Pippo D’Ambrosio con «Beyond The Sky», un viaggio cosmico fra le stelle del Jazz (A.MA Records, 2023)

0
PIppoDambrosioCover

Al netto di ogni suggestione filosofico-esistenziale il fruitore si trova fra le mani un disco corroborato da una cubatura creativa terrestre e tangibile che guarda in alto verso un remoto universo fatto sostanzialmente di variazioni melodico-armoniche

// di Francesco Cataldo Verrina //

Un batteria alla testa di un line-up libera il campo dall’innato desiderio di essere sempre in primo piano come accade quando la leader-ship è ad appannaggio di uno strumento melodico e narrativo. Ovviamente, tale assunto non è antitetico ad altri formati strumentali. Del resto, nel jazz le gerarchie e i termini relazionali se non sono scritti, sono sottintesi e istintivamente accettati, per quanto ogni solista, specie negli asset contemporanei, abbia più spazio espressivo ed espositivo rispetto al passato. Va da sé che, quando il comando di un collettivo avviene dalla retroguardia, le dinamiche cambino e la forza centripeta sia maggiore rispetto a taluni concept similari in cui l’egocentrismo strumentale si focalizza prevalentemente sul leader.

Pippo D’Ambrosio in «Beyond The Sky», edito dalla A.MA Records, è autore e arrangiatore di dieci componimenti pensati per un collegialità sinergica e svincolata, i quali finiscono puntualmente per ritornare al nucleo centrale dell’idea di partenza. Nel cielo ideale disegnato dal batterista pugliese tutte le stelle brillano di luce propria, così Eugenio Macchia piano elettrico e synt, Gaetano Partipilo sax contralto e Giorgio Vendola contrabbasso diventano perfetti sodali, esploratori e argonauti della nave stellare. Metafore a parte, il vero carburante del disco è rappresentato dal costrutto sonoro concepito sulla scorta di un’ampia visione di un jazz a larghe maglie, in cui elementi molteplici s’incontrano, s’innestano e si compenetrano in un gioco di richiami e rimandi tra passato e futuro, dove non mancano piccole tentazioni elettroniche o talune pennellate etniche, le quali fungono essenzialmente da diluente. Un contrassegno saliente è dato dall’ottimo groove che caratterizza l’intero tracciato cosmico su cui poggia «Beyond The Sky», in cui l’ordine galattico e stellare è idealmente contrapposto al disordine auto-implodente del Pianeta Terra e dove l’improvvisazione diventa il contraltare dell’avventatezza.

L’opener, «Milky Way» subisce il fascino mai svelato della Via Lattea: la nostra Galassia, un tratto di universo che da sempre seduce poeti, naviganti, sognatori e musicisti. D’Ambrosio e i suoi cosmonauti sembrano attraversarla quasi in punta di piedi con un inizio sospeso e circospetto segnato da un groove cadenzato, su cui s’innestano il sax ed il piano con un movimento delicato e soulful, mentre entrambi distillano progressivamente una melodia sospesa e leggera, seguiti passo passo dalla retroguardia che indica loro i cambi di passo e di mood. «Hale-Bopp» è introdotto da un lungo tambureggiare che, a metà del tragitto, diventa un rampa di lancio per tutta la compagine che s’invola spedita alla conquista delle galassie giocando su un modulo post-bop da avant-jazz magnificato da un tagliente groove funkified. «Alioth», caratterizzato da un flusso melodico a rapida combustione, mostra tutte le caratteristiche di una narrazione cinematografica dotata di un subisso torrenziale: ottimo lo scambio della batteria con il piano elettrico e con sax contralto, rafforzato anche dall’ottimo walking del contrabbasso. Il viaggio esplorativo si avvicina ai «Black Holes», mentre il costrutto sonoro sviluppa quasi una fosca aura di terrore, ma sono solo congetture narrative che si aggrovigliano in uno svolgimento sempre più ricco di spunti tematici e variazioni ambientali. Le tante costellazione diventano per D’Ambrosio e soci un forte motore ispirativo ed una spinta cinetica verso inedite propaggini celestiali, ognuna delle quali assume differenti tratti somatici: dura e aspra «Cassiopea», più liquida e meno palpabile «Hydra». In entrambe il batterista-leader assume il controllo dell’organico, mentre il trascinante effluvio musicale, implementato dalle tastiere e dal sax, sembra sollevarsi sotto la spinta del kit percussivo. In «Omega Nebula», l’habitat diventa più rarefatto ed esoterico, quasi shorteriano, mentre il suono spazzolato di D’Ambrosio indica con precisione le coordinate celesti ai due strumenti di prima linea, i quali si assoggettano ai comandi fluttuando fra le note. «Andromeda» assume le sembianze di un canto quasi liberatorio, formulato attraverso una melodia avvincente e futuristica, dove l’incessante groove opera da linea guida senza lasciare mai aria ferma. «Aquarius» evidenzia un impianto muscolare ed una mercuriale collegialità d’intenti, ponendosi come una cuspide aderente alle normative idiomatiche del jazz ma con piccole divagazioni verso la contemporaneità. In conclusione, con «Sirio», nome della stella più vicina al nostro pianeta, il quartetto sceglie una regola d’ingaggio più mite e risolutiva sulla scorta di un refrain festoso e gaudente, quasi come un avventuroso viaggio di fantasia che giunge al termine riportando tutti sulla Terra. A conti fatti e al netto di ogni suggestione filosofico-esistenziale, però, il fruitore si trova fra le mani un disco corroborato da una cubatura creativa terrestre e tangibile che guarda in alto verso un remoto universo fatto sostanzialmente di variazioni ritmiche e melodico-armoniche.

Pippo D’Ambrosio
0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *