«Of Mist And Melting» di Bill Connors, Jan Garbarek, Gary Peacock, Jack DeJohnette: un classico nascosto e ritrovato dell’ECM storica

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Riproposto all’interno della serie «Luminessence», «Of Mist And Melting» non assume il carattere di una semplice ristampa celebrativa. L’album permette piuttosto di riscoprire una pagina che occupa una posizione singolare nella storia della chitarra jazz moderna.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Per questo disco il nucleo interpretativo non andrebbe cercato nella consueta narrazione ECM legata agli spazi, al silenzio o all’atmosfera, quanto nella trasformazione artistica di Bill Connors. «Of Mist And Melting» documenta infatti uno dei momenti più significativi della sua vicenda creativa, quando il chitarrista americano abbandonò progressivamente il lessico elettrico che lo aveva reso noto negli anni della fusion per rivolgere la propria attenzione verso una scrittura più raccolta, permeabile alle suggestioni della chitarra classica e alla dimensione cameristica dell’interazione improvvisata.

Nel dicembre del 1977, all’interno del Talent Studio di Oslo, Manfred Eicher riunì quattro personalità che, osservate oggi, assumono i contorni di una formazione quasi irripetibile. Jan Garbarek, Gary Peacock e Jack DeJohnette rappresentavano già allora tre linguaggi distinti e perfettamente riconoscibili, mentre Bill Connors si trovava nel pieno di una fase di ridefinizione del proprio orizzonte espressivo. Da tale incontro nacque «Of Mist And Melting», lavoro che conserva intatta, a quasi mezzo secolo di distanza, la propria singolare capacità di sottrarsi alle categorie. Lontano dalle convenzioni della fusion allora dominante, Connors scelse una direzione diametralmente opposta. La chitarra acustica divenne il centro di un’indagine che privilegiava la qualità del suono, l’articolazione del fraseggio e la costruzione di relazioni timbriche con gli altri strumenti. Tale scelta non coincise con un ripiegamento intimistico, quanto con l’apertura di uno spazio musicale nel quale ogni elemento trovava trattazione sulla scorta un equilibrio accuratamente ponderato. Le sei composizioni originali presentano una notevole coerenza formale pur evitando qualsiasi rigidità progettuale. Connors sviluppa cellule melodiche essenziali, spesso affidate a linee di apparente semplicità, che vengono progressivamente ampliate e trasfigurate dall’interazione collettiva. Il materiale tematico conserva sempre una riconoscibilità concreta, eppure lascia costantemente emergere possibilità inattese, secondo una prassi che avvicina queste pagine tanto all’improvvisazione jazzistica quanto a certe pratiche della musica da camera contemporanea.

«Melting», che inaugura il programma, espone immediatamente il principio organizzativo dell’intero album. La chitarra introduce un disegno melodico essenziale sul quale Garbarek innesta una voce tenorile di straordinaria mobilità espressiva. Il sassofonista norvegese evita qualsiasi compiacimento retorico e costruisce invece una traiettoria fraseologica nella quale ogni inflessione sembra derivare organicamente dalla precedente. L’intervento solistico assume così una qualità quasi narrativa, sostenuta dall’inesauribile inventiva di DeJohnette e dall’intelligenza armonica di Peacock. Proprio la coppia ritmica costituisce uno degli aspetti più affascinanti dell’intera registrazione. Gary Peacock e Jack DeJohnette non si limitano a fornire sostegno strutturale alle composizioni. Entrambi partecipano attivamente alla conformazione del loro profilo acustico, generando un movimento continuo che modifica dall’interno la percezione della forma. Peacock dispone linee di basso che sembrano nascere da una riflessione melodica autonoma, mentre DeJohnette distribuisce accenti, aperture dinamiche e variazioni metriche con una libertà che non compromette mai la chiarezza dell’insieme. L’osservazione formulata da Michael Tucker sulle pagine di Jazz Journal conserva ancora oggi una notevole pertinenza. La convivenza tra elementi riconducibili al cosiddetto jazz hot e ad approcci più riflessivi trova in tale contesto una realizzazione particolarmente convincente. Connors possiede infatti una peculiare tendenza a collocare il fraseggio leggermente dietro l’impulso metrico, generando una sensazione di costante elasticità temporale. DeJohnette reagisce a tale impostazione mediante un flusso ritmico mobile e imprevedibile, dal quale emerge una combinazione rarissima di energia e contemplazione. «Not Forgetting» e «Face In The Water» approfondiscono ulteriormente la poetica dell’equilibrio instabile. Le melodie sembrano affiorare da un tessuto armonico in continua trasformazione, mentre la chitarra sviluppa figure lineari che rimandano talvolta alla tradizione classica europea. Connors non ricerca la brillantezza tecnica come fine autonomo; preferisce far convergere ogni risorsa strumentale verso la configurazione in cui il dialogo tra chitarra e sax raggiunge livelli di notevole raffinatezza. Garbarek dispensa colori sonori che richiamano la sua migliore produzione degli anni Settanta, facendo emergere quella combinazione di lirismo nordico e tensione improvvisativa che avrebbe influenzato intere generazioni di sassofonisti europei. Connors risponde mediante una caratura chitarristica di rara eleganza, fondata sulla chiarezza della pronuncia e sulla precisione delle risonanze. «Café Vue» sancisce probabilmente il momento più raccolto del programma. L’organico sembra ridurre deliberatamente la densità degli eventi, consentendo alle microvariazioni dinamiche e alle sfumature armoniche di occupare il primo piano. Una simile economia dei mezzi richiama, per certi aspetti, la sensibilità di alcuni compositori della scuola francese del Novecento, nei quali il valore della singola sonorità assume un’importanza pari a quella della costruzione formale complessiva. «Unending», posto a conclusione dell’album, riassume molte delle qualità emerse nei brani precedenti. La composizione procede senza ricercare una risoluzione definitiva, lasciando piuttosto che il materiale musicale continui a generare nuove possibilità percettive. Tale apertura costituisce uno dei tratti più significativi dell’intero lavoro e contribuisce a spiegare la sua persistente attualità.

L’ascolto odierno permette inoltre di cogliere con maggiore chiarezza il ruolo svolto da Manfred Eicher nel favorire questa svolta artistica. Connors stesso ha riconosciuto come il periodo trascorso in ECM lo abbia condotto verso territori che probabilmente non avrebbe esplorato in altre circostanze. La registrazione restituisce così il ritratto di un musicista impegnato a ricalibrare la propria identità creativa, sostenuto da interlocutori di straordinaria sensibilità e da un produttore incline a intuire il valore di quella ricerca. Riproposto all’interno della serie «Luminessence», «Of Mist And Melting» non assume il carattere di una semplice ristampa celebrativa. L’album permette piuttosto di riscoprire una pagina che occupa una posizione singolare nella storia della chitarra jazz moderna. Connors dimostra come rigore compositivo, apertura improvvisativa, ricerca timbrica e chiarezza formale possano convivere all’interno di un medesimo progetto senza alcuna concessione all’esibizionismo. Proprio tale equilibrio continua a rendere questo lavoro una delle realizzazioni più persuasive e meno prevedibili dell’ECM degli anni Settanta.

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