«Stay Human» di Michele Perruggini: nel solco di un’etica musicale contemporanea, tra tecnologia ed umanità (Abeat Records, 2025)
Un lavoro di ricerca, capace di interrogare il presente e di proporre una costruzione modulare che unisce rigore formale ed immaginazione poetica. Perruggini ed i suoi collaboratori imbastiscono un percorso che rimanda alla necessità di restare umani, non per mezzo di slogan, ma attraverso la forza di un linguaggio sonoro interiormente eloquente e tecnicamente raffinato.
«Stay Human» di Michele Perruggini si manifesta come organismo unitario, concepito con tensione critica e con un disegno sonoro che non si limita a proporre una sequenza di tracce, bensì a costruire un itinerario coerente. L’album assume la forma di un concept di forte rilievo, nel quale la riflessione sulla tecnologia e sul rischio di una progressiva disumanizzazione si traduce in un tessuto acustico stratificato, elaborato con minuzia e con una sensibilità che rimanda tanto alla dimensione filosofica quanto a quella estetica. La batteria di Perruggini, regista ritmico e motore narrativo, guida un ensemble di musicisti di solida formazione: Roberto Olzer al pianoforte, Yuri Goloubev al contrabbasso, Riccardo Bertuzzi alla chitarra, Guido Bombardieri al clarinetto ed al sax soprano, Dario Tanghetti alle percussioni, con la presenza episodica della fisarmonica di Fausto Beccalossi. Qualunque passaggio sonoro si attesta nell’alveo di una ricerca timbrica raffinata, dove il colore fonico del pianoforte disegna geometrie liriche, il contrabbasso sostiene con profondità modulare, la chitarra e il clarinetto intrecciano contrappunti di grande suggestione, mentre le percussioni aggiungono velature dinamiche che ampliano lo spazio acustico. La fisarmonica, presente in due inserti, dispensa una fisionomia laterale, atta ad evocare atmosfere in bilico fra tradizione e modernità.
La genesi di «Stay Human» nasce dall’urgenza di Michele Perruggini di tradurre in linguaggio musicale una tensione che attraversa il nostro tempo: la percezione di un mondo in cui la tecnologia rischia di ridurre la coscienza critica e di trasformare l’individuo in parte di una collettività passiva. La scelta di costruire un concept-album non risponde tanto ad un intento estetico isolato, bensì alla volontà di sagomare un pensiero che interroghi la condizione contemporanea. L’idea di fondo si alimenta di interrogativi semantici e scientifici: dalla suggestione della fisica quantistica che rimanda a connessioni invisibili fino alla consapevolezza di un sistema sociale che tende a frammentare identità e valori. Perruggini, batterista e compositore, ha voluto stabilire una connessione tra la propria sensibilità e quella di musicisti di diversa provenienza, allestendo un laboratorio collettivo in cui ciascun intervento strumentale diventa parte di un discorso più ampio. La cura maniacale del suono, l’attenzione agli arrangiamenti e la scelta di un line-up versatile rispondono alla necessità di rendere tangibile un messaggio: restare umani significa preservare la capacità di ascoltare, di pensare e di riconoscere la complessità. Non si tratta di un proclama, ma piuttosto di un percorso che utilizza la musica come veicolo di coscienza, come spazio in cui la riflessione si fa esperienza estetica. La motivazione profonda risiede dunque nel desiderio di opporre alla propaganda e alla concentrazione di potere un linguaggio che non manipola, ma apre prospettive. «Stay Human» diventa così un atto di responsabilità artistica, un gesto che affida al suono la funzione di ricordare che la vera sfida non è inseguire l’efficienza delle macchine, bensì mantenere viva la capacità di immaginare e di riconoscere la propria umanità.
