«Point De Vie» di Maciek Pysz Feat. Daniele di Bonaventura & Yuri Goloubev: equilibrio sintattico tra jazz e sensibilità cameristica (Abeat Records)

0
MacieK_Ante

«Point de vie» rappresenta un traguardo di maturità, un lavoro dove l’articolazione formale e l’urgenza espressiva si fondono in un’unica, luminosa traiettoria di senso e bellezza.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Point De Vie» suggella il sodalizio artistico tra il chitarrista polacco Maciek Pysz e l’Abeat Records, caratterizzandosi come il compendio di una ricerca estetica volta a elevare il dato biografico a rigore costruttivo. In questa sede, l’autore non si limita a esporre una sequenza di temi, ma imbastisce una una trama espressiva in cui la memoria e l’incontro diventano nuclei generatori di un procedimento di rara eleganza. Il profilo compositivo di Pysz, nutrito da un peregrinare che appare tanto geografico quanto interiore, trova in Daniele di Bonaventura e Yuri Goloubev due interlocutori d’eccezione, versati nell’integrare l’ordito tematico con un apporto strumentale che rifugge da ogni pleonastica esibizione tecnica.

L’impianto coesivo dell’album poggia su una dizione strumentale che privilegia la sottrazione. Pysz, autore dotato di una sensibilità che modella la chitarra acustica con cura artigianale, traccia il baricentro di un paesaggio sonoro dalle tinte cinematografiche, dove il silenzio non funge da semplice interruzione, ma da elemento costitutivo necessario. In «Into The Forest», si percepisce immediatamente la volontà di definire un’aura fonica tersa e priva di ridondanze, dove il lirismo emerge per mezzo di un’economia di segni che rimanda alla pittura di un paesaggio diradato. La musica acquista ampiezza non attraverso l’accumulo, ma in virtù di un equilibrio sintattico che lascia decantare ogni singola intuizione melodica, permettendo al registro acustico di vibrare senza costrizioni contrappuntistiche eccessive. Il discorso prosegue nel solco di «Flow», componimento che incarna la predisposizione del leader a conurbare ambientazioni e linguaggi eterogenei senza mai cadere nel pastiche. L’energia sottile del jazz si fonde con le tradizioni popolari europee in un interplay che vede il bandoneón di Daniele di Bonaventura e il contrabbasso di Goloubev agire come forze centripete. La geometria timbrica che ne scaturisce mostra una fluidità narrativa ammirevole, laddove il tema non viene mai fissato in un’intelaiatura frigida, sviluppandosi piuttosto nel fluire di un moto perpetuo, quasi che la materia sonora fosse soggetta a un perenne mutamento molecolare. Siffatta fluidità non deve trarre in inganno, poiché ciascuna deviazione accordale e ogni accento ritmico rispondono a un progetto musicale preventivamente meditato, dove la libertà esecutiva viene posta al servizio di una superiore coerenza formale.

L’apice dell’indagine speculativa del disco si ravvisa in «Le Pont de Passage». In questa struttura tematica, il titolo dell’opera trova la propria giustificazione fenomenologica, poichè la musica non descrive un attraversamento, ma lo incarna tramite un assetto timbrico che modula tra chiaroscuri e riflessi. La propensione cameristica di Pysz, supportata da una solida formazione, permette di gestire le tensioni armoniche con un pudore espressivo che evita sistematicamente il patetismo. Si tratta di un procedere per immagini acustiche, dove il disegno armonico funge da intelaiatura per una narrazione che interroga lo spazio e il tempo, invitando a un ascolto che richiede una disposizione d’animo ricettiva e non sollecitata da urgenze commerciali. L’uso delle risonanze e della dinamica, particolarmente accorto, converte la pagina musicale in un vero e proprio spazio di riflessione esistenziale. In «Woke Up & Sang», invece, il corpo risonante si fa più dinamico, rivelando come il codice espressivo di Pysz possa abitare anche scansioni ritmiche più vivaci senza smarrire il tratto distintivo che lo connota. L’interazione tra gli strumenti si fa qui più serrata, quasi a voler dimostrare che la misura e la grana sottile non precludono una vitalità ritmica pronunciata e una dialettica solistica più serrata. L’impronta acustica di Yuri Goloubev si fa viva con particolare vigore in «Cjavali’», componimento che suggella l’album spostando l’asse prospettico verso l’impiego del pianoforte. Tale scelta operativa agisce come un epilogo che rievoca l’intera impalcatura del disco da un’angolatura laterale, confermando l’idea di «Point De Vie» come un sistema di sguardi molteplici sulla realtà.

Il lavoro collettivo si segnala per una dizione strumentale che non ammette cadute di tensione. Tutte le opzioni, dalla velatura acustica dei singoli strumenti alla disposizione delle tracce, risponde a un progetto che vede nel jazz un orizzonte linguistico aperto al confronto con il folk e la musica colta. Nel solco del lirismo europeo, Maciek Pysz si conferma quale manifattore accorto di intarsi sonori, versato nel comporre in contrappunto non solo le note, ma anche le diverse sensibilità culturali dei suoi partner. L’album, nel suo complesso, si distende come una superficie sonora levigata dal tempo, dove l’originalità non risiede nella ricerca del gesto eclatante, ma nella verità di un’identità espressiva che sa farsi veicolo di un’autentica profondità speculativa e poetica. In virtù di tali premesse, «Point de vie» rappresenta un traguardo di maturità, un lavoro dove l’articolazione formale e l’urgenza espressiva si fondono in un’unica, luminosa traiettoria di senso e bellezza.

Maciek Pysz Photo Anna Maria Olak

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *