«Live in Marciac», vent’anni di un capolavoro: 2 agosto 2006, il concerto di Brad Mehldau e la chicca «Martha My Dear»

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Brad Mehldau

In Martha My Dear e in quasi tutti i brani del concerto, Brad smonta letteralmente la struttura musicale originaria, riscrivendo l´intera metrica, facendo uso del timing, dilatando o restringendo alla perfezione le battute, incrementando la carica emotiva.

// di Guido Michelone //

Oggi si parla di uno dei massimi pianisti jazz degli ultimo trent’anni che interpreta un brano dei Beatles (dal fascino irresistibile second Jacob Stolworthy di «The Independent»), cercando di spiegare i motivi di tale scelta (azzeccata). Va anzitutto detto che i Beatles restano forse l’unico autentico fenomeno di mitologia musicale di massa del XX secolo o, per essere più precisi, della seconda metà del Novecento (e del primo quarto di XXI secolo). Tuttavia, al di là dei dischi originali, più volte ristampati, difficilmente entrano, come song book, nel repertorio dei jazzisti, se non con qualche estemporaneo ‘tribute album’ – e ve ne sono di bellissimi – con l’eccezione del pianista Brad Mehldau che, senza esagerare, include, sin dagli anni Novanta, qualche canzone beatlesiana eseguita in studio o dal vivo, perlopiù nel ‘formato’ del piano jazz trio a lui congeniale, tanto da venir ritenuto l’ideale erede dei miglior leader della miniband con pianoforte, contrabbasso, batteria: l’ultimo, per ora, in ordine di tempo, dei grandi innovatori, tra il 1950 e il 2000, Oscar Peterson, Erroll Garner, Thelonius Monk, Bud Powell, Amad Jamal, Bill Evans, McCoy Tyner, Chick Corea, Keith Jarrett, Jason Moran e pochi altri.

Fra tutte le canzoni firmate Lennon/McCartney che appaiono più riuscite dal punto di vista jazzistico per Mehldau c’è di certo Martha My Dear, tratta dal cosiddetto White Album (o in Italia Doppio Bianco, l’unico nella discografia beatlesiana a non avere titolo ma semplicemente la dicitura in rilievo The Beatles su una raffinata copertina color panna) nella splendida versione live di una rinomata kermesse francese. Ma giungono solo nel 2011 le registrazioni di questo memorabile concerto che il pianista statunitense di Jacksonville (nato il 23 agosto 1970) tiene il 2 luglio 2006 al Festival Jazz della cittadina situata vicino ai Pirenei, a metà fra Atlantico e Mediterraneo. La performance è restituita ai posteri in maniera pressoché completa: Live in Marciac è un doppio CD e un DVD che mostra, con le immagini, la concentrazione di un grandissimo musicista in grado di improvvisare e di emozionare come si fa una volta, senza nulla togliere anche alla contemporaneità del discorso e dell’approccio. Infatti Brad Mehldau, al suo ventisettesimo disco da leader o coleader, con Martha My Dear e in generale con questo live compie una sorta di racconto autobiografico, mostrandosi, come di rado avviene per lui, non con il celebre trio che dal 1996 fa quindi da trent’anni la storia del piano jazz contemporaneo, ma in completa solitudine, a tu per tu con il proverbiale Steinway grancoda. Ed è un dialogo intensissimo con il proprio vissuto interiore e con una cultura artistico-musicale in grado di rileggere svariate tipologie sonore. Anche nei quattordici brani dei due CD (un pezzo in più rispetto al DVD), come per i dischi in studio, Brad Mehldau agisce per così dire su tre fronti: da un lato le proprie composizioni, dall’altro alcuni noti standard, dall’altro ancora il recupero sempre in chiave jazz di canzoni rock altrettanto celebri. In quest’ultimo caso il pianista si rivela il miglior jazzmen che riesce a tirar fuori dalle cover (in partenza e in realtà molto lontane in fatto di idee e di sonorità) un quid jazzistico in maniera profonda, originale e genuina.

Oltre l’ascolto di Martha My Dear, una doverosa attenzione pure alla scaletta è perciò utilissima per capire la filosofia che sta a monte di un repertorio che là, a Marciac, quasi in un unicum assai omogeneo, rivela un microcosmo estetico immenso: dunque si ascoltano via via i cinque tunes di Brad Mehldau come Goodbye Storyteller (for Fred Myrow), Resignation, Storm, Trailer Park Ghost, Unrequited, i quattro jazz standard It’s All Right with Me (Cole Porter), Dat Dere (Bobby Timmons), My Favorite Things (Rodgers/Hammerstein), Secret Love (Fain/Webster) e le cinque cover rock Exit Music (for a Film) (Radiohead), Lilac Wine (Jeff Buckley), Lithium (Nirvana), Things Behind the Sun (Nick Drake) e appunto Martha My Dear. E il virtuosismo del protagonista in ciascuno di questi oggettivi capolavori appare quasi senza limiti. L’album riceve, appena uscito, recensioni generalmente favorevoli: «Metacritic» gli assegna un punteggio dell’81% basato su otto recensioni «AllMusic» propone quattro stelle con una recensione di Thom Jurek, dove afferma: “Per i fan di Mehldau, questa è un’ulteriore occasione per constatare quanto egli sia creativo e versatile, anche alle prese con materiale familiare. Per i neofiti, rappresenta una splendida opportunità per scoprire uno dei pianisti jazz più dotati della scena”. Sul «Guardian» l’inglese John Fordham osserva: “La star americana affronta questo concerto di oltre cento minuti puntando con tale decisione su note ripetute, transizioni brusche e contrappunti fragorosi che, a tratti, la sua densità febbrile rischia di diventare opprimente. Tuttavia, le originali riletture di Mehldau si confermano avvincenti come sempre”. Tuttavia in Martha My Dear questa ‘densità’ viene accuratamente evitata favore di un virtuosismo policromo. Da «PopMatters» John Garratt, redattore musicale associato, sostiene che “Tra la scelta di reinterpretare brani di artisti come Oasis e Soundgarden, le sue incursioni nei territori della musica classica e del pop-jazz e tutti quei fastidiosi paragoni con Bill Evans, è facile dimenticare che Brad Mehldau è un interprete ricco di sentimento e un pianista eccezionale. Di prim’ordine. Se Live in Marciac non vi convince, non so cosa potrà farlo”. Su All About Jazz, John Kelman osserva: “Live in Marciac” si distingue come una pietra miliare nel percorso evolutivo di Mehldau e dimostra che, lungi dall’adagiarsi sui notevoli allori che potrebbe tranquillamente godersi, egli continua a crescere come compositore e interprete – ma, soprattutto, come esecutore, passando da un importante traguardo a quello successivo”. Per «JazzTimes» il critico Thomas Conrad sottolinea: «Le capacità creative del più importante pianista jazz della sua generazione trovano qui la loro documentazione più completa fino ad oggi».

Forse, dopo tali recensioni, occorrerebbe andare persino oltre Martha My Dear e giudicarla alla stregua di un tutt’uno con il resto dei brani, come il flusso di un’unica performance creativa alla pari per esempio del Köln Concert (1975) di Keith Jarrett analizzato nell’apposito capitolo o al Sunday del 25 giugno 1961 del Bill Evans Trio al Village Vanguard: fra l’altro due pianisti che più o meno consciamente ispirano Mehldau sin da ragazzo. In Martha My Dear e in quasi tutti i brani del concerto, Brad smonta letteralmente la struttura musicale originaria, riscrivendo l´intera metrica, facendo uso del timing, dilatando o restringendo alla perfezione le battute, incrementando la carica emotiva. Tutto questo accade perché, come detto prima, i brani sono collegati l´un l´altro in maniera assai naturale, di fatto aumentando fruibilità, godibilità, comunicabilità della performance. Ed è proprio la sensazione che trasmette l’intera esibizione piuttosto che i singoli brani a dare una tremenda forza passionale a Live in Marciac, dove al piano solo Brad sa gestire benissimo la propria tecnica e metterla al servizio della musica, insistendo soprattutto sulle componenti melodica, improvvisativa o virtuosistica. Fra l’altro Mehldau non ha nemmeno grossi riferenti nelle cover di Martha My Dear perché l’unica jazz cover firmata Herb Alpert & The Tijuana Brass (1971) è una debole fotocopia, mentre quella canora notevole di Madeleine Peyroux (2011), grazie al raffinato tocco bluesy e alla dolente voce sofisticata, deve ancora arrivare. Le cover migliori arrivano dal rock statunitense da un lato con St. Vincent, dove la iridescente polistrumentista (al secolo Annie Clark) offre un’intima personalissima interpretazione, mettendone in risalto le linee melodiche; dall’altro con i Phishi quali , durante i loro concerti di Halloween, riproducono integralmente, come una jam session, l’intero White Album, inclusa una fedele dinamica esecuzione di questo pezzo.

Va infine ricordato che nell’originaria versione beatlesiana Martha My Dear, scritta dal solo Paul McCartney (benché da contratto sia cofirmata come tutte le altre da John Lennon), dedicata alla cagna di Paul, il pastore tedesco Martha, incorpora elementi sia pop sia rock, nonostante una marcata linea pianistica di ispirazione vaudeville, ragtime, hot jazz, ricorrente in tutta la durata del song, oltre una sezione di ottoni un po’ dixie. La canzone modula attraverso diverse tonalità, principalmente in quella di Mi bemolle maggiore con accordi arricchiti da dissonanze sempre di sapore jazzistico. La strofa è una riproposizione sincopata della prima sezione melodica, con l’aggiunta di due battiti supplementari: una tecnica simile a quella utilizzata in seguito da McCartney in Two of Us su Let It Be; nonostante il bridge in Fa maggiore, il modo in cui la sezione inizia e termina bruscamente, fa apparire il brano più insolito e fuori contesto di quanto non sia in realtà. Secondo Ian MacDonald e Mark Lewisohn, biografi beatlesiani, Martha My Dear è tra i pochi brani della band in cui McCartney suona tutti gli strumenti, eccezion fatta per i fiati dell’orchestra, in mano ai turnisti; la canzone viene preparata nell’arco di due giorni, il 4 e il 5 ottobre 1968, presso i Trident Studios di Londra; il primo giorno, Paul registra pianoforte, batteria e voce; qualcuno gli suggerisce di far eseguire l’assolo pianistico al fido produttore George Martin, ritenendo che tale parte superi le proprie capacità tecniche, ma il beatle insiste per farlo lui stesso. Gli arrangiamenti per ottoni e archi curati da Martin vengono sovraincisi più tardi nella stessa giornata. Il 5 ottobre, McCartney incide di nuovo la voce, aggiungendo il battito delle mani e sovrincidendo le parti di basso e chitarra, completando dunque il pezzo in quella stessa giornata. Mehldau fa tutto in meno di sette minuti (la durata in concerto).

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