«Mali Bolivia» di Luc Mabal: convergenze musicali fra Africa e culture amerindie (Gutenberg Music, 2026)
Luc Mabal propone una riflessione musicale che supera il semplice incontro fra repertori lontani e suggerisce una diversa idea di appartenenza, nella quale il suono diventa luogo di relazione, di confronto e di continua ridefinizione delle proprie coordinate espressive.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Mali Bolivia» nasce da una convergenza artistica che sfugge a qualsiasi classificazione convenzionale. L’incontro fra i triestini Luc Orient e Doc Mabal, pseudonimo di Maurilio Balzanelli, produce infatti un organismo musicale nel quale differenti matrici linguistiche trovano una sintesi autentica, alimentata da una comune propensione verso la ricerca e da un’idea di scrittura che privilegia il dialogo fra culture sonore anziché la loro semplice giustapposizione. Pubblicato da Gutenberg Music, il lavoro raccoglie otto composizioni animate da una notevole coerenza formale, all’interno delle quali afro-jazz, alt-rock, elettronica, canzone d’autore e suggestioni provenienti da differenti tradizioni popolari convivono secondo una logica compositiva rigorosa e mai dimostrativa.
Il titolo stesso, «Mali Bolivia», suggerisce un accostamento soltanto in apparenza paradossale. Due territori lontanissimi sul piano geografico finiscono per condividere un medesimo spazio immaginativo, dove il Sahel africano e l’altopiano andino diventano poli complementari di una medesima riflessione sul ritmo, sul paesaggio acustico e sulla memoria culturale. L’intenzione non coincide con una rappresentazione folcloristica né con un esercizio di esotismo sonoro; prende forma, piuttosto, una geografia simbolica nella quale identità differenti trovano un terreno comune grazie a una scrittura consapevole delle proprie fonti e sufficientemente matura da non trasformarle in citazione decorativa. L’organico sfrutta questa pluralità di riferimenti con notevole equilibrio. Le chitarre alternano asperità prossime al desert rock e figure armoniche più rarefatte, mentre la sezione ritmica assimila pulsazioni riconducibili tanto alle poliritmie dell’Africa occidentale quanto a una concezione jazzistica della scansione metrica. L’elettronica interviene con discrezione, evitando qualsiasi funzione ornamentale, mentre i fiati ampliano il respiro melodico mediante linee che rimandano tanto alla tradizione improvvisativa europea quanto ad alcune esperienze maturate fra jazz contemporaneo e musica cameristica. Ne deriva una fisionomia acustica riconoscibile, sorretta da un’attenzione costante verso l’equilibrio dinamico e la distribuzione delle masse sonore.
«Silence» rappresenta uno degli episodi più misurati dell’intera raccolta. Il materiale sonoro procede per sottrazione, affidando alla rarefazione, alle pause e alla qualità dell’emissione strumentale una funzione narrativa di primaria importanza. Il silenzio, lungi dall’assumere il ruolo di semplice intervallo, diventa componente attiva della sintassi musicale, richiamando quella concezione dello spazio acustico che appartiene tanto a certa musica improvvisata europea quanto ad alcune esperienze della composizione contemporanea. Le progressioni armoniche rinunciano deliberatamente a una risoluzione prevedibile, favorendo una percezione temporale dilatata che accresce la forza evocativa dell’intera pagina. Diversa l’impostazione di «Alliance», dove il tessuto ritmico acquista maggiore incisività grazie a un lavoro particolarmente accurato sull’incastro delle figure percussive. Le linee di basso sostengono un moto continuo sul quale fiati e chitarre distribuiscono cellule melodiche complementari, secondo un procedimento che ricorda alcune pratiche del contrappunto ritmico africano traslate entro una sensibilità decisamente contemporanea. Nessun elemento prevale stabilmente sugli altri; ogni intervento strumentale partecipa invece alla costruzione di un equilibrio mobile, nel quale energia e controllo convivono senza attriti superflui. Fra le pagine più significative emerge anche «The Ancestors», composizione che sviluppa con particolare efficacia il rapporto fra memoria e invenzione. L’orizzonte evocato rimanda a pratiche rituali e a forme collettive del fare musica, evitando qualsiasi inclinazione nostalgica. Le inflessioni modali, la scelta di cellule melodiche essenziali e una gestione estremamente misurata delle dinamiche favoriscono una dimensione contemplativa nella quale il riferimento alla tradizione assume valore generativo anziché illustrativo. La scrittura armonica lascia emergere numerose ambiguità tonali, dettaglio che contribuisce a mantenere viva la tensione percettiva senza ricorrere ad artifici spettacolari.
L’intero lavoro riflette una gestazione lunga e ponderata. Il progetto, concepito prima della pandemia e sviluppato nell’arco di diversi anni, ha progressivamente modificato il proprio assetto grazie all’apporto di musicisti provenienti da esperienze differenti. L’ingresso del pianista Riccardo Morpurgo amplia sensibilmente il lessico armonico, apportando una maggiore elasticità nelle progressioni e offrendo alla fase estemporanea un terreno assai più fertile. Parallelamente, il contributo di Paolo Muscovi alla batteria consolida la varietà delle soluzioni ritmiche, mentre la scelta di ridurre al minimo gli interventi digitali restituisce centralità alla dimensione performativa e alla qualità dell’interazione fra gli esecutori. Piero Pieri descrive questa esperienza come il risultato di una fortunata alchimia, definizione che trova conferma nell’equilibrio raggiunto fra scrittura e libertà improvvisativa. Dopo un lungo percorso dedicato alla ricerca di una perfetta mediazione fra identità autoriale e comunicazione, la formazione preferisce una concezione più aperta della forma musicale, nella quale l’imprevisto diventa parte integrante del linguaggio. L’apporto di Doc Mabal introduce infatti una diversa concezione del ritmo, meno legata agli schemi tradizionali del rock e maggiormente sensibile alla flessibilità propria delle culture africane, circostanza che influenza profondamente il processo compositivo. Anche la produzione evita qualsiasi levigatezza artificiale. Registrazioni, missaggio e mastering, affidati a Daniele «Speed» Dibiaggio, conservano un’evidente matericità sonora, valorizzando la grana degli strumenti e la naturale circolazione dell’energia fra i musicisti. Nessuna ricerca della perfezione digitale, quanto piuttosto il desiderio di preservare la vitalità dell’esecuzione e le inevitabili irregolarità che accompagnano ogni autentica esperienza collettiva.
L’impressione complessiva rimanda dunque a un lavoro che rifiuta le semplificazioni commerciali e le formule rassicuranti della cosiddetta world music contemporanea. L’interesse principale non deriva dall’accostamento di idiomi differenti, pratica ormai largamente diffusa, quanto dalla qualità con cui tali linguaggi vengono assimilati entro una visione compositiva unitaria. Jazz, rock alternativo, tradizioni africane, sensibilità mediterranea, ricerca elettronica e improvvisazione partecipano a un medesimo disegno espressivo senza perdere la propria identità. «Mali Bolivia» offre così una dimostrazione convincente di come la contaminazione, quando sostenuta da solide competenze compositive, da un ascolto reciproco autentico e da una progettualità culturale consapevole, possa ancora generare risultati di rara personalità. Luc Mabal propone una riflessione musicale che supera il semplice incontro fra repertori lontani e suggerisce una diversa idea di appartenenza, nella quale il suono diventa luogo di relazione, di confronto e di continua ridefinizione delle proprie coordinate espressive.

