benissimo, l’accreditiamo noi”. Così è partita. Era il 1982, e ho impiegato sei mesi per ritrovare la qualità delle mie prime foto.
D. Hai però stretto altre collaborazioni oltre a quella con il mensile milanese…
R. Pian piano ho cominciato a vendere le foto ai giornali e poi ho stretto un rapporto con diverse testate. Avrei voluto stabilirne uno fisso con il Corriere, ma il mio rapporto esclusivo lo ho avuto con Repubblica. Anche se la collaborazione non è sempre stata facile, in sette, otto anni ho passato sei capiservizio: un bel record. Il mio lavoro per il quotidiano mi permetteva di vivere, mentre tutto il resto serviva per pagarmi altre macchine fotografiche… e le vacanze. C’erano poi altri lavori poco pagati ma gratificanti, come quello per Reporter – che mi metteva ogni giorno su una cosa diversa: davvero emozionante e divertente – o Cuore. Non era un lavoro molto redditizio, ma ci sono altre due cose in gioco oltre al guadagno: la soddisfazione personale e la fama, che fa spalancare tante porte. Io provavo piacere nello svolgere il mio lavoro e avevo una relativa visibilità grazie al fatto di poter usare la mia collaborazione con Repubblica come credenziale. E il giornale mi faceva fare i lavori più diversi, sia di spettacolo – quindi altra musica, musica anche che non mi piaceva per nulla –, sia di costume (per es. le più belle case di Milano, i più bei giardini, tutte cose comunque molto stimolanti). Ho lavorato molto anche per Prima Comunicazione, un giornale di settore che si occupa di giornalismo. Sono stata nel colophon anche diversi anni dopo la fine della collaborazione. Mi mandavano a fare le copertine e mi sono trovata a fotografare anche persone molto difficili da ritrarre. Definitivamente, nessuno ha mai respinto un mio servizio.
D. Prima c’è stata la musica, quindi, poi la fotografia.
R. Si può dire che ho cominciato a fotografare per entrare ai concerti, perché i concerti costavano. Quindi sì, prima c’è stata la musica, poi la fotografia. O meglio, prima la musica in generale ma il jazz in particolare, anche se per fotografare il jazz ho dovuto fotografare anche altre cose. Tuttavia, fotografare il jazz è stato il lavoro che ho svolto con più amore e più compiutamente, e per questo è il lavoro per cui tutti mi cercano, se c’è da fare una mostra, un libro o un’enciclopedia – è successo: un’enciclopedia spagnola, e mi sono divertita da morire –. Tutti mi cercavano per il jazz perché lì evidentemente avevo espresso le cose più belle, più significative.
D. Interessante questa collaborazione spagnola. Ce ne parleresti?
R. La storia dell’enciclopedia è molto bella. Ricevo questa proposta dalla Spagna per un’enciclopedia di jazz dove io sarei stata l’elemento giovane, il nuovo, la “pischella” della situazione. Mi hanno chiesto di tutto e mi sono divertita tantissimo. Poi ho scoperto che chi mi aveva scelto altri non era che Carlos Sampayo, e io adoravo il suo lavoro nel fumetto con Muñoz: ero stata scelta da uno che consideravo il più grande. Prima sono stata scelta da Polillo, che consideravo il più grande, poi da Sampayo, per il quale avevo la medesima considerazione. Cose fantastiche della vita. È bello essere una “pischella” scelta dai più grandi. D’altronde, io portavo una rappresentazione nuova e il mio materiale era fresco. Per es., se serviva una foto di Cecil Taylor, io ne avevo una proprio di quell’anno.
D. Una tua foto di Taylor è anche nel libro fotografico edito dalla Red Records, di cui vorrei parlare tra poco…
R. Sì, c’è una foto di Taylor davanti al Conservatorio di Milano. Dalla Spagna mi avevano chiesto il permesso di colorarla, ed erano stati usati i colori della gamma del viola fino al lilla. Un effetto splendido. A me piaceva tantissimo che altri più capaci di me mettessero le mani sulle mie foto, perché le arricchivano, le potenziavano. D’altro canto, però, dovevo accettare che anche altri che non capivano niente facessero lo stesso, come è capitato a Repubblica, con effetti paradossali (immagina una foto con due pianisti messi uno di fronte all’altro, in verticale e senza le mani…). E lì ho capito due cose: che le foto che finiscono su un quotidiano il giorno dopo vanno a incartare il pesce e che, una volta venduta, una fotografia non è più tua, almeno in gran parte. Ad ogni modo, il rapporto con loro si è distrutto quando hanno smesso di firmare le foto per rubacchiare sui ripubblicati. Persino nei Paesi del Terzo Mondo firmano le foto sui giornali. E anche il Corriere lo faceva.
