«Portraits» del Luca Gusella Trio: una sintesi timbrica fra tradizione e sperimentazione (Caligola Records, 2025)

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«Portraits» è una dichiarazione di appartenenza e di superamento, un punto di contatto fra tradizione e ricerca. In questo senso, Gusella non non veste solo i panni del semplice vibrafonista, ma diventa un compositore strutturale, tanto che il suo lavoro si colloca con naturalezza nella storia di uno strumento che ha sempre cercato, nel metallo vibrante, una forma di canto.

// di Irma Sanders //

Il vibrafono, strumento nato agli inizi del Novecento, ha attraversato la storia del jazz come voce intermedia tra percussione e melodia, tra ritmo ed armonia. Da Red Norvo, che lo introdusse con leggerezza cameristica, a Lionel Hampton, che ne fece uno strumento di impatto ritmico e scenico, fino a Milt Jackson, che lo rese veicolo di lirismo blues e sofisticazione modale, il vibrafono ha assunto ruoli differenti, adattandosi alle poetiche dei suoi interpreti. Con Gary Burton, la tecnica del four mallets ha ampliato le possibilità polifoniche dello strumento, aprendo la strada ad una concezione più orchestrale e meno lineare. Burton, insieme a Bobby Hutcherson, ha ridefinito il ruolo del vibrafono nel jazz contemporaneo, portandolo verso territori di astrazione e sperimentazione timbrica. In questo solco si inserisce Luca Gusella, con un approccio che non si limita alla padronanza tecnica, ma si estende alla progettazione sonora. In «Portraits», Gusella non si rifà a un modello unico, ma costruisce una sintesi personale: il vibrafono diventa centro propulsivo di un discorso musicale che integra elettronica, scrittura e improvvisazione. L’uso del MalleKat, strumento elettronico che incorpora timbri da tastiera e da organo, non rappresenta un espediente, ma una scelta poetica. Gusella amplia il vocabolario timbrico del vibrafono, lo ibrida e lo trasforma, senza mai snaturarlo. La sua posizione nella genealogia vibrafonistica non è imitativa, ma dialettica. Se Jackson cercava il calore del blues, Burton la trasparenza della forma, Gusella esplora la stratificazione timbrica, la pluralità dei registri, la possibilità di una voce che non si esaurisce nel percussivo, ma si estende al narrativo.

Il nuovo lavoro discografico del Luca Gusella Trio, «Portraits», edito dalla Caligola Records, si colloca all’interno di una linea evolutiva del jazz contemporaneo che privilegia la trasformazione del repertorio attraverso l’intervento timbrico e la rielaborazione metrica. La formazione, composta da Luca Gusella al vibrafono ed al MalleKat, Andrea Grossi al contrabbasso ed Alessandro Rossi alla batteria, propone un progetto che si distingue per l’attenzione alla stratificazione sonora e alla pluralità espressiva. Il disco si articola tra brani originali e riletture di standard poco frequentati e rielaborati con cambi di metro e soluzioni armoniche non convenzionali. L’approccio di Gusella non si limita alla reinterpretazione, ma si qualifica come un processo di riscrittura, dove l’intelaiatura originaria viene preservata solo in parte, per lasciare spazio a un’inedita sintassi musicale. L’uso del MalleKat, strumento elettronico che incorpora timbri provenienti dal Fender Rhodes, dall’organo Hammond e da effetti come il wah-wah, amplia il ventaglio fonico ed introduce una dimensione quasi orchestrale all’interno della formazione ridotta. I componimenti originali testimoniano una scrittura che si nutre di esperienze trasversali, in cui la percussione non è mai mero accompagnamento, ma elemento strutturale; il pianoforte ed il basso elettrico, strumenti che Gusella padroneggia, contribuiscono a definire un’identità sonora che sfugge alle classificazioni rigide. L’eclettismo dichiarato non è dispersione, ma metodo, al punto che ogni scelta timbrica risponde ad una logica interna, qualunque variazione ritmica diviene funzionale alla costruzione di un discorso coerente. Il progetto s’inserisce in una tradizione che ha già visto, in epoche precedenti, l’ibridazione come forma di linguaggio. Gusella stesso richiama l’opera di Duke Ellington come antecedente storico di questa pratica, dove la contaminazione non è moda, ma necessità espressiva. In «Portraits», l’improvvisazione si delinea come spazio di sintesi, non come esercizio virtuosistico, quasi un caleidoscopio di influenze che si dispiegano con misura, senza mai perdere il senso della direzione. Il risultato attiene ad un’opera che non si limita a documentare un momento performativo, ma propone una visione. Il trio, pur nella sua essenzialità numerica, si espande attraverso la molteplicità timbrica e la profondità interpretativa.

