Francesco Branciamore con «Old & New Dreams»: quando il tema diventa racconto. Il pianoforte come luogo del pensiero musicale (Caligola Records, 2026)

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L’album sancisce l’immagine di un musicista interessato soprattutto alla qualità del pensiero musicale, alla coerenza della forma e alla ricerca di una voce personale, distante tanto dagli esercizi di stile quanto dalle seduzioni dell’effetto immediato.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Cinque anni separano «Old & New Dreams» da «Skies of Sea», un intervallo temporale che, nel percorso artistico di Francesco Branciamore, ha favorito una maturazione riconoscibile tanto sul piano della scrittura quanto nell’organizzazione del pensiero improvvisativo. Lontano da qualsiasi esigenza dimostrativa, il pianista siciliano affida a questo nuovo lavoro una riflessione musicale che nasce da una lunga sedimentazione culturale, nella quale convivono memoria, ricerca e consapevolezza formale. Chi conosce Branciamore soprattutto come batterista – ruolo che gli ha garantito, da oltre tre decenni, una posizione di assoluto rilievo nel jazz italiano – ritrova qui un musicista che, seduto davanti alla tastiera, sviluppa un linguaggio ormai pienamente autonomo, sorretto da una progettualità compositiva che aveva già lasciato intravedere qualità non comuni in «Aspiciens Pulchritudinem» e successivamente in «Skies of Sea».

Il titolo stesso, «Old & New Dreams», giunge a una dialettica che supera il semplice riferimento cronologico. L’antico e il nuovo non vengono contrapposti secondo una logica di successione storica, ma convivono come dimensioni complementari della memoria creativa. Ogni componimento custodisce frammenti di esperienze precedenti, intuizioni maturate nel tempo, ascolti, letture e incontri che riaffiorano privati di ogni carattere citazionistico. La memoria, dunque, non agisce quale deposito nostalgico, quanto piuttosto come principio generativo di nuove possibilità espressive. L’intero progetto ruota attorno al valore del tema, concepito non come semplice esposizione melodica, ma quale autentica voce narrante. Da questo nucleo originario prende forma un percorso nel quale improvvisazione e scrittura convivono secondo rapporti di reciproca alimentazione. Nulla suggerisce l’impressione di assistere a un’alternanza fra materiale composto e libertà estemporanea; entrambe le dimensioni convivono all’interno di un unico flusso sintattico, governato da una notevole chiarezza progettuale. L’improvvisazione prolunga il pensiero compositivo, mentre la pagina scritta conserva quella naturale flessibilità che permette alla forma di rinnovarsi continuamente.

La cultura musicale di Branciamore rivela un’estensione ben più ampia dei confini abitualmente attribuiti al linguaggio jazzistico. La frequentazione del repertorio classico europeo, unita alla costante attenzione verso la storia del jazz moderno, confluisce in un lessico personale che evita accuratamente qualsiasi tentazione sincretica. Gli elementi provenienti da tradizioni differenti vengono assimilati con naturalezza, fino a perdere ogni carattere di giustapposizione. Piuttosto che sovrapporre linguaggi, il pianista ne assimila le dinamiche intrinseche, lasciando che convergano spontaneamente in una scrittura coerente. Sul piano armonico affiora un interesse costante per la dilatazione delle funzioni tonali. Le progressioni evitano frequentemente le cadenze prevedibili, privilegiando successioni modali, relazioni intervallari aperte, centri gravitazionali mobili e accordi costruiti secondo distribuzioni che ampliano la risonanza naturale dello strumento. Tale orientamento richiama, per sensibilità, alcune ricerche sviluppate nella scuola pianistica europea della seconda metà del Novecento, senza mai trasformarsi in esercizio stilistico. L’attenzione verso la qualità della risonanza, la gestione dei registri e la distribuzione delle voci conferisce alla scrittura una notevole ricchezza di sfumature acustiche. La componente ritmica merita un’osservazione particolare. L’esperienza maturata dietro la batteria continua infatti ad alimentare il pensiero pianistico di Branciamore, non tanto attraverso figurazioni virtuosistiche, quanto nella concezione del tempo musicale. Le pulsazioni interne vengono continuamente dilatate, anticipate o ritardate, generando un equilibrio estremamente mobile che conserva sempre una piena leggibilità. L’agogica partecipa così alla costruzione narrativa dell’intero disco, evitando qualsiasi rigidità metronomica.

«Voices of the Wood» diffonde immediatamente questa poetica sulla scorta di una scrittura che valorizza il registro medio-grave dello strumento, lasciando progressivamente emergere cellule melodiche sottoposte a continue variazioni intervallari. «Anima» sviluppa invece un andamento maggiormente introspettivo, nel quale il canto melodico si espande con naturalezza sopra una trama armonica raffinata. La composizione che dà il titolo all’album costituisce probabilmente il manifesto poetico dell’intero progetto, riassumendo il dialogo costante fra memoria e invenzione tramite un equilibrio particolarmente convincente fra controllo formale e libertà improvvisativa. Pagine quali «Adelma», «A Prayer for Chick», «Fala Vincent» e «Part of Me» documentano differenti aspetti della scrittura di Branciamore. L’omaggio dedicato a Chick Corea evita qualsiasi imitazione superficiale, preferendo assimilare lo spirito della sua ricerca armonica e ritmica piuttosto che riprodurne formule riconoscibili. Analogamente, «Fala Vincent» sviluppa un clima contemplativo nel quale il trattamento della melodia assume una funzione quasi meditativa. Particolarmente significativa appare la scelta di accostare alle composizioni originali quattro riletture appartenenti a universi culturali differenti. Federico Mompou, John Coltrane, Harold Arlen e David Crosby rappresentano sensibilità distanti, accomunate tuttavia dalla forza narrativa delle rispettive pagine musicali. Branciamore evita accuratamente la logica dell’arrangiamento ornamentale. Ogni reinterpretazione nasce piuttosto da un processo di assimilazione che conduce il materiale originario verso nuovi assetti formali.

La delicatissima «Canciones y Danzas» di Federico Mompou conserva il proprio carattere contemplativo, pur acquisendo una diversa respirazione armonica. La scrittura pianistica valorizza i silenzi quanto le note, secondo una concezione dello spazio musicale che richiama la poetica della sottrazione cara al compositore catalano. «Dear Lord» di John Coltrane rinuncia invece a ogni enfasi spiritualistica, preferendo una lettura raccolta, quasi cameristica, nella quale la melodia conserva tutta la propria intensità senza ricorrere a espedienti retorici. «Over the Rainbow» sfugge alle consuete convenzioni interpretative grazie a un trattamento armonico che rinnova profondamente la percezione della celebre pagina di Harold Arlen, mentre «Guinnevere» di David Crosby trova nel pianoforte una dimensione intimistica che valorizza la raffinata costruzione melodica dell’originale. «Old & New Dreams» conferma dunque la statura di un autore che affronta il pianoforte con la stessa lucidità progettuale maturata durante una lunga esperienza nel jazz contemporaneo. L’album sancisce l’immagine di un musicista interessato soprattutto alla qualità del pensiero musicale, alla coerenza della forma e alla ricerca di una voce personale, distante tanto dagli esercizi di stile quanto dalle seduzioni dell’effetto immediato. Rimane così l’impressione di un lavoro nel quale esperienza, cultura musicale, sensibilità compositiva ed equilibrio interpretativo convergono in una sintesi di rara maturità, destinata a occupare un posto significativo nella recente produzione pianistica italiana.

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