D. Ha avuto un peso nel tuo lavoro il fatto di essere una fotografa donna?
R. Mah, io ero curiosa e capace. Essere bravi era la sola cosa che contava.
D. Di cosa ti sei occupata prima della fotografia?
R. Ho lavorato per la radio e per la RAI. Erano forti le interviste che facevo prima di diventare fotografa, prima per l’una poi per l’altra. Ho cominciato, anche lì per caso, a collaborare con Radio Popolare (e ne sono stata per qualche anno fotografa ufficiale), poi ho lavorato per Radio Lombardia: lì eravamo in quattro, quindi facevo di tutto, dalle aperture, alle interviste, alle conduzioni, ogni cosa. Invece in RAI mi usavano soprattutto per lavori di tipo giornalistico o quasi giornalistico, e la cosa che mi riusciva bene era proprio l’intervista: mi era facile stabilire dei contatti anche con gente molto diversa da me. Lì ho realizzato servizi belli, importanti… il lavoro mi piaceva. Poi però in RAI il lavoro ha iniziato a virare sulla televisione e io del mezzo televisivo non sapevo nulla, ero molto in difficoltà, quindi avevo cominciato a guardarmi intorno – anche se non lo sapevo –. A quel punto è venuta fuori la fotografia. Se dovessi fare un altro lavoro, però, mi piacerebbe tornare a fare la Radio.
D. Che fotografa sei?
R. Sono una fotografa di persone, che ricerca i silenzi più che i suoni. Miles Davis diceva che il silenzio è la cosa, che le note servono a circondare il silenzio – la citazione non è esatta, ma il concetto è quello -. E io pian piano ho scoperto che mi interessavano soprattutto gli sguardi delle persone, e i loro gesti. Credo di avere una mia cifra, però l’ho maturata nel tempo, sopra e sotto il palco. Quello che ero come fotografa si è rivelato subito e non è cambiato poi tanto. È solo subentrata a un certo punto la consapevolezza.
D. È interessante quello che dici, dal momento che il volume di tue foto edito dalla Red Records – tra i pregevoli altri firmati da Roberto Polillo, Roberto Cifarelli, Elena Carminati, Carlo Verri, Mirko Boscolo, Luigi Zanon, Riccardo Schwamenthal – fa parte di una collana di quaderni monografici dal titolo “Sounding Pictures”.
R. Alla presentazione del mio volume, infatti, con Marco [Pennisi] ho scherzato molto proprio su questo, dicendogli che le mie erano più delle “listening pictures” che delle “sounding pictures”.
D. Io, guardandole, ho pensato invece che fossero, più che delle foto “che suonano” delle foto “che risuonano”…
R. È bello questo che dici, molto bello. Perché la foto deve comunicare, non semplicemente documentare, e infatti io credo che i miei soggetti, sia del jazz che non, abbiano la caratteristica di essere molto vivi, di comunicare, di essere presenti nella loro immagine: sono lì, a volte inconsciamente altrove, stanno pensando qualcosa, facendo qualcosa, sono in una sorta di movimento, non sono fermi. Quello che io amo molto fotografare, infatti, è il passaggio da una cosa a un’altra: per me è quello il momento magico, quello in mezzo, il momento in cui la cosa si produce e si evolve. Questa per me è la cosa più importante, ma chiaramente non l’ho capito subito, solo pian piano e molto più avanti, e soprattutto l’ho capito in seguito vedendo e rivedendo i negativi. Ho capito che il mio sguardo andava lì, senza decisione e premeditazione. Dopo però è diventato volontario, è diventata una ricerca precisa.
D. Qual è a tuo parere uno dei meriti del volume della Red Records?
R. A me non piace descrivere le mie foto perché sono dell’idea che le foto dovrebbero parlare da sé, e trovo bello il volume Sounding Pictures anche perché presenta soltanto le foto, senza aneddoti che possono o non possono interessare al lettore. La foto è un discorso diretto e mi piace il fatto che nessuna foto lì sia spiegata. Se facessi un libro mio – cosa che farò quando sarò pronta –, mi piacerebbe fare un libro di quel genere, di grande formato, con più istantanee e foto posate, e solo in certi casi mi piacerebbe scrivere qualcosa, ma aggiungerei soltanto una didascalia più ampia, quasi una storia, che sia però importante per il soggetto, non per me. Non è il fatto che tu sia affezionato a una foto che la rende bella.
