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Zakir Hussein

Un viaggio tra vecchi supporti, le musicassette, e vecchi e nuovi mondi musicali che si incontrano… Il giusto tributo a un grande musicista che ha fatto dell’incontro tra tradizioni musicali diverse una delle sue prerogative mantenendo intatta la sua specificità.

// di Marcello Marinelli //

I Raga sono strutture della musica classica indiana che utilizzano scale diverse dal nostro sistema occidentale e combinazioni ritmiche di alta complessità. La tabla è uno strumento a percussione formato da due piccoli tamburi, uno di legno e l’altro di metallo o argilla e al centro delle rispettive membrane dei due tamburi un cerchio di pasta nera che permette di realizzare suoni diversi e differenti intonazioni che rendono inconfondibile il timbro di questo strumento antichissimo. Amo questo suono ancestrale.

I recinti esistono, i confini pure, ma la lo sfizio sta nell’uscire dai recinti e oltrepassare i confini, anzi per qualcuno, io tra questi, pensa che l’unica utopia possibile sia quella di eliminare i confini. Musicalmente sono radicato in certi spazi, quelli della grande Black music, il nord America, ma ogni tanto devo evadere e spostarmi geograficamente e musicalmente. Con Zakir Hussain esploro il subcontinente indiano e l’incontro con altre forme musicali occidentali, nella fattispecie l’incontro con musicisti di estrazione jazz. Quello che hanno in comune i musicisti jazz con i musicisti indiani è l’arte dell’improvvisazione e su quel terreno avviene il confronto e se proprio dobbiamo definirla questa arte, è una specie di World Music come in questo disco del 1987. A novembre del 2024 sarei andato volentieri all’Auditorium di Roma al concerto del percussionista, ma stavo in viaggio e la concomitanza delle date mi ha impedito di andare. Si sarebbe esibito col trio «Crosscurrents» con Dave Holland e Chris Potter, due musicisti jazz di fama internazionale. Pochi giorni dopo, agli inizi di dicembre, il mio rientro a Roma ho letto della tragica notizia. Sono andato a curiosare su internet a proposito del concerto di novembre e ho scoperto che per motivi di salute il percussionista era stato sostituito da un altro percussionista. Dal desiderio di vederlo dal vivo e dalla sorpresa di ritrovarmelo morto nel giro di qualche giorno è stato un attimo, la tragica ironia della sorte. Il fascino che la musica indiana ha esercitato sulla musica occidentale è di vecchia data e non solo per i musicisti jazz. Tanto per fare un esempio illustre anche i Beatles ne subirono il fascino nella figura del mitico suonatore di sitar Ravi Shankar il più famoso musicista indiano al mondo. Il sitar è uno strumento a 18 corde di cui tre servono per suonare la melodia e le altre per l’accompagnamento ritmico, Il sitar e la tabla come strumenti iconici della musica indiana.

Dopo morte del percussionista vado a cercare tra la mia musica quel disco con cui avevo fatto conoscenza del suonatore di tabla, uno di quei dischi che ti rimane nel cuore, giustappunto «Making music». Lo cerco ma non lo trovo, non sta tra i miei LP, non lo trovo tra i miei CD e allora dove cavolo sta? Dopo tanto cercare realizzo che non sono andato a cercare tra le mie musicassette ed è lì che giace il lavoro del percussionista, ovviamente una musicassetta originale comprata probabilmente da Nannucci il famoso negozio di dischi di Bologna molto in voga in quei lontani e meravigliosi anni. La musicassetta si apre proprio con «Making music» che dà il titolo al lavoro. Inizia con il suono della chitarra acustica di John Mc Laughlin che sembra un sitar. John Mc Laughlin una vecchia conoscenza di un musicista jazz folgorato sulla via di Calcutta, un musicista che ha fatto dell’incontro con la musica indiana una delle sue fonti di ispirazione e fondò con Zakir Hussain nel 1974 il gruppo Shakti, termine mutuato dell’induismo che sta a significare energia, potenza femminile ed è il contraltare di Shiva che è il corrispettivo maschile, per certi versi la versione indiana dello yin e yang taoista cinese. Il pezzo sembra che inizi con il suono del sitar, ma nelle note di copertina non c’è traccia di nessun musicista di sitar, quindi mi viene da pensare che è la chitarra di John Mc Laughlin accordata alla maniera del sitar, ne imiti il suono, oppure il suono del sitar preregistrato, ipotesi che ritengo più accreditata perché imitare il suono del sitar con la chitarra acustica mi sembra impossibile, ma rimango col dubbio. Al suono del sitar/chitarra acustica si aggiunge il flauto bansuri di Hariprasad Chaurasia l’altro musicista indiano del quartetto. Il flauto bansuri è un uno strumento della tradizione indù, considerato uno strumento mistico, il simbolo della chiamata spirituale e del divino amore’, quindi l’approccio musicale rispetta l’ambientazione spirituale/mistica che avvolge tutta la musica del subcontinente indiano e anche questo brano. Hariprasad Chaurasia il musicista indiano di Varanasi ne è il virtuoso più acclamato.

Per apprezzare questa musica bisogna spogliarsi degli orpelli occidentali e tentare di immergersi in un’altra dimensione spazio-temporale, cercare di percepire quella spiritualità sottesa e quel misticismo evocato, della serie quando si entra in un raga bisogna lasciarsi andare al flusso circolare, potrebbe durare molto tempo. Avete capito ‘raga’ come si apprezza un ‘raga’? Per chi ha voglia di apprezzare, ovviamente. L’ultimo ad aggiungersi è il sax soprano di Jan Garbarek, il sassofonista norvegese che canta all’unisono una sorta di tema con il flautista indiano mentre la tabla di Hussain rumoreggia nel sottofondo e la chitarra di Mc Laughlin dialoga incessantemente con il percussionista, qui siamo immersi in un raga, poi tutti insieme appassionatamente in un turbinio di suoni apparentati. A questo punto la magica parola interplay bisogna sprecarla, c’è grande interplay tra i quattro musicisti.

Jan Garbarek, come John Mc Laughlin, ha avuto frequentazioni con la musica orientale, di lunga data la sua collaborazione con un altro straordinario musicista indiano Trilok Gurtu, un altro sublime percussionista e un album registrato con musicisti pakistani con un altro gigante della musica orientale Ustad Fateh Ali Khan. Il disco in questione è «Ragas and Sagas». «Zakir» è il secondo brano che inizia con un’introduzione alla chitarra a cui si aggiunge il flauto bansuri, poi la tabla e il sax tenore una ‘ballad’ che potrebbe essere suonata anche in altri continenti, non solo nel lontano oriente, se non fosse per quel suono così caratteristico della tabla che ci riporta di un quarto in India. In questo pezzo, per gli altri tre quarti, potremmo sbagliarci sulla provenienza geografica dei singoli musicisti. «Water girl» un pezzo danzante ci riporta nel villaggio globale di un’ipotetica campagna sperduta dove la danza si unisce alla musica in un intreccio indissolubile e il magico suono della tabla evoca il suono dell’acqua. Qui l’immagine immaginaria a cui rimanda la musica è quella dei quattro musicisti che suonano a terra e intorno un gruppo di ragazze che si muovono elegantemente a tempo. «Toni» inizia con il sax tenore e la chitarra a cui si aggiunge il flauto e la musica si fa celestiale. Odo schegge di jazz nel sax di Garbarek. Amici jazzofili, se ho bestemmiato, lapidatemi. Quanto è bello quando sprazzi di celestialità si incuneano tra i solchi conflittuali del mondo, godo di questi istanti di beatitudine e ne faccio tesoro in attesa di fulmini. «Anisa» ripercorre gli stilemi dei brani precedenti, questa volta è il sax soprano che duetta con la chitarra acustica. Il suono è puro come l’acqua della ragazza di prima (Water girl). Hussain oltre che un grande virtuoso della tabla è anche un fine compositore, visto che tutti i brani del disco, tranne due in comproprietà di Mc Laughlin, sono i suoi. La tabla compare a metà del brano e si prende la scena, il sax soprano e la chitarra tacciono e rimane in solitudine, beata solitudine. Si odono distintamente i colori che la coppia di tamburi esprime nella maestria del tocco di Hussain. Poi improvvisamente la voce del percussionista che dialoga con se stesso intermezzando alla tabla lo stile vocale indiano chiamato Konnakol che una specie di scat, un’improvvisazione di sillabe sul tempo, una delle peculiarità della musica vocale indiana, a volte in solitudine, altre volte, come in questo caso all’unisono con la tabla, un insieme affascinante. Il pezzo finisce come era iniziato con il tema accennato di sax soprano e chitarra. «Sunjog» inizia col sax tenore roboante, accompagnato dalla chitarra, poi fa la comparsa il flauto e tutti insieme espongono il tema. L’ immancabile tabla sorregge il tempo e la magia della musica fa sì che questi quattro musicisti proveniente da realtà culturali e geografiche diverse dialoghino tra loro stabilendo minimi comuni denominatori. L’armonia tra le varie diversità si stabilisce e per il tempo dell’ascolto penso che un futuro migliore sia possibile, solo per il tempo di questo ascolto, ma è già qualcosa. «You and Me» composto dal percussionista e dal chitarrista rinsaldano musicalmente i vecchi legami. Un pezzo veloce e il gruppo Shakti evocato, un brano breve ma dedicato solo a loro due. «Sabah» è il brano finale di questo disco e ribadisce il sound collettivo di questo quartetto riunito per l’occasione. Un viaggio tra vecchi supporti, le musicassette, e vecchi e nuovi mondi musicali che si incontrano, in questo caso si incontrano piacevolmente e che riaffiorano tra le pieghe dell’inconscio. Il giusto tributo a un grande musicista che ha fatto dell’incontro tra tradizioni musicali diverse una delle sue prerogative mantenendo intatta la sua specificità.

Zakir Hussein

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