«Con fuoco» di Daniela Spalletta e Stefania Tallini: una raffinata tessitura musicale fra vocalità colta e libertà improvvisativa
«Con fuoco» possiede una qualità sempre più rara nella produzione contemporanea: la pazienza. Nessuna concessione all’immediatezza algoritmica, nessuna ricerca dell’effetto rapido o della seduzione superficiale.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Daniela Spalletta e Stefania Tallini giungono a «Con fuoco» dopo un lungo processo di sedimentazione artistica, quasi che il tempo dell’esecuzione dal vivo, della verifica teatrale e dell’ascolto reciproco avesse imposto una maturazione lenta, refrattaria all’urgenza produttiva contemporanea. Anni di concerti, prove, deviazioni improvvisative e riscritture implicite hanno consentito alle due musiciste di affinare un lessico comune, senza che le rispettive identità perdessero rilievo o riconoscibilità. Proprio questa convivenza fra autonomia e convergenza rappresenta uno degli aspetti più convincenti del lavoro. Nulla indulge alla semplice fusione mimetica; ciascuna mantiene il proprio profilo acustico, la propria dizione strumentale e il proprio respiro fraseologico, lasciando che il dialogo si sviluppi secondo un equilibrio mobile, spesso irregolare, eppure sorretto da un rigoroso ordine interno. La voce di Daniela Spalletta evita costantemente la tentazione del virtuosismo esibito, pur possedendo un controllo tecnico di rara estensione. Il suo canto si muove fra inflessioni mediterranee, articolazioni cameristiche, pronunce jazzistiche e modulazioni mutuate dalla vocalità contemporanea europea, senza mai cadere nell’eclettismo ornamentale. Stefania Tallini, dal canto suo, dispone il pianoforte come uno spazio armonico in continua trasformazione, all’interno del quale il gesto percussivo convive con aperture liriche di forte tensione melodica. L’impressione dominante riguarda la qualità dell’ascolto reciproco: ogni intervento sembra nascere sulla scorta di una reazione immediata, quasi che la forma si generi in tempo reale mediante microvariazioni, esitazioni controllate, allusioni ritmiche e improvvisi cambi prospettici.
«Cardacìa» chiarisce immediatamente la natura del progetto. Il termine siciliano custodisce un’ambivalenza semantica preziosa, poiché il dolore amoroso non assume qui il carattere tragico della lacerazione definitiva, quanto piuttosto quello di una combustione persistente, di un ardore interiore destinato a permanere. Tallini plasma una milonga obliqua, irrequieta, disseminata di slittamenti armonici e leggere asimmetrie ritmiche, mentre Spalletta modella il testo con una pronuncia che conserva l’asprezza fonetica della lingua siciliana senza rinunciare alla morbidezza del fraseggio jazzistico. Il componimento evita qualsiasi folklorismo di superficie; la tradizione popolare viene interrogata, non celebrata passivamente. L’accostamento fra Bach e Villa-Lobos possiede invece una qualità quasi filologica, benché filtrata da una sensibilità improvvisativa contemporanea. L’«Allemande» dalla Partita BWV 1004 e la celebre «Aria Cantilena» delle «Bachianas Brasileiras» trovano una continuità inattesa nel comune respiro polifonico. Le due interpreti non cercano la semplice contaminazione, formula ormai abusata e spesso sterile, quanto una parentela profonda fra sistemi melodici lontani. Villa-Lobos, del resto, aveva già intuito come Bach potesse sopravvivere dentro il corpo ritmico del Brasile; Spalletta e Tallini espandono quell’intuizione facendola transitare entro un orizzonte jazzistico rarefatto, dove il tempo perde rigidità metrica e acquista una scansione elastica, quasi respiratoria. «Yaşam Akışını» prolunga la traiettoria mediante una scrittura fluida, segnata da continui scarti dinamici e da una vocalità che sembra emergere da una memoria mediterranea antichissima.
