Antonio Macchia 5tet: «Illusion» fra rigore e invenzione (Dodicilune, 2026)
Più che una semplice dichiarazione d’esordio, «Illusion» lascia intravedere un musicista interessato alla relazione fra controllo compositivo e imprevedibilità esecutiva.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Antonio Macchia affida a «Illusion» il proprio esordio discografico, scegliendo una formazione raccolta e fortemente connotata dalla presenza della tromba, dal sax di Michele Polga e dal pianoforte di Daniele Gorgone, con Carlo Bavetta al contrabbasso e Pasquale Fiore alla batteria. La partecipazione di David Boato in «River Dance» e «Lucky Man» aggiunge una seconda voce alla sezione degli ottoni, ampliando la tavolozza del quintetto senza alterarne l’identità di fondo. Macchia, diplomatosi giovanissimo in tromba classica e successivamente specializzatosi nel jazz, affronta il proprio debutto con una maturità che deriva anche dalla doppia responsabilità assunta come interprete e compositore, condividendo con Gorgone la paternità delle sei pagine raccolte nell’album.
La scelta del titolo «Illusion» conduce a una chiave di lettura che riguarda anzitutto la percezione. L’illusione appartiene infatti a una zona nella quale l’apparenza sonora può suggerire una direzione mentre la musica ne percorre un’altra, generando quella sottile ambiguità percettiva che nel jazz trova terreno fertile nella relazione fra tema, improvvisazione e variazione. Macchia sembra assumere questa condizione come principio poetico, lasciando che la tromba agisca non soltanto quale voce solistica, ma come punto di osservazione privilegiato entro una materia musicale affidata alla reciprocità dell’ensemble, nel quale ogni componente concorre alla definizione del risultato complessivo. Macchia porta con sé la disciplina acquisita nella formazione classica e la libertà ricercata nel jazz; Gorgone assume una duplice funzione di pianista e autore; Polga, Bavetta e Fiore completano una sezione capace di sostenere tanto la precisione della scrittura quanto l’apertura improvvisativa. La partecipazione di Boato, infine, aggiunge due ulteriori prospettive all’universo degli ottoni.
«Carpenter», composto da Gorgone, pone in primo piano il rapporto fra scrittura pianistica e andamento della sezione ritmica. Il titolo, evocando il mestiere dell’artigiano che lavora una materia secondo precisione e misura, richiama una musica nella quale il dettaglio assume valore strutturale. La presenza del contrabbasso e della batteria consente al pianoforte di mantenere una funzione essenziale nel sostegno armonico e nella definizione delle coordinate entro cui tromba e sax possono intervenire con maggiore libertà. La title-track, firmata da Macchia, assume invece un rilievo centrale anche per la posizione che occupa nella sequenza. Qui l’idea dell’illusione può essere ricondotta al rapporto fra ciò che l’ascoltatore riconosce e ciò che progressivamente gli viene sottratto o modificato. Il jazz, soprattutto quando la scrittura lascia margine all’improvvisazione, vive proprio di questo scarto fra previsione e sorpresa. La tromba di Macchia diventa allora uno strumento privilegiato per governare la soglia fra enunciazione tematica e libertà improvvisativa, mentre Polga contribuisce a rendere più mobile il rapporto fra le due voci melodiche. «Colors», anch’essa di Macchia, sposta l’attenzione verso una dimensione percettiva nella quale il colore non va inteso quale semplice sinonimo di timbro, ma come qualità complessiva del suono prodotto dal line-up. La combinazione fra ottoni, pianoforte e sezione ritmica permette una continua ridefinizione delle superfici sonore, con il pianoforte di Gorgone a fornire un riferimento armonico e i fiati impegnati in una dialettica che può assumere configurazioni differenti a seconda delle esigenze della composizione e dell’improvvisazione.
«River Dance» e «Lucky Man», entrambe firmate da Gorgone, beneficiano della presenza di Boato, che porta nel quintetto una seconda tromba e rende più complesso il rapporto fra le voci acute. La scrittura a due trombe introduce possibilità contrappuntistiche e foniche che arricchiscono tanto l’enunciazione dei temi quanto le sezioni improvvisate. La seconda voce, soprattutto in un organico privo di strumenti armonici aggiuntivi, modifica sensibilmente la percezione dello spazio musicale, creando risposte, sovrapposizioni e polarità fra le linee melodiche. La conclusione affidata a «Johanna», composta da Macchia, riconduce l’ascolto alla dimensione autoriale del trombettista. Dopo il confronto con le composizioni di Gorgone e dopo l’esperienza dell’organico ampliato dalla seconda tromba, questa passaggio assume il valore di un ulteriore punto di osservazione sulla poetica del leader. L’album acquista così una fisionomia che nasce dalla coesistenza di due nuclei compositivi, quello di Macchia e quello di Gorgone, senza che la personalità del quintetto venga sacrificata alla distinzione fra gli autori. Più che una semplice dichiarazione d’esordio, «Illusion» lascia intravedere un musicista interessato alla relazione fra controllo compositivo e imprevedibilità esecutiva. La giovane età di Macchia acquista allora un significato secondario rispetto alla qualità della direttrice musicale, poiché l’attenzione si concentra sull’attitudine ad assumere responsabilità autoriali e interpretative già nel primo lavoro discografico. Il quintetto diventa il luogo privilegiato di questa ricerca, con la tromba posta al centro di un sistema di relazioni nel quale scrittura e e componente estemporanea, memoria formativa e linguaggio jazzistico, individualità e dimensione collettiva concorrono alla fisionomia di un debutto che merita attenzione.

