Tommy Bradascio Quartet con «Time To Swing»: la verità del gesto strumentale e l’interazione tra musicisti e pubblico (Ionian Sound Record, 2025)
In virtù della registrazione dal vivo, il disco si fa portatore di un’energia che ne eleva la fisionomia acustica, restituendo la fisicità del tocco e la prontezza della risposta dialogica tra i quattro esecutori, elementi che in un contesto di post-produzione digitale risulterebbero spesso depotenziati.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Time To Swing» del quartetto guidato da Tommy Bradascio, registrato dal vivo nel corso del 2024 presso il «Black Inside Jazz Festival» e pubblicato dall’etichetta Ionian Sound Record, traccia una rotta precisa nel solco della tradizione più autentica e vitale del linguaggio jazzistico. Il musicista, per lungo tempo fulcro ritmico di numerose compagini di rilievo, opera in quest’occasione una sintesi del proprio percorso artistico, assumendo la guida di un quartetto formato da Gendrickson Mena, Alberto Bonacasa ed il contrabbassista Tito Mangialajo Rantzer. Tale compagine manifesta una coesione rara, fondata su un’interazione che trascende la mera esecuzione per farsi dialogo profondo tra le parti, restituendo all’ascoltatore la natura originaria dell’atto improvvisativo, scevro da artifici di studio. L’aver optato per una registrazione live conferisce al disco una trasparenza acustica che s’oppone alle manipolazioni tecnologiche dell’era digitale, esaltando la verità del gesto strumentale e l’imprevedibilità dell’interazione immediata tra i musicisti ed il pubblico.
L’operazione discografica s’affranca deliberatamente da una ricerca di contemporaneità fine a se stessa, rivendicando piuttosto la validità di un fraseggio che affonda le proprie radici nel solco dell’hard bop e delle sue evoluzioni storiche. Bradascio, ormai maturo per una proposta autografa, dispiega in questa occasione una cifra compositiva che sorprende per equilibrio e consapevolezza armonica. Pagine musicali come «Life In Spring», «Africa Remember» ed il toccante «Goodbye Jim» – tributo alla memoria di Jim Rotondi – rivelano un approccio felice nel maneggiare strutture che richiamano la grande scuola americana, mantenendo tuttavia un’impronta lirica tutta personale. Di particolare interesse appare «Michelis Mood», che richiama il pensiero musicale del pianista Michel Petrucciani, in cui la scrittura cerca una sintesi tra rigore formale e libertà espressiva, mediando il tributo con un’originale rilettura delle dinamiche interne del gruppo di riferimento. La traiettoria di Bradascio, arricchita da partecipazioni a consessi internazionali quali il Festival Jazz di Amburgo o l’Europa Jazz Festival du Mans, trova in questo lavoro una sintesi matura, ove la padronanza dei fondamenti idiomatici si fonde con una progettualità che pone l’individuo al centro del fluire sonoro. «Time To Swing» non si limita a documentare un concerto, ma testimonia come l’urgenza del ritmo e la cura per la melodia possano ancora costituire un terreno di liberazione espressiva.
L’assetto narrativo del concept si dipana mediante una selezione di brani che include anche la rilettura di «Ritornerai» di Bruno Lauzi, con cui Bradascio ha intessuto un sodalizio umano ed artistico di lungo corso. La scelta di riproporre «You Stepped Out Of A dream», standard di Nacio Herb Brown sovente trascurato dal panorama jazzistico nostrano, denota una curiosità intellettuale che spinge l’interprete a riscoprire architetture armoniche di stampo classico per trasformarle in materia vivente di improvvisazione. Il componimento di Nacio, dopo aver vissuto fasti negli anni Quaranta, viene qui indagato sulla scorta di una tradizione che va da Sonny Rollins a Brad Mehldau, recuperando una fisionomia del suono oggi raramente frequentata nelle produzioni nazionali. L’epilogo del disco, affidato alla rilettura di «A Time For Love» di Johnny Mandel, vede Bradascio misurarsi con il pianoforte in un’esecuzione solistica che ne chiarisce la sensibilità compositiva e la visione d’insieme, confermando la capacità di orchestrare lo spazio sonoro anche al di fuori della batteria. L’album si segnala, nel suo complesso, come una testimonianza di coerenza stilistica, in cui la maestria tecnica non diviene mai ostentazione, ma strumento al servizio di una narrazione che privilegia la cantabilità ed il calore del dialogo orchestrale. Tommy Bradascio dimostra, con questa prova, di aver saputo distillare decenni di esperienze internazionali in un progetto che, rifuggendo da ogni manierismo, s’afferma come una dichiarazione d’amore verso un genere che trova, nell’energia del momento, la sua ragione ultima di esistere. In virtù della registrazione dal vivo, il disco si fa portatore di un’energia che ne eleva la fisionomia acustica, restituendo la fisicità del tocco e la prontezza della risposta dialogica tra i quattro esecutori, elementi che in un contesto di post-produzione digitale risulterebbero spesso depotenziati.