«Yaşam» rappresenta uno dei vertici emotivi del disco. I versi di Nazim Hikmet trovano nel turco cantato da Spalletta una dimensione fonetica di straordinaria intensità. Non si tratta soltanto di una scelta linguistica: la cadenza orientale modifica radicalmente l’assetto melodico della composizione, imponendo intervalli, appoggiature e inflessioni estranei alla vocalità occidentale tradizionale. Il pianoforte di Tallini evita ogni accompagnamento illustrativo e preferisce disseminare cellule armoniche scarne, quasi sospese in un equilibrio instabile. L’immagine degli ulivi come custodi di una pace millenaria acquista così una valenza politica implicita, lontana da qualsiasi retorica didascalica. Anche «Lilith Dance» rifiuta qualunque semplificazione narrativa. La figura mitologica di Lilith, spesso ridotta a simbolo schematico di ribellione femminile, viene restituita nella sua ambiguità originaria. Tallini costruisce una pagina musicale percorsa da continue frizioni ritmiche, dove le irregolarità dell’accentazione producono un senso di instabilità controllata. Nulla appare decorativo; persino gli episodi più lirici conservano una nervatura interna inquieta, come se la libertà evocata dal mito implicasse inevitabilmente una forma di solitudine. «Zahara» s’innesta invece nell’alveo di una dimensione quasi impressionistica. I profumi della Sicilia, le zagare, la luce abbacinante e il paesaggio barocco non vengono descritti mediante immagini pittoresche, quanto suggeriti tramite velature armoniche, microdissonanze e rallentamenti improvvisi del fraseggio. La scrittura vocale di Spalletta acquista una qualità tattile, sensibilissima alle minime variazioni dinamiche. Taluni intervalli ricordano talune inflessioni modali della tradizione araba, integrate però dentro una costruzione formale rigorosamente controllata.
Nel dittico dedicato a Vivaldi, l’elemento teatrale assume un rilievo decisivo. «Agitata da due venti» conserva l’impianto virtuosistico dell’aria barocca, eppure le due musiciste sottraggono il materiale originale alla pura filologia esecutiva. «Scirocco e Maestrale» sviluppa infatti una sorta di improvvisazione collettiva dove voce e pianoforte sembrano contendersi lo spazio sonoro secondo dinamiche quasi concertanti. Il riferimento al barocco non riguarda soltanto il repertorio, ma la concezione stessa del movimento musicale come energia instabile, come continua oscillazione fra ordine e perturbazione. «Silent Moon» riduce drasticamente la materia sonora. Tallini lavora sul silenzio con rara consapevolezza, lasciando che le risonanze del pianoforte prolunghino il senso delle pause. Miles Davis viene evocato implicitamente non come citazione estetica, quanto come principio d’ascolto. La luna del titolo non assume alcun carattere descrittivo; diventa piuttosto uno spazio mentale, una condizione percettiva nella quale il suono acquisisce valore proprio grazie alla sua rarefazione. Particolarmente riuscita appare la rilettura del «Ballo» di Luciano Berio. L’interesse di Spalletta e Tallini per la fonetica della lingua italiana e siciliana trova qui piena evidenza. Berio aveva già compreso come la vocalità popolare custodisse un patrimonio ritmico e drammaturgico straordinario; il duo amplifica tale intuizione mediante una scrittura pianistica nervosa, quasi percussiva, che trasforma la danza ternaria in una spirale febbrile. «Con fuoco», posto in continuità con questo episodio, chiarisce definitivamente il senso del titolo dell’album. Non semplice indicazione dinamica, bensì principio etico ed espressivo: fare musica come atto totale, disciplinato e ardente insieme.
«Rosa» raggiunge una nudità emotiva rara. Il dolore evocato dalla composizione non cerca consolazione melodrammatica; Spalletta preferisce una linea vocale trattenuta, quasi esitante, mentre il pianoforte dispone accordi isolati che lasciano emergere il vuoto fra un suono e l’altro. Proprio questa sottrazione produce la massima intensità. La lettura di «Festa no sertão» mette in evidenza la formazione colta delle due interpreti. Villa-Lobos viene affrontato senza irrigidimenti accademici, valorizzando piuttosto la componente ritmica, corporea e popolare della scrittura pianistica. Tallini governa le poliritmie con impressionante lucidità tecnica, mentre Spalletta inserisce interventi vocali che amplificano il carattere rituale della composizione. «Alfonsina y el mar» conclude il percorso con misura quasi elegiaca. L’ombra di Mercedes Sosa rimane inevitabilmente presente nella memoria dell’ascoltatore, eppure il duo evita qualunque imitazione. La celebre zamba argentina viene ridotta all’essenziale, come se ogni elemento superfluo dovesse dissolversi per lasciare spazio al nucleo poetico del testo. Il mare evocato da Ariel Ramírez e Félix Luna non assume i contorni romantici dell’infinito, quanto quelli di una soglia irrevocabile, silenziosa e definitiva. «Con fuoco» possiede una qualità sempre più rara nella produzione contemporanea: la pazienza. Nessuna concessione all’immediatezza algoritmica, nessuna ricerca dell’effetto rapido o della seduzione superficiale. Daniela Spalletta e Stefania Tallini elaborano invece un’opera rigorosa, musicalmente eloquente e interiormente articolata, nella quale tradizione colta, improvvisazione jazzistica, memoria popolare e ricerca linguistica convivono secondo una coerenza formale autentica, mai programmatica.

