«In the Name of the Father, Daughters & Vino Bianco» di Giordano Grossi: fra radici culturali e linguaggio contemporaneo (AlfaMusic, 2026)
«In the Name of the Father, Daughters & Vino Bianco» rivela un autore consapevole del rapporto fra esperienza personale e costruzione musicale. L’album possiede una propria fisionomia espressiva, sostenuta da musicisti preparati e ricettivi, capaci di interpretare ogni pagina con partecipazione autentica.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Un album di composizioni originali espone sempre una dimensione profondamente personale del musicista, poiché la scrittura diviene il luogo nel quale esperienze, memorie e riflessioni trovano una forma sonora riconoscibile. Con «In the Name of the Father, Daughters & Vino Bianco», Giordano Grossi affida al proprio linguaggio compositivo un racconto intimo, costruito su nove pagine musicali nelle quali il contrabbasso assume una funzione generativa, non soltanto ritmica o armonica, ma narrativa. La scelta di presentarsi come autore, oltre che come interprete, rivela una concezione della musica in cui la composizione rappresenta un atto di responsabilità espressiva, un modo per organizzare il vissuto secondo una logica sonora personale.
Il titolo stesso suggerisce una dimensione affettiva e autobiografica, richiamando elementi familiari, spirituali e quotidiani che confluiscono in un unico percorso creativo. Grossi non propone una semplice raccolta di episodi jazzistici, ma un progetto unitario dove ogni composizione contribuisce alla definizione di un disegno musicale coerente. La scrittura mantiene un equilibrio costante tra controllo formale e libertà improvvisativa, secondo una prospettiva propria della tradizione jazzistica più evoluta, dove il materiale tematico costituisce un punto di partenza per l’interazione fra le voci strumentali. L’organico scelto per il progetto valorizza un rapporto particolarmente fertile tra il registro grave del contrabbasso e le possibilità melodiche offerte dalla presenza simultanea di tromba, sax tenore, pianoforte e batteria. La formazione affidata a Paolo Malacarne, Andrea Pimazzoni, Leo Dalla Cort e Nelide Bandello permette a Grossi di sviluppare una trama sonora articolata, in cui gli strumenti dialogano secondo una prassi quasi cameristica. Il gruppo opera come un organismo collettivo, in grado di alternare momenti di rigorosa definizione tematica a sezioni più aperte, dove l’improvvisazione diviene uno spazio di confronto fra sensibilità individuali.
L’opener, «Africans», dispensa immediatamente un rapporto dinamico con le radici ritmiche e con una concezione del movimento musicale fondata sulla pulsazione. Il brano richiama una dimensione rituale senza ricorrere a citazioni dirette, affidandosi piuttosto alla capacità del gruppo di modellare accenti, cellule ritmiche e percorsi melodici. La scrittura di Grossi lascia emergere un senso della forma nel quale il ritmo non rappresenta soltanto un sostegno per la fase estemporanea, quanto un elemento strutturale atto a orientare l’intero sviluppo compositivo. «So Spiritual» amplia la prospettiva apportando una coloritura maggiormente meditativa, dove il rapporto tra melodia e armonia assume un rilievo particolare. La linea del contrabbasso dialoga con gli strumenti a fiato secondo un equilibrio misurato, mentre il pianoforte contribuisce a delineare una trama armonica ricca di sfumature. La spiritualità evocata dal titolo non viene affidata a formule retoriche, ma emerge dalla qualità dell’interazione musicale e dalla cura con cui ogni elemento trova collocazione nell’economia generale della composizione. «Ebraica» dilata ulteriormente il rapporto tra memoria culturale e linguaggio jazzistico, lavorando su suggestioni melodiche che rimandano a un patrimonio musicale stratificato. Grossi affronta questo materiale con sensibilità compositiva, evitando ogni approccio illustrativo e concentrandosi invece sulle possibilità armoniche e ritmiche offerte dall’incontro fra tradizione e improvvisazione. La scrittura mostra una solida conoscenza dei procedimenti jazzistici contemporanei, nella quale le influenze vengono trasformate in una voce autonoma.
La dedica contenuta in «One for Nina» conduce a una dimensione più intima e lirica. Il fraseggio degli strumenti solisti trova un equilibrio particolarmente efficace, sostenuto da una sezione ritmica abile nel mantenere elasticità e precisione. Il contrabbasso di Grossi assume una funzione centrale nell’implementazione dell’identità sonora del line-up, con un approccio che privilegia la definizione delle fondamenta armoniche e la partecipazione attiva allo sviluppo melodico. «Three Sisters» presenta una scrittura in cui la componente melodica acquista un ruolo predominante. L’utilizzo del flicorno affidato a Paolo Malacarne amplia la tavolozza espressiva dell’ensemble, offrendo una diversa morbidezza al profilo acustico complessivo. Il brano evidenzia l’attitudine di Grossi di lavorare sulle relazioni fra registri, lasciando che ogni strumento partecipi alla costruzione di un ambiente sonoro equilibrato e articolato. Con «Nice to Meet You» il quintetto acquista una postura più dialogica e immediata, mantenendo comunque una notevole attenzione per l’impalcatura. L’alternanza fra esposizione tematica e assoli individuali non segue una successione prevedibile, ma una logica narrativa nella quale gli interventi dei musicisti contribuiscono alla progressiva trasformazione del materiale iniziale. La batteria di Nelide Bandello assume un ruolo piuttosto significativo, sostenendo il flusso ritmico con varietà e precisione. «Viola» sancisce uno degli episodi più ampi del disco e offre spazio a una costruzione armonica maggiormente articolata. La composizione valorizza la predisposizione del gruppo dnel gestire sviluppi estesi senza perdere coerenza, grazie a un impianto strutturale dove qualsiasi digressione mantiene un rapporto riconoscibile con l’idea originaria. La presenza del pianoforte di Leo Dalla Cort contribuisce alla definizione di una geometria armonica mobile, finalizzata a sostenere sia il canto melodico dei fiati sia le perlustrazioni del contrabbasso. «Bloody Bluesy» affronta il linguaggio blues secondo una prospettiva personale, lontana dalla semplice riproposizione dei suoi elementi tradizionali. Grossi utilizza il blues come matrice espressiva, lavorando sulle possibilità che scaturiscono dalle alterazioni accordali e dalle diverse modalità di fraseggio. Il risultato conserva il carattere terreno e immediato del vernacolo afroamericano, filtrato però da una sensibilità compositiva contemporanea. La conclusione affidata a «Wild West» propone un’immagine sonora che gioca con riferimenti cinematografici e narrativi, traslandoli in un materiale musicale autonomo. La presenza del flicorno restituisce ulteriori sfumature alla procedura collettiva, mentre il gruppo mantiene un equilibrio efficace fra evocazione e ricerca formale. La composizione chiude il percorso con una sintesi delle diverse anime presenti nell’album, riunendo dimensione narrativa, ricerca armonica e libertà improvvisativa.
«In the Name of the Father, Daughters & Vino Bianco» rivela un autore consapevole del rapporto fra esperienza personale e costruzione musicale. L’album possiede una propria fisionomia espressiva, sostenuta da musicisti preparati e ricettivi, capaci di interpretare ogni pagina con partecipazione autentica. Il risultato finale appartiene a quella dimensione del jazz contemporaneo nella quale la composizione non rappresenta un semplice contenitore per l’improvvisazione, ma un organismo musicale complesso, costruito su relazioni armoniche, ascolto reciproco e consapevolezza formale. Grossi affida al suono una narrazione personale senza trasformarla in confessione privata, riuscendo a mantenere aperto il dialogo fra individuo e collettività, fra memoria e invenzione.

