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«Tutta Vita Live» non si lascia circoscrivere entro i confini di un genere, né si presta a una lettura meramente celebrativa. Si tratta, piuttosto, di un laboratorio sonoro in cui l’esperienza dell’improvvisazione viene interrogata nella sua dimensione più concreta e quotidiana, là dove il procedimento esecutivo diviene pratica di convivenza, esercizio di ascolto e costruzione di senso nel tempo condiviso.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Un gesto pianistico che rifugge la mera esibizione virtuosistica per disporsi, piuttosto, come dispositivo relazionale, trova in Stefano Bollani un interprete di rara consapevolezza, capace di organizzare il suono secondo una logica mobile, mai irrigidita in formule preordinate. L’uscita di «Tutta Vita Live», pubblicato da Ponderosa Music Records, restituisce non soltanto la traccia sonora di un concerto, ma l’esito di una convivenza creativa che affonda le proprie radici in una residenza artistica pensata da Valentina Cenni, il cui sguardo filmico – nel progetto «Tutta Vita» – orienta l’ascolto verso una dimensione processuale, in cui la musica si sviluppa come fenomeno in atto, mai definitivamente compiuto.

Il materiale sonoro raccolto al Teatro Politeama Rossetti non si lascia ridurre alla nozione di documento dal vivo, giacché l’assetto esecutivo si fonda su una dialettica interna tra memoria e reinvenzione, tra repertorio e deviazione improvvisativa. La presenza di figure quali Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi e Roberto Gatto apporta un principio di stratificazione generazionale che non si limita alla giustapposizione anagrafica, ma si traduce in una pluralità di lessici, di inflessioni e di posture improvvisative. A tale costellazione si affiancano Frida Bollani Magoni, Matteo Mancuso e Christian Mascetta, la cui presenza non assume valore ornamentale, piuttosto contribuisce a ridefinire l’equilibrio interno dell’ensemble, delineando una tensione dinamica tra esperienza e scoperta. L’apertura affidata alla composizione originale «Tutta Vita» configura immediatamente un impianto armonico aperto, in cui le progressioni non si chiudono secondo cadenze prevedibili, ma si espandono lungo traiettorie modali che consentono ai solisti di operare deviazioni, slittamenti, sospensioni ritmiche. Tale impostazione si riverbera nelle riletture di pagine come «Certi angoli segreti» e «Theme for Jessica», dove la scrittura di Rava non viene semplicemente rieseguita, ma riformulata secondo una distribuzione delle voci che privilegia il dialogo timbrico tra tromba e pianoforte, con interventi del contrabbasso che ridefiniscono il centro gravitazionale della tonalità.

Il repertorio, lungi dal costituire un semplice collage etnografico, si presenta come una trama di materiali eterogenei sottoposti a un processo di rifrazione stilistica. «Yerakina», canto popolare greco, non viene trattato come reliquia folklorica, piuttosto come cellula melodica suscettibile di variazioni metriche e armoniche, mentre «Nihavend Longa», attribuita a Kemani Kevser Hanım, introduce una curvatura modale che altera la percezione occidentale della tonalità, inducendo gli interpreti a rinegoziare le relazioni intervallari. Analogamente, la giustapposizione tra «Retrato em Branco e Preto» di Antônio Carlos Jobim e il lamento di Didone tratto da «Didone ed Enea» di Henry Purcell produce una zona di contatto in cui la malinconia armonica della bossa nova si riflette nella gravità del basso ostinato barocco, generando una continuità espressiva inattesa. Un simile procedimento trova un corrispettivo nelle arti visive, laddove la tecnica del collage, da Kurt Schwitters a Romare Bearden, non mira alla semplice accumulazione, ma alla creazione di nuove relazioni semantiche tra frammenti eterogenei. In «Tutta Vita Live», tale logica si trasforma in un disegno musicale che privilegia la transizione, il passaggio, la soglia tra materiali differenti, senza mai ricondurli a un’unità forzata. L’improvvisazione, intesa come modalità di abitare il tempo, si manifesta non come gesto arbitrario, ma come pratica regolata da un ascolto reciproco di estrema precisione, in cui ogni intervento solistico presuppone una consapevolezza dell’insieme. Il risultato non coincide con una somma di individualità eccellenti, piuttosto con una forma collettiva in continua ridefinizione, in cui la musica si dà come processo condiviso, come spazio di relazione che trova nel suono la propria articolazione più compiuta. In questa prospettiva, «Tutta Vita Live» non si lascia circoscrivere entro i confini di un genere, né si presta a una lettura meramente celebrativa. Si tratta, piuttosto, di un laboratorio sonoro in cui l’esperienza dell’improvvisazione viene interrogata nella sua dimensione più concreta e quotidiana, là dove il procedimento esecutivo diviene pratica di convivenza, esercizio di ascolto e costruzione di senso nel tempo condiviso.

Stefano Bollani
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