«Negli stessi fiumi» di Valentina Fin: idrografia polifonica e disarticolazione del madrigale
L’intera operazione si palesa come una traversata epistemologica, dove il rigore della prassi esecutiva si fonde con l’imprevedibilità del divenire, restituendo all’ascoltatore un’esperienza che è, al tempo stesso, ancestrale e dirompente.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’indagine estetica condotta da Valentina Fin in «Negli stessi fiumi» si sostanzia come un’operazione di ermeneutica sonora di rara densità, tesa a trasmutare il dato geografico e idrografico in una speculazione filosofica sulla temporalità dell’evento acustico. Il lavoro, germinato in seno a una residenza site-specific lungo l’alveo del Brenta, non si ferma a una celebrazione del paesaggio, ma persegue una rigorosa decostruzione dell’impianto madrigalistico per riposizionarlo dentro le coordinate di una contemporaneità fluida e cangiante.
L’assunto teorico che sorregge l’intera impalcatura discografica risiede nella tensione dialettica tra la fissità della scrittura rinascimentale e l’instabilità costitutiva dell’improvvisazione jazzistica. Valentina Fin, in questa sede non solo interprete ma studiosa della fenomenologia vocale, sceglie il madrigale a dispositivo d’elezione per sondare il legame ancestrale tra parola poetica e modulazione del fiato. La scelta di confrontarsi con il magistero di Claudio Monteverdi, Giovanni Pierluigi da Palestrina e Maddalena Casulana rivela una volontà di radicamento storico che, tuttavia, rifugge l’ossequio museale. In particolare, il richiamo alla Casulana – pioniera della stampa musicale vicentina – agisce come un vessillo di rivendicazione intellettuale, ponendo il progetto in un alveo di continuità con l’eccellenza creativa del territorio veneto. La struttura del corpus sonoro si edifica su una serie di dittici in cui la materia antica subisce processi di rifrazione e scomposizione. L’ensemble, composto da Angela Centanin, Alberto Rassu e Leonardo Franceschini, agisce come un organismo multicellulare dove le corde vocali e quelle degli strumenti (chitarra, basso, flauto) si annodano senza soluzione di continuità. La prassi esecutiva adottata nega la gerarchia canonica tra solista e accompagnamento, favorendo invece una polifonia paritaria che mima il moto turbolento e imprevedibile delle correnti fluviali.
Le voci di Fin e Centanin non si limitano a intonare il verso, ma ne saggiano la resistenza elastica, spingendo la fonazione verso zone d’ombra dove il timbro si fa granulare e la parola si dissolve in puro soffio. In questo scenario, l’improvvisazione radicale assume i connotati di una perseveranza esplorativa: i musicisti non occupano lo spazio, lo interrogano attraverso una dialettica di urti e sottrazioni in grado di sfumare i confini timbrici, propiziando impasti armonici che richiamano la sacralità delle navate, sostituite dalle pareti rocciose della Valbrenta. L’ordito strumentale di Rassu e Franceschini procede per grappoli armonici e repentine rarefazioni, rifuggendo la stabilità del centro tonale per assecondare il moto turbolento suggerito dal tema idrografico, dispensando una trama nervosa, talvolta rarefatta, che sostiene il verso poetico senza mai imbrigliarlo in schemi precostituiti. Il testo poetico, vergato dalla stessa Fin, funge da reagente chimico all’interno della composizione. L’adozione della lingua veneta non risponde a intenti folcloristici, ma a una necessità di scavo archeologico nella memoria collettiva. Il dialetto diventa materia sonora granulare, legandosi alle suggestioni delle Anguane (creature mitologiche del folklore alpino) e alla fisicità dei sassi del Brenta. L’acqua, elemento primigenio, smette di essere metafora per farsi sostanza ritmica: il fluire diventa la legge suprema che governa le altezze e i silenzi. Il dialetto veneto, lungi dal rappresentare un mero vezzo filologico, agisce quale detonatore ritmico; la sua intrinseca asprezza consonantica obbliga il fluire melodico a subire scarti improvvisi, impedendo alla composizione di adagiarsi su soluzioni di facile godibilità.
In tale prospettiva, l’eredità di Maddalena Casulana viene reclamata non come un reperto immobile, ma quale organismo vibrante, capace di generare nuove gemmazioni estetiche. Il riferimento eracliteo – «Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo» – assume in tale contesto una valenza ontologica. L’atto dell’ascolto si trasfigura nell’attraversamento di una soglia temporale dove il 1525 di Palestrina e la contemporaneità di Valentina Fin coesistono in un eterno presente. La musica diventa così un paradosso vivente: è l’identico che si rinnova, la forma che si dissolve per ritrovare un’inedita coerenza strutturale. «Negli stessi fiumi» si attesta come un contributo fondamentale alla ricerca sulla vocalità moderna. Valentina Fin dimostra come il rigore dell’indagine accademica possa alimentare una creatività vibrante, finalizzata a restituire dignità al passato mediante un tradimento necessario e fecondo. Siamo alle prese con un’opera che richiede un ascolto analitico e partecipato, un’immersione abissale in quelle acque che, pur mutando costantemente, mantengono intatta la loro potenza generatrice. Il progetto trascende la dimensione performativa per farsi rito collettivo, dove la memoria orale e la sperimentazione sonora convergono verso un’unica, inafferrabile verità estetica. L’intera operazione si palesa dunque come una traversata epistemologica, dove il rigore della prassi esecutiva si fonde con l’imprevedibilità del divenire, restituendo all’ascoltatore un’esperienza che è, al tempo stesso, ancestrale e dirompente.

