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Il risultato finale possiede la forza di quei concept che non cercano risposte definitive, ma mantengono aperto uno spazio di ascolto e di coscienza, nel quale il dolore individuale si trasforma in esperienza condivisa e la memoria diventa materia viva della creazione artistica.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«My Life Matters» rappresenta per Johnathan Blake una dichiarazione artistica di rara consapevolezza, una vasta riflessione musicale nella quale la dimensione privata della memoria familiare si salda alla necessità civile di dare voce alle ferite ancora aperte della discriminazione razziale e della violenza sociale. La commissione ricevuta dalla Jazz Gallery diventa il punto di partenza per un lavoro che rifiuta qualsiasi dimensione celebrativa o retorica, preferendo una scrittura musicale di forte responsabilità espressiva, nella quale ogni elemento sonoro concorre alla costruzione di un percorso narrativo coerente e rigoroso.

Blake, guida un quintetto formato dal sassofonista Dayna Stephens, dal vibrafonista Jalen Baker, dal pianista Fabian Almazan e dal contrabbassista Dezron Douglas, una compagine che trova la propria forza nell’ascolto reciproco e nella capacità di sviluppare un linguaggio collettivo ricco di sfumature. Il contributo degli ospiti DJ Jahi Sundance, Bilal, Muna Blake e John Blake amplia ulteriormente la prospettiva dell’opera, introducendo elementi legati alla parola, all’elettronica, alla manipolazione sonora e alla tradizione afroamericana. La struttura dell’album alterna sei composizioni di ampio respiro a otto interludi, secondo una disposizione formale che richiama il modello della suite contemporanea. Non si tratta di semplici momenti di collegamento, poiché gli episodi più brevi possiedono una funzione drammaturgica precisa e contribuiscono alla progressiva costruzione di un racconto nel quale il silenzio, l’assenza, la memoria e l’affermazione identitaria occupano un ruolo centrale.

L’apertura, affidata a «Broken Drum Circle For The Forsaken», sancisce immediatamente le coordinate dell’intero progetto. Le manipolazioni dei giradischi di DJ Jahi Sundance dialogano con il lavoro percussivo di Blake, il quale dispone una vasta gamma di colori ritmici mediante una batteria che non assolve soltanto una funzione propulsiva, ma diventa una vera voce narrante. Lo stesso principio domina «Can You Hear Me? (The Talking Drums Have Not Stopped)», episodio solistico in cui pelli, metalli e risonanze percussive danno forma a un grido rituale, una chiamata ancestrale che rimanda alle tradizioni africane dei talking drums e alla loro funzione comunicativa. «Last Breath», dedicata alla memoria di Eric Garner, sviluppa una complessa dialettica metrica tra la scansione iniziale in cinque quarti e il successivo approdo a un andamento in quattro quarti di matrice swingante. Jalen Baker disegna una linea vibrafonica di estrema eleganza, segnata da una leggerezza quasi cameristica, mentre l’EWI di Dayna Stephens conforma una dimensione più astratta, con un profilo acustico che oscilla tra respiro elettronico e vocalità strumentale. Il ritorno alla cellula ritmica originaria permette a Fabian Almazan di elaborare un intervento pianistico ricco di variazioni armoniche e di raffinati spostamenti dinamici. Le pagine centrali «My Life Matters» e «Can Tomorrow Be Brighter?» fissano il nucleo concettuale dell’intero album. La prima dispensa un tema dall’immediata forza affermativa, sostenuto da una pulsazione ritmica energica e da una scrittura che lascia ampio spazio al dialogo improvvisativo tra Stephens e Baker. La sezione centrale, arricchita da inflessioni latine e da un accurato gioco di contrappunti armonici, mette in luce la sensibilità compositiva di Blake e l’attitudine del gruppo di mantenere un saldo equilibrio tra libertà improvvisativa e coerenza formale. «Can Tomorrow Be Brighter?» ritorna alla metrica dispari, facendo leva su un ostinato del basso che alimenta un progressivo accumulo energetico. La batteria non si limita a sorreggere il movimento generale, ma modella il flusso interno della composizione sulla scorta di continue variazioni di accento, aperture dinamiche e sottili modificazioni del peso ritmico. Il lungo intervento al tenore di Stephens raggiunge una notevole intensità espressiva grazie a un fraseggio ampio, mobile e interiormente articolato. Un differente registro emotivo caratterizza «Requiem For Dreams Shattered». Fabian Almazan ne apre il percorso con un’introduzione pianistica vicina alla forma dell’orazione musicale, arricchita dall’impiego dell’elettronica. La successiva evoluzione del componimento accoglie figure tematiche dal forte potere evocativo, sulle quali la voce di Bilal inserisce una dimensione umana e spirituale di grande rilievo. Il soprano di Stephens completa il quadro con una linea melodica capace di alternare fragilità e tensione espressiva. Gli interludi possiedono una densità concettuale non inferiore alle composizioni maggiori. «I Still Have A Dream» accosta il pizzicato di Dezron Douglas alla parola recitata di Muna Blake, che interpreta il testo scritto dalla madre Rio Sakairi, generando una meditazione sul ricordo e sull’eredità morale. «That Which Kills Us Makes Us What?» si presenta come un’elegia elettronica affidata all’EWI, una breve riflessione sonora dalla forte impronta meditativa, mentre «We’ll Never Know (They Didn’t Even Get To Try)» trova la propria linfa in un valzer intriso di linguaggi soul e gospel, con richiami alla tradizione di Ray Charles e Billy Joel senza rinunciare a una voce autonoma.

La grande qualità di «My Life Matters» risiede soprattutto nella capacità di traslare il jazz contemporaneo in un luogo di elaborazione storica e umana. Blake non utilizza la musica come semplice veicolo di denuncia, poiché ogni scelta compositiva nasce da una riflessione accurata sulla forma, sul ritmo, sulla memoria collettiva e sul significato del suono come atto di presenza. La batteria, spesso confinata al ruolo di motore ritmico, assume qui una funzione più ampia di regia musicale, orientando la traiettoria dell’intera suite con lucidità, sensibilità e una notevole ricchezza di immaginazione sonora. Il risultato finale possiede la forza di quei concept che non cercano risposte definitive, ma mantengono aperto uno spazio di ascolto e di coscienza, nel quale il dolore individuale si trasforma in esperienza condivisa e la memoria diventa materia viva della creazione artistica.

Johnathan Blake by Travis Bailey

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