La sequenza delle singole composizioni non appare simile ad una giustapposizione, ma piuttosto come un continuum narrativo che conduce l’ascoltatore attraverso un itinerario di domande e tensioni. L’intero album si staglia nel riflesso di una dialettica tra energia collettiva e rischio di alienazione, facendo leva su una procedura che non si accontenta di soddisfare il gusto audiofilo, ma sollecita un pensiero critico ed una percezione estetica consapevole. «Through The Darkest Stars» apre l’itinerario con una pulsazione controllata, dove Michele Perruggini calibra micro-accenti e pause, disegnando una trama ritmica che sollecita l’armonia di Roberto Olzer a respirare per gradi con voicing ampi e cadenze sfumate; Yuri Goloubev, con un sostegno intonato su pedali elastici, inserisce controcanti discreti che orientano la direzione del fraseggio, mentre Riccardo Bertuzzi lavora su arpeggi obliqui e Guido Bombardieri, al clarinetto, cesella linee sottili sul registro medio, creando un profilo acustico che mantiene la tensione in equilibrio; dal canto suo, Dario Tanghetti aggiunge particelle percussive che ridefiniscono il campo dinamico senza sovraccarico. In «Lost Souls» il pianoforte organizza cornici modali dal carattere malinconico, Goloubev imposta un passo cantabile con spostamenti di accento sulla quarta misura, Bertuzzi inserisce risposte timbriche con delay sobri, Bombardieri passa al soprano con un arco più luminoso, mentre la batteria, evitando clangori, preferisce pennellate su piatti e rullante, costruendo una geografia interna che lascia insinuare brevi sospensioni armoniche in bilico. Con «Hypnosis» entra in scena la fisarmonica di Fausto Beccalossi, mentre Olzer predispone una progressione circolare, Goloubev implementa un bordone mobile su cui Perruggini suggerisce poliritmie leggere, Bertuzzi scolpisce figurazioni spezzate, Bombardieri torna al clarinetto con suono vellutato e Beccalossi stende una velatura acustica che avvicina l’ensemble ad un coro di voci miste. La forma s’innesta su un ostinato discreto, ma sviluppa deviazioni metriche e rientri improvvisi che mantengono la percezione in attesa senza semplificazioni. «Stay Human» esprime il fulcro concettuale dell’intero lavoro: Olzer alterna clusters rarefatti e triadi aperte, Goloubev impiega double stops in posizione alta, Perruggini costruisce un contrappunto ritmico con ride, spazzole e colpi centrali, Bombardieri definisce un nastro melodico dal soprano e Bertuzzi offre controlinee che sfiorano la dissonanza calcolata. L’insieme, mediante scarti dinamici mirati, traduce la domanda etica in linguaggio musicale con disciplina ed immaginazione. «Black Waltz» agisce su un tempo ternario deviato da sincopi e piccole emiole, sulle quali il pianoforte articola la danza con ribattuti ed appoggiature, il contrabbasso ruota intorno al secondo movimento, la batteria sposta il baricentro sul bordo del charleston, la chitarra ombreggia con accordi chiusi sul secondo e quarto accento ed il soprano scivola con fraseggio sinuoso. Ne risulta una pagina che rievoca una sala da ballo filtrata da un laboratorio armonico contemporaneo.
In «Faces» l’ensemble si scambia ruoli. Goloubev apre con un’introduzione lirica, Olzer risponde con un disegno per moto contrario, Perruggini incastona rimandi tra tom ed edge del piatto, Bertuzzi porta una linea «parlata», mentre Bombardieri alterna timbri del clarinetto con flessibilità. La policromia, piuttosto che disperdersi, converge su un motivo che torna trasformato, come maschere che cambiano espressione mantenendo la stessa ossatura. «Shy Fingers» predilige una dimensione cameristica, dove pianoforte e chitarra distillano un duetto di micro-intervalli, Goloubev prende in carico la funzione di basso continuo moderno, Perruggini mantiene la trama con leggere figurazioni sul rullante, Bombardieri usa il soprano come filo sottile che attraversa e Tanghetti introduce battiti di cornice. La delicatezza non rinuncia alla densità di pensiero, ma la incanala in una struttura sobria. «Lonely» si deposita su un campo armonico rarefatto, attraverso il quale Olzer allinea terze parallele con interruzioni strategiche, Goloubev distende frasi che cercano la risonanza dello strumento, Perruggini sottrae materiale ritmico lasciando spazio all’aria, Bertuzzi inserisce armonici sfiorati, mentre Bombardieri preferisce un registro basso del clarinetto con inflessione narrativa. Ne deriva un paesaggio che suggerisce prossimità, senza cedere a compiacimenti. «Dreamland» riprende Beccalossi, che innesta larghi respiri su una progressione morbida, mentre il pianoforte impiega cluster dolci, il contrabbasso orienta piccoli slittamenti di tempo, la batteria costruisce un tappeto a pennello, la chitarra disegna costellazioni leggere ed il clarinetto sovrappone un filo melodico. La dimensione onirica si raggiunge mediante equilibrio tra ripetizione e variazione controllata. «Lith» adotta un profilo più scabro, in cui Olzer introduce quinte vuote, Goloubev insiste su un giro di due note con shifting di accento, Perruggini spinge su pattern irregolari, Bertuzzi porta un colore asciutto e Bombardieri predilige intervalli corti, tanto che l’effetto rimanda ad una scultura sonora che lavora per sottrazione. «Night» concentra il materiale in una dinamica contenuta, sorretta dal ride appena sfiorato e dal pianoforte che dirama note singole alla ricerca della coda del suono. Il contrabbasso cammina con portamento discreto, mentre la chitarra suggerisce ombre ed clarinetto agisce con temperanza. Così la notte diventa una fucina percettiva, con dettagli che emergono dalla penombra. «Ancient Song» chiude l’excursus sulla scorta di un canto che rievoca genealogie lontane, dove Olzer sceglie modi antichi, Goloubev sostiene con leggerezza, Perruggini formula una pulsazione regolare, Bertuzzi porta un fraseggio che allude a strumenti popolari, mentre Bombardieri colora con un timbro caldo. La conclusione, in virtù di un disegno armonico che tiene insieme memoria ed esplorazione, riconsegna l’intero ciclo come racconto coerente che scommette sulla responsabilità dell’ascolto. «Stay Human» non si riduce dunque ad un esercizio di stile, ma si afferma alla stregua di un’opera di carotaggio interculturale, capace di interrogare il presente e di proporre una costruzione modulare che unisce rigore formale ed immaginazione poetica. Perruggini ed i suoi collaboratori imbastiscono un percorso che rimanda alla necessità di restare umani, non per mezzo di slogan, ma attraverso la forza di un linguaggio sonoro interiormente eloquente e tecnicamente raffinato.