D. Tornando al jazz, come nasce il tuo amore per il genere?
R. Io sono figlia di un uomo politico, una persona di un’intelligenza assoluta, che fu comandante partigiano e poi deputato socialista per sei legislature (ha avuto anche degli incarichi di governo nel Centro Sinistra – il più importante fu quello di sottosegretario agli Esteri con Moro). E io stessa mi sono occupata di politica: ero di Lotta Continua, militante, poi sono diventata femminista. Ecco, fu mio padre ad accendere la mia passione per il jazz. Lui conobbe perfino Miles Davis quando andò negli States. Litigò con Archie Shepp, che lo trattò male perché era bianco, e mangiò con Miles Davis, il quale invece gli raccontò che uno dei suoi sogni di ragazzo era diventare antropologo. Ecco perché poi mi sono trovata così a mio agio nel genere.
D. C’è un primo ricordo musicale jazzistico al quale sei particolarmente legata?
R. La prima musica che ricordo è “Uhuru Kwanza” di Randy Weston, e ricordo io e mio padre cantare insieme “Uhuru! Uhuru Kwnaza! Freedom First!” (che è il significato dell’espressione in inglese). Io sono cresciuta a musica jazz e quadri astratti, questa è la mia formazione, oltre ai libri, tanti, tanti, tanti libri, libri intorno, libri dappertutto. Persino i miei sogni erano pieni di jazz.
D. Ci sono foto alle quali sei più affezionata?
R. Sono più affezionata alle foto che mi hanno portato un’esperienza negativa, che mi hanno insegnato qualcosa. Certo la foto che ritrae Davis allo specchio, ricca dei suoi molti livelli, è stata la foto che mi ha fatto capire perché lo stavo facendo. È una foto che fissa gli anni che l’hanno preceduta e quelli che l’hanno seguita, e poi anche il rapporto che è nato tra noi: io ero ben accetta nella sua stanza, se lui era a Milano passavo il pomeriggio con lui. Già una volta lo avevo fotografato in aeroporto a Cagliari (e c’è una foto che mi ritrae, sfocata, proprio mentre lo fotografo). Ma quella volta ero a Venezia, al Cipriani, dove lui era ospite per suonare a Mestre. Poi mi piace ricordare anche questo episodio, perché sono stata messa in una situazione pericolosissima: Repubblica mi mandò una volta a fotografare i Mano Negra, la band di Manu Chao, e questi si buttavano dal palco in mezzo al pubblico, che pogava, tanto, e c’erano persone che letteralmente volavano. Io mi sono fatta piccolissima, mettendomi in un angolo, e da lì ho scattato le mie foto, facendone una decisamente notevole che ritrae uno dei musicisti in volo. Per non parlare di quando uno che non mi voleva bene cercò di mandarmi nel boschetto di Rogoredo… capisci?
D. Hai fotografato tanti grandi nomi, anche fuori dal mondo del jazz, come Frank Zappa o David Bowie, per esempio. Come è stato fotografare tanti idoli, anche tuoi?
R. Quando sei lì sono tutti uguali. Che tu debba ritrarre Bowie – che pure adoravo – o Miles o altri, tu devi prenderli. Ho la persona davanti a me e dalla persona che ho di fronte devo prendere qualche cosa. Musica Jazz a un certo punto ha pubblicato anche una mia foto di Bowie.
D. Tu sei un’autodidatta, ma c’è qualcuno a cui guardi o hai guardato come un maestro?
R. Ugo Mulas è stato un faro. Per il jazz, Giuseppe Pino e Roberto Masotti. Ho imparato molto guardando lavorare Masotti, guardando come si muoveva, cosa faceva, studiandone l’atteggiamento, gli obiettivi. Poi siamo diventati anche amici. Ma ci sono naturalmente anche i grandi maestri francesi, quelli a cui sono in assoluto più affezionata, come Cartier-Bresson, Boubat, ma anche Man Ray e altri, tutti legati al mondo della fotografia francese. Sono molto legata alla Francia.
D. Ci sono state altre soddisfazioni nel tuo lavoro come fotografa?
R. Un’altra bellissima soddisfazione l’ho avuta con Jazz Magazine, altra rivista jazzistica con cui ho collaborato, che per il cinquantenario ha realizzato una sua mostra, con relativo catalogo, per la quale hanno voluto una mia foto. Il catalogo è pieno di foto di Giuseppe Pino, ma ce n’è anche una mia, dei miei inizi, che ritrae Archie Shepp mentre suona. È stata una grande soddisfazione: avranno rivoltato tutto l’archivio per realizzare la mostra – che ha girato dappertutto – e hanno scelto una mia foto. Credo di essere stata l’unica donna presente. L’idea era che le foto venissero vendute e che il ricavato andasse agli artisti, ma la foto che avevo dato loro era troppo scura. In Francia trattano le foto come opere d’arte, perciò non l’hanno modificata, e non è stata venduta. Peccato, e peccato anche che, per difficoltà di gestione, io non abbia mantenuto i rapporti con Jazz Magazine come avrei dovuto. La prima volta che mandai foto alla rivista inviai dei ritratti, e me ne pubblicarono quattro a piena pagina. Loro le foto le sapevano valorizzare. Non le tagliavano, non le modificavano: le trattavano davvero come opere d’arte.
D. Quando esce una foto particolarmente bella, senti che è tua o ti senti più veicolo di quell’immagine e della sua bellezza?
R. Sento che è mia a tutti gli effetti, che ci sono dentro anche io. Però, a differenza di fotografi che esprimono la loro chiave su tutte le loro opere – prendi un Mapplethorpe per esempio: tu vedi una sua foto e sai subito che è sua –, io voglio che sia il soggetto a esprimere se stesso attraverso di me, voglio che non si veda per forza subito che la foto è mia. Poi, certo, se uno la riconosce come mia mi fa piacere, però per me non è mai stato quello lo scopo. Mi sento un tramite. Sto con il mio soggetto, non davanti a lui ma nemmeno dietro. La foto nasce dal legame tra il mio sguardo e lui.
D. Si può parlare anche di una certa fiducia che si crea tra te e il soggetto che ritrai…
R. Sì, certo, si crea fiducia, e con gli artisti, nel tempo, si è arrivati anche a stringere una relazione personale. Ti faccio l’esempio di un concerto di Steve Lacy al Capolinea. Al Capolinea era impossibile fare delle foto decenti, perché le luci erano pessime, così chiesi a Lacy se potevo usare il flash e lui mi rispose “Mi fido assolutamente del tuo passo”. Si fidava di me, sapeva chi ero e che non avrei mai abusato del flash, che avrei limitato al minimo il disturbo che potevo arrecare usandolo. Gli artisti con cui ho lavorato hanno sempre saputo che ero una persona per bene, che, sì, lavorava per sé, ma anche per loro.
D. Questa fiducia, questa connessione che si crea, questo “stare con”, è un po’ quello che nasce anche durante un’intervista, e tu ne hai fatte molte in radio.
R. Io penso che il lavoro in radio abbia preceduto il mio lavoro di fotografa con perfetta continuità: da empatica quale sono, ho imparato alla radio a capire il linguaggio di una persona e a riuscire a parlarlo, così da stabilire un contatto e da permettere all’altro di raccontarsi. Però dovevo “stare al suo passo”.
D. Ecco quindi le diverse relazioni che, come fotografa, hai stretto con gli artisti che hai ritratto, i quali sono spesso diventati anche amici. Hai piacere a ricordarne qualcuna?
R. Sicuramente Lacy è stato importante… ma Miles più di tutti. È stato importante poi anche Caetano Veloso, che io seguivo dove potevo, così come Prince, per me fondativo allo stesso modo di Miles. John Surman, poi, è stato un grande amico. Ho fotografato anche Greg Osby quando non era famoso, e oggi anche lui è un amico: una persona a tutto tondo, fantastica, aperta. Tiziana Ghiglioni è un’amica. Poi c’erano “lo zio” Paul [Bley], Butch Morris, Jack DeJohnette… Ho ricevuto avances da molti musicisti che ho fotografato (da giovane ero bella, anche se non mi ci sentivo), ma non essendo disponibile da quel punto di vista mi guadagnavo il loro rispetto, che era la cosa fondamentale. L’unico con cui ho avuto dei veri problemi è stato Cecil Taylor. Una volta per esempio, a Verona, stavo facendogli una foto su un tetto e, a un certo punto, devo aver detto qualcosa che non gli è andato a genio, tanto che ha girato i tacchi e se ne è andato. Avevo sbagliato, perché la copertina di Musica Jazz doveva essere a colori ma le foto che avevo fatto fino a quel momento, al contrario di ciò che pensavo, erano in banco e nero, così hanno usato una foto di un altro, forse di Elena [Carminati] (visto che lei, Zanon ed io eravamo gli unici fotografi accreditati per il festival). In seguito ho fatto a Taylor delle altre copertine, a Bergamo per esempio, sempre sui tetti. Se volevi una foto non banale al tempo dovevi andare per forza sui tetti.
D. Un’ultima battuta, in chiusura, circa le tue foto e il tuo lavoro di fotografa in generale?
R. Io mi sono sempre sentita più artigiana che artista, e aggiungo con una battuta: artista quando non mi pagano, artigiana quando mi pagano. Ma non me la sono mai tirata molto da artista. Il mio materiale ora ha un significato, perché è legato a una certa epoca e a certe figure, e quindi l’aspetto artistico prevale su quello cronachistico, però quando lavoravo non mi sentivo un’artista… forse un pochino, quando veniva fuori qualcosa di particolarmente bello. Per le mie foto tendo a dire fortuna, “culo”, perché molte sono istantanee, ma una persona una volta mi ha detto una cosa che mi ha confortato: “La fortuna aiuta gli spiriti preparati”. E io, sì, penso e spero di esserlo.