In apertura, «Felix», titolo, che in latino significa «felice», suggerisce una disposizione luminosa, ma non superficiale, un’apertura ed un invito alla molteplicità. L’armonia si muove su intervalli ampi, con una costruzione che richiama la leggerezza strutturale di François Poulenc e la mobilità ritmica di Paul Bley. In ambito letterario, si potrebbe evocare Il giardino dei sentieri che si biforcano di Borges, in cui la felicità che non è mai evidente, ma scelta, percorso e biforcazione. In «New Rumba» la citazione è esplicita: la rumba, genere afro-cubano, viene riformulata in chiave contemporanea. L’armonia si distacca dalla tradizione tonale, introducendo elementi modali e metriche irregolari. Il vibrafono, trattato con effetti elettronici, crea un paesaggio sonoro che richiama Il Maestro e Margherita di Bulgakov: una danza che è anche disorientamento, una festa che nasconde inquietudine. La «nuova» rumba non si sostanzia come revival, ma reinvenzione. «Amanda», nome proprio, evocativo ed intimo si sviluppa come un monologo interiore, con un tema che si ripete in forma variata, come una voce che cerca di ricordare. L’armonia risulta costruita su progressioni discendenti, con modulazioni che suggeriscono malinconia senza abbandono. In letteratura, si potrebbe pensare a Lettera a una professoressa di Don Milani: un nome che diventa simbolo, un racconto che si fa testimonianza. Amanda è presenza, ma anche assenza. La rilettura di «Time Remembered» (Bill Evans) conserva la struttura originaria, ma ne accentua la componente riflessiva. Il tempo non costituisce solo misura, ma memoria. L’armonia si muove con lentezza, come in Gita al faro di Virginia Woolf, dove il tempo appare com e una semplice percezione, stratificazione o eco. Il vibrafono, con il suo attacco morbido, amplifica questa sensazione di sospensione, divenendo fortemente meditativo. «Infant Eyes» (Wayne Shorter) si basa su un titolo enigmatico, quasi ossimorico: occhi infantili che guardano il mondo con stupore e inquietudine. L’armonia si sviluppa su gradi ambigui, con una melodia che non si risolve mai del tutto. In ambito letterario, si potrebbe evocare L’isola di Arturo di Elsa Morante, dove lo sguardo del bambino scopre la complessità del reale. Gusella ne accentua la dimensione onirica, con effetti che amplificano la profondità fonica.

In «Portraits», ogni titolo incarna un volto, ogni brano una voce. Il disco non costituisce una sequenza amorfa, ma un organismo, dove le composizioni si richiamano, si rispondono e si completano. L’uso del MalleKat, con le sue possibilità timbriche, non è ornamentale, ma sostanziale. Il trio si espande, si moltiplica, si trasforma, mentre la musica, come la letteratura, diventa spazio di interrogazione e, pur credendo, dubita. «Portraits» è una dichiarazione di appartenenza e di superamento, un punto di contatto fra tradizione e ricerca. In questo senso, Gusella non non veste solo i panni del semplice vibrafonista, ma diventa un compositore strutturale, tanto che il suo lavoro si colloca con naturalezza nella storia di uno strumento che ha sempre cercato, nel metallo vibrante, una forma di canto.

Luca Gusella

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