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Afrikaa Bambaataa

A soli 68 anni, scompare uno egli innovatori della street culture dell’elettro-funk. La sua attitudine visionaria, nutrita da un immaginario afro-futurista e da una concezione quasi cosmologica del suono, lo rese presto una figura di riferimento per l’industria nascente dell’hip-hop. Le sue selezioni, i set memorabili, la sua naturale predisposizione a costruire ponti fra mondi musicali distanti anticiparono una sensibilità che avrebbe influenzato generazioni di DJ e produttori.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Lance Taylor nacque nel 1957 nel Bronx in una famiglia afro-americana e caraibica che custodiva un patrimonio culturale stratificato, fatto di musica soul, funk, gospel, calypso e prime tracce di elettronica popolare. La madre, attiva nella vita comunitaria del quartiere, alimentò nel figlio una curiosità precoce per i dischi, per i sistemi di amplificazione e per la dimensione rituale delle feste di block party, mentre lo zio gli trasmise un gusto eclettico che spaziava dai gruppi vocali degli anni cinquanta alle orchestrazioni più avventurose della black music dei tardi sessanta. In quella casa, dove i vinili circolavano come oggetti di studio e di piacere, il giovane Lance sviluppò un’attenzione quasi archeologica per il suono registrato, una disposizione che avrebbe trovato piena espressione nella sua futura attività di DJ. Gli anni della formazione scolastica coincisero con un periodo di forte instabilità sociale. La Stevenson High School, che frequentò secondo il programma di desegregazione Busin, rappresentò un laboratorio di convivenza forzata, un luogo in cui la tensione razziale si annodava con le dinamiche delle gang. In quel contesto Lance acquisì una capacità rara di muoversi fra territori ostili, di stabilire alleanze, di riconoscere le gerarchie informali dei quartieri. La dimensione musicale, inizialmente marginale rispetto alla vita di strada, divenne progressivamente un rifugio e un campo di sperimentazione. Le prime cassette che assemblava con cura maniacale, le prime selezioni costruite come sequenze narrative, i rudimentali tentativi di manipolare breakbeat e frammenti ritmici rivelavano una sensibilità già orientata verso una concezione espansa del DJing. Non si trattava soltanto di far danzare un pubblico, ma di modellare un ambiente sonoro finalizzato a trasformare la percezione dello spazio urbano.

Mentre la disco music elaborava un nuovo modo di fruire la tradizione R&B, nelle strade del Bronx degli anni settanta prendeva forma un universo parallelo, animato da figure che avrebbero finito per incidere profondamente sulla cultura urbana e, per un curioso rovesciamento di prospettiva, anche sul mondo delle discoteche. Al centro di quel fermento emergeva proprio Afrika Bambaataa, nome anagrafico Lance Taylor, DJ e animatore culturale, rapper e organizzatore, mediatore di quartiere e instancabile esploratore del breakbeat, capace di trascinare folle eterogenee in un territorio segnato da tensioni sociali e confini invisibili. In un’area di New York in cui ogni isolato custodiva una propria gang e pochi metri bastavano a definire zone prive di qualsiasi giurisdizione, Bambaataa guidava la sua crew verso competizioni pacifiche e feste improvvisate, trasformando luoghi fatiscenti in spazi di aggregazione inattesi. Quei giovani, abituati a vivere sul filo della rissa, scoprivano la possibilità di danzare, di consumare tempo libero, di riconoscersi in una comunità che sfuggiva alla logica della violenza. Jazzy Jay, suo «luogotenente», ha più volte rievocato con stupore quella stagione: «Bambaataa diceva che c’era una festa a Bronxdale. Prendeva la sua borsa con le cassette musicali e c’erano almeno quaranta, cinquanta persone a muoversi con lui. Bam era il leader. Ovunque andassimo rappresentavamo il Bronx River […] ovunque ci fosse una festa, ecco Bam ed ecco il suo entourage. Ecco l’esercito. Ovunque Bam andasse, lì c’era il divertimento e quello era il luogo dove dovevi assolutamente trovarti!».

La figura di Bambaataa occupa un ruolo decisivo nella nascita e nella diffusione dell’hip-hop. Molti tratti associati a questa cultura sembrano scaturire dall’aura quasi mitopoietica che circondava il suo profilo di mistico interplanetario, afro-futurista, attivista, griot contemporaneo, una sorta di Sun Ra della street culture. La sua azione portò la musica e le istanze della gioventù nera e latina all’attenzione della scena underground e punk rock di Manhattan, dissolvendo barriere di segregazione e confini di marginalità che, nei primi anni settanta, definivano la geografia sociale del Bronx. Da quel nucleo periferico l’hip-hop si irradiò verso l’intera area metropolitana, la nazione e, simbolicamente, oltre il perimetro del rock. Nel contesto sociale del Bronx l’adesione a una gang rappresentava quasi un passaggio obbligato. A partire dal 1968 erano nati gruppi di impronta tribale che avevano sostituito le gang degli anni cinquanta, travolte dall’ondata di eroina dei tardi anni sessanta. Nel 1971 il giovane Bambaataa frequentava la Stevenson High School, situata in un’area prevalentemente bianca, l’arrivo dei primi studenti afro-americani, molti dei quali legati ai Black Spades, trasformò l’istituto in un terreno di scontro, una linea di frattura del processo d’integrazione. In quel clima di conflitti continui, spesso segnati da episodi sanguinosi, Bambaataa venne nominato Warlord dei Black Spades per la sua capacità di attraversare i vari «project», stabilire contatti, evitare ritorsioni e garantire protezione ai suoi sostenitori. Come accennato, egli possedeva un istinto naturale per la mediazione, una predisposizione a instaurare rapporti di fiducia con i leader delle diverse gang. Jay McGluery ha ricordato a Steve Hager: «C’erano davvero tante gang e lui conosceva almeno cinque membri in ogni gang. Ogni volta che scoppiavano delle liti, provava sempre a intervenire per risolverle». Mentre le tensioni razziali aumentavano, Bambaataa guidava i suoi uomini negli scontri con le gang bianche in un’area che comprendeva Soundview e West Farms. Pur non sottraendosi mai al confronto, la pace raggiunta fra le gang del Bronx, che aveva riunito la gioventù nera e latina, esercitò su di lui un’influenza profonda, orientandolo verso un impiego diverso del proprio carisma.

Dopo il 1973 le gang si dissolsero rapidamente, trasformandosi in qualcosa di nuovo. La diffusione del graffitismo e del b-boying offriva ai ragazzi modalità meno distruttive per affermarsi, e le ragazze, stanche della brutalità dei loro compagni, imposero un ultimatum inequivocabile: «O la piantate o vi piantiamo». Bambaataa recise definitivamente i legami con le gang nel gennaio del 1975, quando il suo migliore amico Soulsky venne ucciso dalla polizia. Quell’anno, come regalo per la promozione, la madre gli donò un sound system. Il 12 novembre 1976 organizzò la sua prima festa ufficiale come DJ al Bronx River Community Center. «Quando sono diventato DJ a tutti gli effetti avevo già un esercito al mio seguito, quindi era automatico che le mie feste fossero stracolme di gente». Bambaataa si affermò come guerriero-pacifista e alchimista del mixer, capace di far danzare centinaia di «ragazzi difficili» fondendo i Kraftwerk e Fela Kuti, il tema della «Pantera Rosa» e Jimmy Castor Bunch, i Rolling Stones e i Magic Disco Machine. Dopo aver fondato la Universal Zulu Nation, prima organizzazione hip-hop dedicata a educare le comunità marginalizzate alla non violenza attraverso la musica e il divertimento, venne risucchiato dal vortice degli eventi mainstream e dal mondo delle discoteche. La nascita della Universal Zulu Nation rappresentò l’esito naturale di questo percorso. L’organizzazione, concepita come spazio educativo e comunitario, trasformò la musica in strumento di emancipazione, offrendo ai giovani del Bronx un’alternativa alla violenza e un linguaggio condiviso. Bambaataa divenne così un mediatore culturale, un costruttore di forme sociali oltre che musicali, un interprete della gioventù nera e latina che trovava nell’hip-hop un codice identitario e un campo di possibilità. I primi approcci con la discografia avvennero quando la scena hip-hop iniziò a catturare l’attenzione dei produttori newyorkesi. La sua attitudine visionaria, nutrita da un immaginario afro-futurista e da una concezione quasi cosmologica del suono, lo rese presto una figura di riferimento per l’industria nascente della street culture. Le sue selezioni, i set memorabili, la sua naturale predisposizione a costruire ponti fra mondi musicali distanti anticiparono una sensibilità che avrebbe influenzato generazioni di DJ e produttori.

La traiettoria discografica di Afrikaa Bambaataa trova un primo punto di cristallizzazione in «Planet Rock» del 1982, pubblicato con i Soulsonic Force, una pagina musicale che ha ridisegnato l’orizzonte dell’hip-hop nascente. La fusione fra l’elettronica dei Kraftwerk, la pulsazione funk e l’uso pionieristico della TR-808 generò un ambiente acustico che superava la logica del campionamento come semplice citazione, trasformandolo in un dispositivo di costruzione formale. La geometria ritmica, la scansione sintetica e la scelta di un colore sonoro quasi siderale inaugurarono un’estetica afro-futurista che avrebbe influenzato tanto la techno di Detroit quanto l’electro europea. L’anno successivo, con «Looking For The Perfect Beat», Bambaataa consolidò quella ricerca, elaborando una struttura più complessa, in cui la percussività elettronica si legava a un fraseggio vocale che alternava slogan, invocazioni e frammenti ritmici. Il pezzo non si limitava a proseguire la formula di «Planet Rock», ma ne ampliava la portata, introducendo una trama sonora più stratificata e un uso più consapevole dello spazio acustico. La progressione armonica rimaneva essenziale, quasi ridotta a un’ossatura, mentre la costruzione modulare dei pattern ritmici definiva un paesaggio sonoro che oscillava fra ritualità urbana e immaginazione cosmica. Nel 1984 «Renegades Of Funk» segnò un ulteriore passaggio, con un impianto compositivo che recuperava la tradizione funk e la rileggeva attraverso un filtro elettronico. La voce, più presente e più assertiva, si collocava al centro di un disegno musicale che univa la memoria della black music degli anni settanta a una visione politica e comunitaria. La fisionomia del suono, più calda rispetto ai lavori precedenti, suggeriva un ritorno alle radici senza rinunciare alla tensione futuribile che caratterizzava l’intero percorso di Bambaataa. La struttura formale, costruita su ripetizioni calibrate e variazioni minime, evocava una sorta di mantra urbano, un invito alla coesione sociale. Con «Unity» del 1984, realizzato insieme a James Brown, Bambaataa mise in dialogo due genealogie della musica afro-americana: la matrice funk e la nuova cultura hip-hop. L’incontro fra la voce di Brown e l’impianto elettronico di Bambaataa generò un episodio sonoro che univa tradizione e innovazione, memoria e sperimentazione. Il colore acustico, più organico rispetto ai lavori precedenti, mostrava la volontà di costruire un ponte fra generazioni, trasformando la figura del DJ in un mediatore culturale incline a far convivere linguaggi apparentemente distanti. La scelta di un ritmo più vicino al funk classico, pur sostenuto da una base elettronica, rivelava una consapevolezza storica che arricchiva la pagina musicale di una profondità ulteriore. Negli anni novanta, con «The Decade» del 1990, una raccolta che ripercorreva i suoi momenti più significativi, Bambaataa offrì una sorta di autoritratto retrospettivo. Il disco non rappresentava soltanto un’antologia, ma un dispositivo narrativo che mostrava l’evoluzione della sua ricerca, dalla crudezza elettronica degli esordi alla maturità di un linguaggio ormai riconosciuto come fondativo. La sequenza dei brani delineava un percorso coerente, in cui ogni episodio contribuiva a definire un procedura implicita basata su una concezione espansa del ritmo, della voce e dello spazio sonoro. La raccolta permetteva di cogliere la continuità fra le prime sperimentazioni e le forme più mature, evidenziando la capacità di Bambaataa di reinventarsi senza perdere la propria identità.

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