Vignola2

Sarei contento se fosse inteso come un manuale di conversione a Miles per chi non lo ha mai ascoltato con attenzione, perché infastidito dai suoi atteggiamenti, da quello che ne scrivono i detrattori o dalla parte meno accessibile della sua musica, che il libro vorrebbe “aprire”, tenendo il lettore per mano.

// di Guido Michelone //

D. In tre parole chi è John Vignola?

R. Un appassionato divulgatore musicale.

D. Il tuo primo ricordo della musica da bambino?

R. Un Natale in cui mi è stato regalato Love Songs dei Beatles (antologia doppia di fine Settanta, fatta solo di canzoni d’amore attinte da tutto il periodo di unione del gruppo), che è entrato nella mia vita quotidiana in maniera ossessiva.

D. E il tuo primo ricordo del jazz in assoluto?

R. Quando ero bambino, mio padre acquistava in edicola le monografie (fascicolo & LP) de I Grandi del Jazz di Fabbri Editore. Erano incredibilmente curate rispetto alle pubblicazioni di oggi, anche perché i saggi erano firmati da nomi indimenticabili dell’ambito: Pino Candini, Arrigo Polillo, Bruno Schiozzi (che coordinava il tutto), Leonard Feather, addirittura. Ho consumato i vinili dedicati a Charlie Parker, John Lewis, Lennie Tristano, Louis Armstrong e Miles Davis.

D. Come definiresti la tua attività? Critico, giornalista, musicologo, organizzatore o tutto insieme o altro ancora?

R. Vedi sopra. Sono abbastanza allergico al ruolo del critico inteso come colui che fornisce giudizi definitivi su artisti e opere: mi è di sicuro capitato, soprattutto fino a una ventina di anni fa, ma nel corso dei decenni ho preferito sempre di più occuparmi di raccontare i percorsi di un artista o di un movimento, lasciando al gusto del lettore e dell’ascoltatore la giusta autonomia di giudizio. In questo orizzonte, organizzare eventi o programmi radiofonici, alimentare scene o artisti magari meno noti di altri, è coerente con la mia serenità professionale di oggi.

D. Possiamo parlare di te anche come di uno dei protagonisti della crtica rock alternativa?

R. Di sicuro ho fatto – e faccio – parte di una generazione di giornalisti che hanno avuto la fortuna di non occuparsi solo di musica mainstream, ma «alternativo» mi fa pensare al Club di Topolino e non riesco a vederlo come un mio ambito. La domanda è più che lecita, ovviamente, ma il mio sentimento sull’alternativo è di insofferenza per l’uso poco interessante che se ne fa.

D. Per te ha ancora un senso oggi la parola jazz?

R. Credo proprio di sì. Non aderisco al dibattito che vorrebbe sostituirla con varie perifrasi, per me ha un senso e un valore sentimentale e culturale che non vorrei demansionare, come se volessimo cercare un’altra parola per il termine blues, che tanto le deve.

D. E si può parlare di jazz italiano? Esiste per te qualcosa di definibile come jazz italiano?

R. Penso di sì, è una scena che esiste da sempre e che secondo me segue gli alti e i bassi del jazz che si confronta con tanti cambiamenti, anche industriali o di mercato. Come vogliamo definire Massimo Urbani o Enrico Rava, se non jazzisti? Rava, Fresu, Pieranunzi, Danilo Rea: strumentisti che sono prima di tutto voci liriche. Non a caso, i loro numi tutelari sono Miles e Chet Baker, i due che hanno dimostrato che poche note giuste valgono più di mille. Poi c’è la radice popolare: le bande di paese, il folklore riletto senza nostalgia, Gianluigi Trovesi, Pino Minafra, l’Italian Instabile Orchestra. E infine l’irriverenza colta di chi attraversa i generi senza chiedere permesso: Gaslini l’aveva teorizzata come “musica totale”, Bollani e Petrella la praticano ogni sera. Poi ci sono le eccezioni che confermano la regola, e la più grande è Massimo Urbani: un genio irregolare, il nostro Charlie Parker, uno che bruciava dentro il bebop più ortodosso una furia tutta romana. Resta la lezione di Miles, che è il cuore del mio libro: il jazz non è un repertorio da custodire, è una pratica di metamorfosi. In questo senso, il jazz italiano esiste ogni volta che non si limita a suonare bene una musica altrui, ma la trasforma in qualcosa che prima (quasi) non c’era.

D. Il jazz ha un’ideologia? Deve essere ‘impegnato’? L’album jazz più impegnato o politico che tu abbia sentito?

R. Per una risposta estesa, che una domanda del genere si merita, mi ci vorrebbero diverse ore. Il jazz ha sicuramente una sua tensione politica, più che ideologica, civile, estetica, che poi si confronta con la relazione fra produzione ed esigenze magari non solo industriali o commerciali (la relazione fra etichette e artisti, per esempio). Da ragazzo, scrissi una lettera a Musica Jazz per chiedere una discografia dettagliata degli Art Ensemble Of Chicago, i consigli della risposta che venne pubblicata sulla rivista hanno segnato la mia idea di impegno e di movimento nella musica, quindi direi la loro discografia completa!

D. Parliamo ora del tuo ‘«Esercizi di metamorfosi» che ho trovato molto bello, perché hai saputo racchiudere in poche pagine l’essenza di Miles Davis. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

R. Banalmente, i cento anni di Miles e il corteggiamento di Rai Libri. Ho avuto molti ripensamenti prima di accettare, poi ho deciso di tentare questo atto d’amore nei confronti di Miles, interpretandolo anche come un atto di gratitudine per quello che i suoi dischi mi hanno dato.

D. Fra tutti i libri su Miles che ho letto, il tuo è l’unico a relazionarsi con il mondo del rock (che a sua volta, a livello di musicisti, ama molto Davis). Ma perché, secondo te, ancora così tanti pregiudizi sul Miles elettrico e pop da parte dei puristi?

R. Non lo capisco proprio. Il purismo nel jazz non dovrebbe esistere, perché la sua matrice, il blues, è tutt’altro che pura, è meticcia come tutte le musiche che genera. Chi procede per canoni nega al jazz la possibilità di evolvere e la storia di Miles, secondo me un jazzista sempre, in ogni momento della sua produzione, lo spiega più di tante parole. Ricordo bene le stroncature di album come «You’re Under Arrest», ero già in circolazione, e non riguardavano quasi mai i dubbi legittimi sulla tenuta della tromba di Miles dell’epoca. Si concentravano invece sul sacrilegio di scegliere, per esempio, una canzone come «Time After Time» di Lauper che era troppo pop, vacua: peccato che il jazzista attinga da sempre alle canzoni “pop”, che le firmi Cindy Lauper, Nat King Cole o Irving Berlin. Nelle sue mani si trasfigurano, dagli anni Dieci / Venti del secolo scorso ad oggi. Nello sconfinamento continuo di Miles si trova anche uno dei suoi più importanti punti di forza, così come nell’uso della tecnologia e del montaggio in studio. Denigrare tutto questo non è stato lungimirante.

D. Di cosa tu vai particolarmente fiero, oltre quanto già detto, del tuo «Esercizi di metamorfosi»?

R. Sarei contento se fosse inteso come un manuale di conversione a Miles per chi non lo ha mai ascoltato con attenzione, perché infastidito dai suoi atteggiamenti, da quello che ne scrivono i detrattori o dalla parte meno accessibile della sua musica, che il libro vorrebbe “aprire”, tenendo il lettore per mano.

D. Cambiando discorso, come vivi tu il jazz in Italia anche in rapporto alle tue esperienze sul territorio?

R. Lo vivo come molti di noi, sono frastornato dagli eventi.

D. Cosa pensi delle contaminazioni di Umbria Jazz, ossia del fatto che oggi i concerti al top siano quelli di rock star o pop star?

R. Non è una grande novità: la prima volta che sono stato a Umbria Jazz, nel 1987, c’era Sting insieme a Gil Evans (concerto straordinario, fra l’altro). L’importante sarebbe mantenere anche una quota considerevole dedicata a musicisti e scene meno appariscenti.

D. E cosa pensi tu dell’attuale situazione – governo Meloni – in cui versa la cultura italiana (di cui il jazz ovviamente fa parte da anni?

R. Siamo in un momento di grave recessione culturale, che arriva da una povertà di riferimenti e da mancanze strutturali che esistevano anche prima dell’arrivo del governo Meloni. Adesso, almeno, non ci sono ambiguità al riguardo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *