«Wayne Shorter: Il Messaggero degli Dèi» il nuovo libro di Francesco Cataldo Verrina (Kriterius Edizioni)
Sebbene oggi esistano musicisti di notevole caratura che continuano a perpetuare la specie jazz-sapiens, il percorso, per quanto frastagliato e accidentato del «ragazzo di Newark», sembra davvero irripetibile.
// di Irma Sanders //
Innovatore in un’epoca di cambiamenti, Wayne Shorter è stato uno dei personaggi fondamentali per l’evoluzione del jazz moderno. Un vero traghettatore dai vecchi stilemi al nuovo modo di concepire la musica improvvisata africano-americana. La sua carriera di influente sassofonista tenore e compositore ha tagliato diametralmente più di mezzo secolo, seguendo la complessa rivoluzione del jazz per tutto quell’arco di tempo, attraverso mutamenti e contaminazione fino a diventare uno dei paladini della fusion con i Weather Report.
Nell’uso del sax tenore Shorter aveva uno stile sornione e confidenziale, ma non privo di improvvise folate verticali, immediatamente identificabile per il suo tono basso e avvolgente e per il senso ellittico della frase; per contro, era capace di distillare una sonorità più adamantina con il sax soprano, strumento sul quale ha lasciato un’influenza incalcolabile e con cui riusciva ad essere trasversale, intrigante o sfuggente, ma sempre con un’intonazione mercuriale ed una precisione d’attacco manualistica. Una figura la cui statura artistica si è rivelata con il passare del tempo sempre più imponente, un unicum irripetibile e non clonabile: la sorgiva miscela di caratura tecnica strumentale, la visionarietà compositiva, l’intuito per l’innovazione, il carisma e la profondità di pensiero, che hanno innervato la carriera quasi sessantennale di Shorter, sono probabilmente qualcosa che difficilmente potrà ripetersi. Tra i più prolifici, visionari e innovativi sassofonisti del secondo Novecento, egli raccolse l’eredità coltraniana, non quale ricalco ma come metodo d’indagine evolutiva.
Shorter muore a 89 anni a Los Angeles, in una situazione di quasi ristrettezza economica: mesi prima, la figlia aveva lanciato una raccolta fondi on line per sostenere i costi delle medicine necessarie alle cure del padre, oramai in fin di vita. Shorter era nato nel 1933 a Newark nel New Jersey ed aveva iniziato a suonare il clarinetto a quindici anni. Venuto alla ribalta negli anni Sessanta come sassofonista tenore e compositore interno in alcune formazioni di punta come i Jazz Messengers di Art Blakey ed il Miles Davis Quintet, due dei più rinomati line-up della storia del jazz moderno, seppe ritagliarsi un suo spazio ed imbastire presto una carriera come band-leader, imponendo uno stile del tutto personale, quanto meno inequivocabile. Quando Wayne approdò nell’entourage del decano dei batteristi, forse neppure Art Blakey era consapevole del potenziale di questo eclettico sassofonista, ignaro perfino del fatto che, tra il 1963 ed il 1964, gli avrebbe conferito la carica di direttore musicale dei Jazz Messengers.
Shorter dovette attendere, però, prima di trovare la cosiddetta quadratura del cerchio, passando attraverso il quintetto di Miles Davis. I suoi primi lavori d’esordio per la Vee Jay furono puramente interlocutori e legati all’hard bop di maniera. Nel momento in cui il sassofonista venne cooptato da Davis all’interno del «second great quintet», iniziò a manifestare i primi segni di un’evoluzione espressiva e compositiva non comune, cavalcando il modale spinto d’ispirazione coltraniana. Il passaggio alla Blue Note non solo fu il riconoscimento di un talento straripante, ma per il «ragazzo di Newark» divenne uno spartiacque rispetto al vissuto precedente. Dal lì in avanti, la sua sarebbe stata una delle voci più espressive ed autorevoli all’interno del post-bop a trazione anteriore e della fusion, talvolta confinante con le nuove istanze del free jazz. Sebbene oggi esistano musicisti di notevole caratura che continuano a perpetuare la specie jazz-sapiens, il percorso, per quanto frastagliato e accidentato del «ragazzo di Newark», sembra davvero irripetibile.

