BrunoCentomo1

Bruno Centomo

Il Re può diventare l’ultimo superstite, la tigre può finalmente lasciare la gabbia, il sassofonista può cercare una voce propria. Nessuna di queste possibilità garantisce da sola la salvezza. La vera partita comincia quando l’individuo riconosce la propria posizione e decide quale mossa gli appartenga.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Ci sono romanzi nei quali un elemento della vicenda assume progressivamente un valore simbolico e altri nei quali il simbolo precede la narrazione, predisponendo il lettore a una particolare disposizione interpretativa. «Le Tigri e il Re degli Scacchi» di Bruno Centomo appartiene alla seconda categoria, poiché già il titolo stabilisce una relazione fra due immagini apparentemente lontane, la tigre e il Re degli scacchi, destinate a convergere nella figura di Jason e nella sua tormentata ricerca di una possibile identità. Il sottotitolo, «Romanzo di Jazz e Destino», completa questa triangolazione, spostando il problema verso una riflessione sulla libertà, sulla prigionia e sulla possibilità che la musica intervenga nella vita di un individuo modificandone la percezione di sé.

La premessa dedicata agli scacchi offre una chiave particolarmente significativa. Il Re, nella partita, non viene propriamente eliminato. Lo scacco matto sancisce la sua impossibilità di muoversi, mentre gli altri pezzi non possono più offrirgli una via d’uscita. Attorno a lui possono ancora disporsi pedoni, alfieri e cavalli, ma nessuno restituisce al sovrano la libertà perduta. La sua sopravvivenza coincide così con la sua inutilità. Nel solitario, tuttavia, la medesima figura assume una funzione quasi speculare, poiché il Re deve rimanere ultimo sulla scacchiera, dopo che gli altri pezzi si sono progressivamente eliminati. Prigioniero incapace di muoversi oppure ultimo resistente, il Re diventa una delle ambivalenze fondamentali del romanzo. La condizione di Jason si colloca precisamente dentro questa oscillazione. Potrebbe essere il giovane dotato che, nella monotona periferia americana degli anni Trenta e Quaranta, individua nel jazz la possibilità di sottrarsi a un’esistenza priva di prospettive; oppure l’uomo della provincia italiana contemporanea, precipitato in una condizione di disagio, degrado e violenza dalla quale non riesce a liberarsi. Fra queste due immagini il romanzo mantiene una distanza che investe memoria, immaginazione e desiderio, interrogando il modo in cui ogni individuo costruisce narrativamente la propria identità.

La tigre aggiunge un’altra immagine decisiva. Possiede forza ed energia, ma la gabbia ne impedisce l’esercizio. La questione più inquietante riguarda però ciò che accade quando la porta finalmente si apre. «Ancora più difficile è stato uscire dalla gabbia» rovescia il significato stesso della metafora. Il prigioniero può conoscere talmente bene i confini del proprio spazio da percepirli come una protezione; fuori rimangono responsabilità, decisioni e possibilità imprevedibili. La libertà, dunque, non coincide necessariamente con la salvezza. Anche il jazz assume una funzione che supera quella dell’accompagnamento narrativo. La citazione di Albert Meyr, secondo cui «un suono non è solo un elemento che può divertire o piacere», ma può coinvolgere l’individuo fino a renderlo «un’altra persona», offre una chiave essenziale. La musica può trasformare il soggetto, modificandone la percezione e l’immagine di sé. Proprio il sassofonista rende evidente questa possibilità. La libertà dell’improvvisazione non nasce dall’assenza di regole, ma dalla loro conoscenza, dalla padronanza del ritmo, dell’armonia, della forma e dell’ascolto reciproco. La voce strumentale diventa così una forma di identità.

Da qui emerge la contraddizione di Jason, che aspira a diventare un grande jazzista senza conoscere realmente la musica. Il talento, allora, non basta. L’identità desiderata deve confrontarsi con la competenza necessaria per sostenerla. Il jazz può rappresentare una via di fuga reale, ma anche una gabbia costruita dall’immaginazione. Il finale aggiunge un’ultima torsione. Jason esce dalla gabbia e si allontana dall’impostore che pretende di spacciarsi per il suo amico Carl. Quel «senza nemmeno salutare» sottrae alla conclusione ogni rassicurazione sentimentale. Non c’è celebrazione, bensì separazione. Liberarsi significa forse anche abbandonare false identità, protezioni illusorie e relazioni fondate sull’inganno. Tigre e Re degli scacchi rimangono così due immagini della medesima condizione. La prima possiede la forza ma non lo spazio, il secondo il valore ma non il movimento. Jason riunisce entrambe le condizioni, prigioniero di una situazione che lo limita e insieme impegnato nella ricerca di un’uscita. Il Re può diventare l’ultimo superstite, la tigre può finalmente lasciare la gabbia, il sassofonista può cercare una voce propria. Nessuna di queste possibilità garantisce da sola la salvezza. La vera partita comincia quando l’individuo riconosce la propria posizione e decide quale mossa gli appartenga.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *