Intervista a Tito Mangialajo Rantzer
// di Guido Michelone //
Dopo gli studi di basso elettrico e contrabbasso con Franco Feruglio e Giorgio Azzolini, Tito Mangialajo Rantzer frequenta i seminari di perfezionamento a Siena con Furio Di Castri e a Genova con Walter Booker. Nonostante questi precdenti, Tito si ritiene ‘autodidatta’, nel senso che il proprio apprendimento nasce soprattutto sia dall’ascolto di tantissimi dischi dal ragtime al free, sia dal contatto diretto con i musicisti con i quali, negli anni, ha suona o collabora: in tal senso vanno citati ad esempio Antonio Zambrini, Giovanni Falzone, Nexus, Francesca Ajmar, Fabio Martini, Michele Franzini, Giovanni Venosta, Tino Tracanna, Gianni Cazzola, Paolo Botti, Corrado Guarino, Antonio Faraò. Stefano D’Anna, Beppe Caruso e Ferdinando Faraò efrai grandi stranieri sia in sala sia dal vivo, Lester Bowie, Herb Robertson, Roswell Rudd, George Garzone. Tito Mangialajo Rantzer si esibisce in molti Festival Jazz in Italia e in Europa: Clusone Jazz, Iseo Jazz, Copenhagen Jazz Festival, Aarhus Jazz Festival, Jazz in Bergen, Braga Jazz Festival, Sant’Anna Arresi, Ciampino, Cagliari eccetera. Nel 2000 è stato votato nel referendum indetto dalla rivista «Musica Jazz» tra i dieci migliori nuovi talenti. Oltre il jazz, suona altresì nelle colonne sonore dei film di Silvio Soldini (Pane e Tulipani, Brucio nel vento, Agata e la tempesta), tutti con musiche di Giovanni Venosta, mentre nella musica colta interpreta , al basso elettrico, la prima assoluta del Concerto per violoncello, basso elettrico e orchestra d’archi (2004) di Nicola Campogrande con il celeberrimo Mario Brunello al violoncello. Quest’intervista è in esclusiva per Doppio Jazz.
D. In tre parole chi è Tito Mangialajo Rantzer?
R, Papà, jazzista, insegnante.
D. Il tuo primo ricordo della musica da bambino?
R. Ce ne sono davvero tanti e diversi. Non saprei quale sia esattamente il primo. Tento una lista di musiche che sicuramente ascoltavo da bambino. I canti degli alpini: mio papà aveva un paio di dischi di canti degli alpini (non è stato alpino, non fece il militare perché figlio di Internato Militare Italiano), li ascoltava e durante i viaggi in macchina, sulla sua Citroen Diane 6 rossa, tutta la famiglia (ho una sorella che ha tre anni più di me) li cantava cercando di armonizzarli. Ricordo mia mamma che cantava “Someone to watch over me” di Gershwin. In realtà mia mamma canticchiava spesso: standard jazz (adorava Ella Fitzgerald), Mina, Battisti, Gino Paoli, Luigi Tenco… Poi metterei sicuramente dischi dei Beatles, che ho cominciato ad ascoltare a sette/otto anni, perché mia sorella li ascoltava. Invece sicuramente prima, all’asilo, ho memoria di un’orrenda canzoncina pasquale che celebrava la resurrezione di Gesù Cristo. Io non sono battezzato e i miei erano atei, magari più agnostici, e ci hanno cresciuto senza un’adesione forzata a una religione, per cui di Gesù mi importava poco o nulla, ma quella canzoncina me la ricordo ancora perfettamente. Poi mi piaceva molto la sigla dell’Eurovisione (Telemann, se non sbaglio) perché con mio papà guardavo le partite dell’Italia calcistica.
D. Mi dicevi in privato che, da piccolo, c’era una composizione classica su tutte…
R. La Settima di Beethoven: mio padre era un appassionato di classica e jazz, suonicchiava pure la tromba, e la domenica mattina ascoltava i dischi dal suo impianto stereo. La Settima di Beethoven mi piaceva particolarmente. Quindi alcune sigle televisive: “Attenti a quei due”; la sigla di “Mille luci”, ovvero Mina che cantava “Non gioco più” accompagnata da Toots Thielemans (mi piaceva tantissimo il programma e adoravo la sigla finale); la sigla di uno sceneggiato televisivo che si chiamava “Qui squadra mobile” del 1973. Mi piaceva talmente tanto che su una cassetta l’avevo registrata, semplicemente mettendo il registratore Grundig vicino al televisore e ogni tanto me la ascoltavo; poi c’era mio nonno materno, ebreo rumeno, che a casa sua ogni tanto ascoltava della musica ebraica delle sue parti e ci faceva notare come ci fossero “momenti di gioia e momenti di tristezza”. Insomma, tante cose.
D. E la tua prima memoria del jazz in assoluto?
R. In assoluto non saprei dire, perché come dicevo i miei ascoltavano jazz, soprattutto mio papà, e quindi di sicuro lo ascoltavo anche io passivamente fin da piccolo. Una cosa che però ricordo benissimo è che un pomeriggio, avrò avuto setto o otto anni, ero in giro per Milano, in Corso Buenos Aires, con mia mamma e fuori dalla libreria Puccini, che non c’è più ma era un’istituzione, c’erano dei long playing esposti. Mi attrasse tantissimo uno di Sidney Bechet: in copertina c’era un primo piano del grande sassofonista ritratto di profilo col sax soprano in bocca, quasi parallelo al suolo. Quella foto mi piacque moltissimo, non so che cosa mi scoccò internamente, e chiesi a mia mamma se poteva comprarmi quel disco. Me lo prese. Ce l’ho ancora, è un disco della Joker. Un brano che mi piaceva tantissimo era “Sweet Lorraine”.
D. Come definiresti la tua attività?
R. Bellissima, stimolante, difficile, gioiosa, stancante, rigenerante, foriera di amicizie, permette di viaggiare (ho suonato in tutti i continenti), arricchente (non parlo di soldi, ovviamente…). L’insegnamento in Conservatorio poi, insegno da dodici anni, è veramente bellissimo: mi permette di stare in contatto coi giovani, da loro imparo molto, credo ci sia uno scambio di idee, stimoli… Molto bello.
D. Possiamo parlare di te come di uno dei protagonisti del jazz italiano odierno?
R. Non lo so, non credo, non devo essere io a dirlo. Ti posso dire che ho registrato in qualità di sideman circa 120 dischi. Ho fatto non so quanti concerti: dai club più piccoli a teatri e palchi importanti. Come dicevo ho suonato in tutti i continenti. Suono e ho suonato jazz a 360 gradi: dal be-bop revival, al mainstream, alle musiche legate alle avanguardia anni ’60/’70, brani originali di jazz contemporaneo, musica brasiliana (non per forza bossa nova), improvvisazione totale più o meno idiomatica…non ho mai suonato in gruppi “traditional”, sebbene adori Jelly Roll Morton e Louis Armstrong e abbia studiato e ascoltato a fondo quella musica. Sono molto appassionato di Storia e anche il mio approccio al jazz è sempre stato molto “storico”. Oltre ad avere una bella discoteca a casa, ho una biblioteca di libri di storia del jazz bella nutrita, almeno 150 titoli: e li ho anche letti! Quando avevo vent’anni o poco più andavo alla Biblioteca Sormani di Milano e mi leggevo i vecchi numeri di Musia Jazz, soprattutto degli anni ’60, e un sacco di libri americani di storia e critica. Uno dei primi che lessi fu Hear me talkin’ to ya di Nat Shapiro: fu un colpo di fulmine.
D. Per te ha ancora un senso oggi la parola jazz?
R. Per me sì. Anche se forse ha un significato molto ampio e pieno di sfumature, per me il jazz non è il rock, non è il pop, non è musica “eurocolta” (non saprei come definirla, ma ci siamo capiti, quella che spesso si chiama classica, e che i brasiliani al chiamano musica erudita. Insomma quella musica dove la composizione ha il sopravvento) ecc… Comunque non saprei definire esattamente che cosa sia jazz e perché abbia senso ancora chiamarlo così. Ascolto qualcosa e filtrandola attraverso ore e ore di ascolti (da Joe Oliver a Bill Evans, da Benny Goodman a Cecil Taylor… sino ad arrivare ai contemporanei) il mio cervello istintivamente mi dice se mi trovo davanti a del jazz. Ovviamente non pretendo di avere ragione in assoluto. Vale per me. Non faccio guerre di religione e di purezza della razza.
D. E si può parlare di ‘jazz italiano’? Esiste per te qualcosa di definibile come ‘jazz italiano’?
R. Forse negli anni ’70/’80. C’era un qualcosa di molto italico, come c’era il jazz scandinavo (mi viene in mente il grande Jan Johansson su tutti). Adesso mi pare ormai tutto sempre più un Villaggio Globale. Il che non è per forza un male. Non giudico, è così. Sento dei giovani italiani bravissimi che fanno la musica che si potrebbe ascoltare a NYC o a Berlino. Quindi direi che si possa parlare di jazz suonato da italiani, anzi meglio da europei. Il dover mettere per forza un’etichetta comunque non è una cosa che mi appassiona particolarmente.
D. Molti ormai gridano alla morte della musica impegnata e/o sperimentale: ma esiste ancora la politica e/o l’avanguardia nel jazz statunitense e in quello europeo?
R. Se posso essere sincero, non mi pongo domande del genere e quindi anche se me le pongono, come hai fatto tu ora, non so che rispondere. Non sono un critico, un musicologo, un giornalista, penso che una domanda del genere andrebbe posta a loro…io mi limito a suonare il contrabbasso e questo già mi impegna abbastanza: suonare intonati e a tempo non è così immediato e facile.
D. Cosa distingue appunto l’approccio al jazz di americani e afroamericani da noi europei?
R. Fino a qualche anno fa sicuramente l’approccio ritmico: per gli americani il groove, il senso del tempo, dello swing, viene prima di tutto e sono stati sempre fortissimi in quello. Ma ormai anche tantissimi italiani ed europei hanno maturato questa caratteristica.
D. Parliamo ora del tuo nuovo disco.
R. Volentieri. Tudela, questo è il secondo disco che registro col mio quartetto, il primo è di dieci anni fa, quando appunto decisi di registrare per la prima volta un disco con un mio gruppo (avevo registrato due anni prima un disco in solo) dopo essere stato per anni “al servizio” di altri leader. Alla batteria c’è Massimo Pintori, che per me è un fratello. Ci conosciamo e suoniamo insieme da circa 35 anni. Quando decisi di formare un mio gruppo ero sicuro di non volere uno strumento armonico e di volere una tromba e un sassofono. Il trombettista, Marco Fior, lo conobbi circa 15 anni fa o poco più. All’epoca suonavo con Giovanni Falzone il quale per una produzione commissionatagli dal Festival di Teano volle con sé un gruppo comprendente un secondo trombettista, appunto Marco. Appena lo sentii gli dissi: “Marco, il giorno in cui avrò una mia formazione, tu sarai il trombettista”. Detto, fatto. Marco suggerì il sassofonista Francesco Bianchi, che conoscevo poco ma che apprezzavo molto. Così è nato il quartetto.
D. Quando è stato realizzato il lavoro?
R. Di questo ultimo lavoro posso dire che ha preso forma verso la fine del 2023: trovai, credo, spero, delle buone idee su cui lavorare e con le quali scrivere nuovi brani. Marco ne ha portati due suoi e poi c’è una composizione di Claudio Fasoli che registrai col suo Next Quartet e un brano di Geri Allen, pianista che amavo molto (indimenticabile per me un suo concerto al Capolinea di Milano con Charlie Haden e Paul Motian…bei tempi…). Trovai un buon numero di concerti tra fine 2023 e inizio 2024 e così andai in studio, a maggio 2024, col materiale rodato. Abbiamo registrato tutto in una giornata, quasi tutto buono alla prima. Ero molto contento e gasato. Poi mi è capitata una brutta vicenda, un evento che ha cambiato, in peggio, la mia vita. Mi sono un po ‘ depresso o comunque ho perso un po’ di entusiasmo e il disco è rimasto nel mio hard disk fino a pochi giorni fa. Ma ora ho deciso che è un peccato che rimanga lì: dovevo reagire e l’ho pubblicato.
D. L’album ripartito in quattro brani, giusto?
R. Dei miei quattro brani, tre sono dedicati a qualcuno: “Scacco Matto” è per Anthony Braxton; “E. J.” per Elvin Jones e “Tudela” per Beniamino di Tudela, che è appunto la “title track”. Beniamino era un rabbino e viaggiatore che nel XII secolo fece un viaggio dalla sua città natale, Tudela in Navarra, fino a Gerusalemme e oltre. Scrisse un libro interessantissimo, “Itinerario” (edizioni Giuntina), in cui racconta del suo viaggio e descrive tutte le comunità ebraiche diasporiche incontrate nel suo cammino presenti in Spagna, Franciadel Sud, Italia del nord, del Centro e del Sud, Greche, Turche… fino ad arrivare a Gerusalemme. È un libro, precursore de “Il Milione” di Marco Polo, che mi ha affascinato molto. Pur essendo stato cresciuto dai miei genitori, come dicevo, senza l’obbligo di aderire ad alcuna religione, e professandomi sinceramente ateo, parte della mia famiglia ha origini ebraiche, come ho detto più sopra.
D. Quindi ti sei un po’avvicinato alla cultura israelita?
R. Mi sento molto attratto da questa radice, dalla cultura ebraica, dal pensiero, dalla filosofia ebraica, dalla letteratura, dalla Storia degli Ebrei e dell’Ebraismo. Anche per questo sentivo che una dedica a Beniamino e al suo incredibile viaggio fosse necessaria. Il quarto mio brano si intitola “Lentamente”, ed è un invito a vivere con calma, lentamente, senza lasciarsi sopraffare dal caos. Parlando di musica, forse dalla scelta della formazione si capisce che un mio riferimento sono i quartetti storici di Ornette Coleman, ma anche i quartetti di Archie Shepp e Bill Dixon, il quartetto di Braxton con Kenny Wheeler, e, perché no, anche il quartetto Mulligan-Baker, gruppo che adoro e che ho studiato a fondo, trascrivendo molti arrangiamenti: dei veri capolavori (Mulligan era un genio, un musicista incredibile). Il disco lo potete ascoltare, o meglio ancora comprare facendo un download dei file in qualità alta, sulla mia pagina Bandcamp.
D. Hai scelto di pubblicare il disco solo in streaming. Perché?
R. Essendo il jazz italiano, ma non solo italiano, un fenomeno soprattutto indipendente, un musicista deve capire come risparmiare se vuole fare uscire un suo lavoro. Calcola che la grande maggioranza delle etichette jazz in Italia non produce nulla realmente, sono gli artisti, almeno la più parte, che pagano lo studio e poi la stampa delle copie del CD, in quel caso ad un prezzo maggiorato perché l’etichetta ci vuole guadagnare. Sei in un catalogo insieme ad altre decine di dischi, sei sperso in un mare di proposte. Cui prodest? Solo pochissimi riescono a farsi produrre interamente un lavoro. Anche musicisti quotati e di grande esperienza fanno così. Tranne pochi casi, appunto. Quindi credo sia opportuno essere indipendenti al 100% e risparmiare almeno sulla stampa. Stampare 250 CD costa circa 800 euro. Ma a chi li vendi poi? Dove? Sarebbero da vendere ai concerti.
D. Molti tuoi colleghi infatti fanno sempre un banchetto con i dischi fisici davanti all’ingresso o vicino al palco…
R. Ma, a parte la difficoltà di trovare occasioni per suonare, per esperienza maturata con tutti i gruppi in cui suono e ho suonato, ti posso dire che alla fine di un concerto andato bene col pubblico entusiasta che chiede il bis, alla fine vendi davvero poche copie. Senza contare che i giovani, quei pochi che vengono ai concerti, spesso non hanno neppure più un lettore CD. Forse un giradischi perché il vinile è di moda. Ma stampare un vinile costa un botto. Io amo i Cd e i vinili, ne ho alcune centinaia a casa, sono cresciuto musicalmente, e ho affinato il mio inglese, leggendo le note di copertina degli ellepì jazz, ma credo che se ti autoproduci e hai pochi soldi, la musica liquida sia una manna. Ovviamente parlo di Bandcamp, dove se vuoi ascoltare più volte un disco devi scaricarlo pagando e la maggior parte di questi soldi vanno agli artisti. I miei tre dischi non sono su Apple Music, Spotify, Deezer eccetera… lì secondo me non vale la pena, almeno se sei un piccolo indipendente. Io non escludo che in secondo momento stamperò qualche copia (gli altri due dischi li stampai in piccole tirature). Vedremo.
D. Come vivi tu il jazz in Italia anche in rapporto alle tue esperienze sul territorio?
R. Mah, rispetto a quando ho iniziato a suonare, primi anni ’90 del secolo scorso…la situazione è un po’ peggiorata. Ci sono sempre meno club, locali, sul territorio in cui poter proporre la propria musica e musicisti bravi ce ne sono molti di più, quindi c’è anche molta più offerta, ma pochi spazi. Un caso emblematico è Milano, la mia città. Negli anni ’90 suonavo tantissimo in città, anche in posti prestigiosi: c’erano club come Il Capolinea, Le Scimmie, il Tangram… dove non solo era bello suonare, ma la programmazione era spesso di altissima qualità a prezzi abbordabilissimi. Ho sentito tanti di quei “mostri sacri” in quegli anni e anche musicisti che lo sono poi diventati, pagando un biglietto che potevo permettermi.
D. Ora a Milano c’è solo il Blue Note…
R. Blue Note che costa parecchio e propone una programmazione in cui il jazz è per lo più appannaggio di nomi più che consolidati a livello internazionale, che però sono sempre un po’ i soliti. Seguo con interesse alcuni musicisti della scena californiana attuale, anche giovani ed interessanti di NYC, non legati al “mainstream”: vedo che fanno concerti in Europa, anche in piccole cittadine, ma a Milano non passa nessuno, o raramente. Non sono abbastanza attrattivi per il Blue Note che ha bisogno di incassare parecchio per stare in piedi, e nessun altro posto può permetterseli, anche se non hanno ingaggi impossibili. Trovo che sia una cosa triste. Sono anche diminuiti, per quello che posso vedere, piccole rassegne magari organizzate da piccoli comuni, che negli anni ’90 e fino a metà anni 2000 ti davano la possibilità di fare dei concerti davanti ad un pubblico attento e con paghe più che dignitose. Mi sembra che tutto sia un po’ peggiorato dopo la crisi Lehman Brothers del 2008. Molti fondi sono stati tagliati. Almeno questa è la mia sensazione.
D. Da poco c’è stato il centenario di Miles Davis. Che ne pensi di lui
R. Di Miles Davis non posso pensare che bene. Sinceramente non ho una grande passione per la sua carriera diciamo da dopo “Bitches Brew”, ma alcuni dei suoi dischi precedenti, da quelli con la Tuba Band (musica immensa) ai quintetti con Coltrane, dal quintetto anni ’60 fino appunto a Bitches Brew, li amo e li ho divorati. In particolare devo dire che i suoi celeberrimi Workin’, Steamin’, Relaxin’ e Cookin’ sono stati, nei miei anni formativi, contrabbassista in erba, dei veri e propri manuali del jazz. Ho trascritto parecchio, soprattutto le linee di basso di Paul Chambers, e studiato quello che ascoltavo e trascrivevo cercando di capire che succedeva. E poi era un goduria mettere su il disco e suonare con loro, attaccato al piatto di Philly Joe…
D. Altro da aggiungere o commentare?
R. Se posso, volentieri. Aggiungo che negli ultimi tempi sto suonando in alcuni gruppi che mi piacciono molto e in cui sono molto coinvolto: il Next Quartet di Claudio Fasoli. Se conoscete Claudio, sapete di che cosa si tratta…Il Quartetto di Tommaso Bradascio, un bravissimo batterista che scrive dei bei brani. Ha un’ottima vena melodica e armonica che potremmo definire modern mainstream, modern bop, non saprei. C’è molto swing. Ci siamo capiti. È appena uscito il disco Time to Swing che abbiamo registrato dal vivo durante un concerto: tutto in diretta. Poi il Rebus Quartet di Eugenia Canale la quale ha rivisitato, arrangiato, manipolato delle arie dalla Turandot di Puccini. È uscito il disco l’anno scorso: secondo me è molto bello, Eugenia ha fatto un ottimo lavoro.
D. Se non erro suoni pure un gruppo con i tuoi colleghi d’insegnamento…
R. Infatti abbiamo un quartetto con docenti del Conservatorio di Milano, dove insegno. Oltre a me ci sono Antonio Zambrini, Tino Tracanna e Francesco D’Auria. Con questo gruppo rileggiamo pagine del Novecento “Classico” e Antonio ha ‘cucinato’ in maniera super delle arie, delle melodie, dei movimenti tratti da opere di Puccini, Berio, Schoenberg, Aaron Copland. Ci piacerebbe registrare. Poi ho un trio con Carlo Nicita e Rudy Cervetto con il quale suoniamo Sonny Rollins: non da adesso che è morto, ci tengo a dirlo. Io e Carlo abbiamo cominciato a suonare i brani di Rollins da almeno da otto anni, Sonny è un nostro riferimento, per me sicuramente da sempre. Da un anno abbiamo aggiunto la batteria di Rudy. Sempre con Carlo ed Eloisa Manera c’è il Trio Sonata con il quale vogliamo rimetterci a suonare qualcosa di nuovo, dopo aver esplorato un repertorio di musica barocca e antica. Tutto ciò, aggiunto al mio quartetto, di stampo modern-free-bop-avantgarde (vi piace la denominazione?) credo faccia capire che mi piace suonare tante cose diverse: in ognuna trovo del bello e degli stimoli per far suonare bene il gruppo, che poi è il ruolo del bassista. (https://titomangialajorantzer.bandcamp.com )

