«Underbrush» di Federico Chiarofonte, un tessuto sonoro in pregiata fibra naturale
…quell’insieme di elementi nascosti che dal profondo, come da un tappeto di foglie esauste, emergono in superficie attraverso un costrutto concettuale coerente, il quale lega la musica ai desideri, ai turbamenti e agli interrogativi del compositore affrancandolo progressivamente dal giogo dei demoni.
// di Francesco Cataldo Verrina //
C’è sempre un complesso di fattori di natura ambientale o interiore che finisce per diventare la fonte ispirativa a cui molti compositori contemporanei si abbeverano. Viviamo in un’epoca, caratterizzata da una complessità di relazioni umane e da contatti fra simili dovuti all’accorciamento delle distanze: siamo passati dal «villaggio globale» alla «capanna virtuale», in cui gli abitanti del pianeta Terra ricevono una quantità abnorme di stimolazioni provenienti dal mondo esterno, a cui si aggiungono a ripetizione input virtuali che talvolta sviluppano un senso di oppressione. Per contro, Federico Chiarofonte ha cercato ed ottenuto dalla natura (madre e matrigna) e dal suo background culturale le induzioni necessarie a strutturare un modulo jazzistico ricco di suggestioni intime, colte, ambientali e paesaggistiche. Paradossalmente, potremmo parlare di un tessuto sonoro in fibra naturale.
La copertina del disco è un primo indicatore di marcia, tra alberi dai colori attenuati, quasi impressionistici, in un contesto autunnale con foglie cadenti che diventano una metafora della caducità dell’esistenza umana. A tal punto che flusso sonoro sembra assumere le sembianze di un narratore di quel complesso intreccio di sentimenti e contraddizioni a cui la natura, e non solo umana, deve sottostare per via di un determinismo ineluttabile. «Come le foglie sugli alberi d’autunno», diceva il poeta Ungaretti, sintetizzando magnificamente l’idea di un vita appesa ad un filo, simile ad una foglia legata all’esilità di un tralcio. Federico Chiarofonte, pur essendo un batterista, non eccede mai sottoponendo il suo kit a dimostrazioni muscolari, al contrario, con pennellata leggera e discreta, offre ai due sodali un terreno ben dissodato, ma ancora da seminare, in cui incunearsi e dilatare il racconto sonoro seguendo i ritmi evolutivi e le mutazioni fisio-chimiche della natura, sottolineate armonicamente e melodicamente dal pianoforte di Vittorio Solimene che vaga e divaga a tutto campo sfiorando un’infinità di registri, mentre il basso di Alessandro Bintzios converge e diverge facendo il paio con il batterista leader dalla retroguardia. Ne è una dimostrazione tangibile l’opener dell’album «Porto Cupo», in cui i repentini cambi di mood e di metrica descrivono mnemonicamente e simultaneamente le mutazioni ambientali e strumentali.
Il titolo «Underbrush» in italiano «sottobosco» è già una sorta di pay-off che fornisce una ben precisa profilazione del disco, quasi fosse un bozzetto pubblicitario atto a comunicare quell’insieme di elementi nascosti che dal profondo, come da un tappeto di foglie esauste, emergono in superficie attraverso un costrutto concettuale coerente, il quale lega la musica ai desideri, ai turbamenti e agli interrogativi del compositore affrancandolo progressivamente dal giogo dei demoni. Basta fare mente locale su componimenti come «Speecher’s Fight Circle», dove un ipotetico contraddittorio o scambio di vedute si trasforma in un perfetto contrappunto strumentale fra pianoforte e contrabbasso, i quali finiscono per trovare un punto di confluenza sotto l’attenta guida del kit percussivo di Chiarofonte. Così, traccia dopo traccia, accordo dopo accordo, il travaglio creativo si trasforma in una trama romanzata o cronachistica che racconta la realtà rendendola più accettabile, al punto che le note assumono un potere salvifico e taumaturgico. «Upas» diventa armonicamente e idealmente un ricettacolo di cambi di passo e di umori umani imprevedibili e inattesi. Fra intrecci letterari e meditazioni filosofico-esistenziali l’itinerario sonoro si rapprende in una forma mentis da jazz contemporaneo rivolto più all’introspezione che non alla spettacolarizzazione virtuosistica e strumentale. «Swapnadosha» si sostanzia in una progressione mutevole, dapprima sotterranea e poi emersiva, come un essere vivente che si libera del fogliame che lo ricopre per uscire alla luce del sole mentre i suoni si fanno nitidi e vitali. «Raja Clavata» è un perfetto mélange di elementi presenti e passati provenienti da vari incartamenti del vernacolo jazzistico. «Eròoiogn» è un’esalazione onirica fitta di misticismo che si arrampica sull’impervia scalarità dell’esatonica, sviluppando un’aura di inquietudine e di mistero al contempo. «Lanius Collurio» si caratterizza seguendo le coordinate di una dualità strumentale e compositiva, giustapposte fra la prima e la seconda parte, che finiscono per essere le due facce della stessa medaglia e dell’anima proteiforme del compositore. «Mayas» è un armonico triangolo equilatero disposto fra le parti strumentali che si concedono una fuga in solitaria quasi in sequenza. Tracciando un bilancio complessivo, «Underbrush, pubblicato dalla GleAM Records, è un’escursione profonda nei lemmi del jazz contemporaneo, non facile ed immediato al primo impatto: l’esecuzione è cristallina ma la sintassi complessa, certamente oltrepassa le barriere architettoniche di una prevedibile esercitazione manieristica e post-accademica.

