Impalcature elettroacustiche e conduction collettiva: il sincretismo formale di «Volume» dell’Ensemble Infini
L’album si attesta non solo quale documento fonografico di altissimo profilo artistico, ma anche come un cruciale manifesto teorico sulla persistenza e sulla rigenerazione delle pratiche di liberazione sonora nel ventunesimo secolo.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’orizzonte della musica d’avanguardia francofona trova una memorabile ridefinizione formale in «Volume ∞», album di debutto dell’ottetto Ensemble Infini rilasciata sotto l’egida della Cellar Music. Il progetto, coordinato dal seminale batterista quebecchese Guy Thouin, si conforma come un saggio di storiografia sonora vivente, in grado di tessere un filo conduttore transgenerazionale tra la storica controcultura di Montréal e le più recenti derive dell’improvvisazione radicale contemporanea.
Da un punto di vista strettamente analitico, la partitura elettroacustica si sviluppa attraverso una destrutturazione programmata dei codici formali del jazz e della conduction collettiva, approdando a un amalgama in cui la prassi esecutiva estemporanea dialoga costantemente con il rigore concettuale della ricerca acusmatica. All’interno dell’architettura macrotestuale del disco, episodi compositivi come «Free Parking Transcendantal» e «Jhaptala / Milford Spirit» si impongono all’attenzione critica per l’attitudine a declinare la lezione storica del free jazz e della poliritmia extra-europea in un lessico aggiornato alle dinamiche post-moderne. La propulsione ritmica guidata dall’esperienza di Thouin non agisce mai come semplice metronomo o mero collante strutturale, ma opera quale dispositivo ermeneutico volto a scardinare la linearità temporale dell’ascolto tradizionale. A questo impianto percussivo profondamente organico si sovrappongono tessiture sintetiche e manipolazioni elettroniche in tempo reale che proiettano la performance d’insieme verso una dimensione dichiaratamente psichedelica e spaziale, in cui i confini tra sorgente acustica e alterazione digitale si fanno programmaticamente labili e porosi.
La fluidità macroscopica del saggio sonoro prosegue senza soluzione di continuità formale nelle successive sezioni intitolate «Black Hole» e «Guy médite et résonne», dove l’asse d’indagine si sposta verso territori marcatamente meditativi e microtonali. Qui l’Ensemble Infini dimostra una rara consapevolezza fenomenologica del silenzio e della risonanza ambientale, trasformando la registrazione in uno spazio di negoziazione estetica tra l’individualità del solista e l’istanza corale del collettivo. Lo scavo timbrico operato dagli strumentisti si muove lungo traiettorie non convenzionali, privilegiando l’uso di tecniche estese e di dinamiche soffuse, atte a evocare paesaggi interiori di densa drammaturgia astratta, prima che il flusso precipiti nuovamente nei rigorosi e taglienti costrutti metrici che animano le conclusive «Dream Story» e «Industrial Jazz». In ultima analisi, la rilevanza scientifica di questo compendio risiede nella sua natura di concept totale, dove l’urgenza dell’improvvisazione catturata nei tre giorni di sessione in studio viene validata ed estesa dal ricco apparato esegetico e visivo bilingue fornito a corredo dell’edizione fisica. Il commento critico-storico integrato e l’apporto grafico a inchiostro di Marie Lemieux non si limitano a decorare il manufatto, ma ne completano il valore testuale, offrendo all’ascoltatore-studioso le coordinate necessarie per decodificare un’operazione filologica di portata straordinaria. L’album si attesta dunque non solo come un documento fonografico di altissimo profilo artistico, ma anche come un cruciale manifesto teorico sulla persistenza e sulla rigenerazione delle pratiche di liberazione sonora nel ventunesimo secolo.

