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Tricky

Ogni tanto sento il bisogno di allargare lo sguardo oltre il jazz. Non per abbandonarlo, ma per ritrovarne le tracce in altri paesaggi sonori. Quello di Tricky è uno di questi.

// di Marcello Marinelli //

Sabrina, una mia carissima amica, mi manda un messaggio: “Andiamo a vedere Tricky?”. Alla parola Tricky le mie antenne si allungano e recepiscono subito l’invito. Si tratta di una serata speciale, a inviti, da prenotare telefonicamente; la notizia era sfuggita ai miei radar. Sabrina ha parecchie doti particolari: una di queste è moltiplicare, oltre ai pani e ai pesci, anche i biglietti. Con un gioco di prestigio, un invito per una persona diventa per due. Tralascio i particolari della genesi e apprezzo la magia: a caval donato non si guarda in bocca. Il concerto ha luogo nell’incredibile e suggestiva cornice del Tempio di Venere, nel Parco Archeologico del Colosseo, per la rassegna Venere in Musica. A lato l’Arco di Costantino, di fronte il Colosseo e dietro il colle Palatino. Che dire: una location da paura e un tramonto mozzafiato, ottime premesse per la serata. La platea è gremita in ogni ordine di posti e l’atmosfera pre-concerto è elettrizzante.

Chi è Tricky? Probabilmente parecchi di voi non conosceranno l’artista. Fa parte di un movimento nato tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90: la cosiddetta scena di Bristol. Bristol è una città inglese sud-occidentale, situata sull’estuario dei fiumi Avon e Severn, famosa principalmente per quattro cose: la sua lunga tradizione portuale; l’eccellenza nella produzione di carta e cartoncini (chi non conosce i celebri cartoncini Bristol per disegnare?); la street art di Banksy, il celebre writer britannico autore di graffiti storici; e, dulcis in fundo, per la sua scena musicale underground (dub, soul, acid jazz, funk) e per aver inventato un nuovo genere: il Trip Hop. Un termine coniato inizialmente in modo dispregiativo dai critici: trip (viaggio), per via del sound ipnotico, elettronico e oscuro, e hop da hip hop, da cui riprendeva l’arte del rap, seppur rallentato e molto più controllato rispetto all’omologo statunitense. Con l’uso della cannabis come ispirazione a determinare il viaggio, a scapito delle droghe sintetiche. E questo è un bene. Questa etichetta, seppur nata per dileggiare, è in realtà azzeccatissima. Descrive molto bene l’atmosfera musicale dei gruppi principali che l’hanno caratterizzata: nell’ordine Massive Attack, Tricky e Portishead. Come tutte le definizioni musicali, la parola definisce per approssimazione: i suoni non si possono ingabbiare nelle parole.

Tricky è un esponente di spicco di questa scena. Inizia come collaboratore dei Massive Attack, lasciando il segno in alcune tracce del loro celeberrimo album d’esordio Blue Lines – considerato il primo disco trip hop della storia – e nel successivo Protection. Nel 1995 esordisce come solista con Maxinequaye, album che porta il nome di sua madre e a lei dedicato. Un disco-tributo intriso di trame oscure, testi paranoici e flussi di coscienza, segnato dal trauma del suicidio della madre, avvenuto quando il cantante aveva solo quattro anni. Quel rapporto interrotto in tenera età lo segnerà per sempre, influenzando la sua musica e i suoi testi. E purtroppo, non sarà l’ultimo dramma della sua vita. A distanza di trent’anni da quel disco meraviglioso e avveniristico, le analogie con questo splendido concerto di Roma sono strabilianti. Allora c’era la cantante Martina Topley-Bird a fare da contraltare alla sua voce profonda e cupa, che sembrava uscire dalle tenebre. Tricky usava, e usa ancora, la tecnica dello Sprechgesang: non canta, sussurra e declama, quasi sempre sotto la linea vocale della cantante (che a Roma era la polacca Marta Złakowska). Luce e oscurità che vanno a braccetto: lo yin e lo yang di una voce che sembra connessa con l’ultrasensibile, con l’inafferrabile, con il mistero della vita e i suoi terribili cascami. La bizzarra coincidenza è che sia Martina che Marta – a parte l’assonanza del nome – quando vennero scritturate da Tricky non erano cantanti professioniste.

Il palco, illuminato prevalentemente da luci blu, resta nella semioscurità, specchio del flusso musicale che si sprigiona dalla band. Il suono è quello tipico del cantante: ipnotico, spigoloso e dolce allo stesso tempo. Nell’ombra le figure umane e i loro contorni non si delineano; la musica fuoriesce dall’oscurità e tratteggia spicchi di malcelata inquietudine. La bellezza dell’inquietudine tradotta in musica: struggente e intensa, profonda e intima. Il cantante accentua ancora di più il suo sussurro, che viaggia all’unisono con la voce cristallina di Marta. Più che un concerto, sembra una seduta spiritica in cui le voci fanno da medium per un contatto con il soprannaturale. Tricky spesso alza la testa e le braccia verso il cielo, come a cercare una connessione fisica con l’alto. Con chi cerca di entrare in contatto? Con Maxine Quaye? Con chi altro? Ci sono segni di sofferenza sparsi qua e là, e la parola pain (dolore) emerge prepotentemente tra i testi. Cosa sarà successo a Tricky di così drammatico per esibire sul palco una simile e plastica raffigurazione? Dopo una rapida ricerca scopro il terribile arcano: la figlia di Tricky e Martina Topley-Bird, Mazy Mina Topley-Bird (conosciuta come Mazy Soule), si è suicidata l’8 maggio 2019 all’età di 24 anni. Da questo evento, e dal resto della sua biografia, si comprende il lato doloroso, paranoico e oscuro di una musica in cui la vita modella la massa sonora. “Hate this pain” è un brano del disco Fall to Pieces, con cui Tricky ha cercato di esorcizzare questo terribile lutto. “Andare in frantumi” è sia una condizione umana sia un album di canzoni in cui le due cose coincidono. Questo brano, tuttavia, non è stato eseguito dal vivo, come a voler preservare l’intimità del proprio dolore con pudore e riservatezza.

Il concerto procede con un’intensità e una forza emotiva che trasuda dai gesti e dai suoni. L’unico appunto è che i brani sono brevi, quasi fossero frammenti esibiti; mi è mancata la loro dilatazione, a cui la sua musica si presterebbe benissimo. Rimane un mio desiderio, ma rispetto la scelta stilistica del gruppo. Avevo già visto il cantante dal vivo all’Atlantico nel 2013. Già da allora la sua inquietudine traspariva in tutto il suo fragore, e scrissi, senza ancora conoscere le origini del suo malessere: “A Tricky!! Certo che c’hai proprio ‘na faccia da matto e quando canti sei inquietante co’ quella faccia da matto che te ritrovi, però siccome noi semo fedeli al motto Se nun so matti ‘n’ce li volemo’, a te, Tricky, te ce volemo e ce sei proprio piaciuto al concerto de ieri sera… però cor bene che te vojo, Tricky, quanno canti fai paura“. Per la legge dell’alternanza e della vastità della musica devo ammettere che, prima di questo concerto, avevo perso le tracce di Tricky. Sono stato davvero felice di ritrovarlo dopo tanto tempo: lo spessore delle sue composizioni e delle sue performance dal vivo merita assoluto rispetto. Alla fine, nella semioscurità, concede un bis e poi si eclissa, sparendo nelle tenebre da cui era venuto. I musicisti della band non vengono presentati: il cantante, al di là dei testi delle canzoni, non apre bocca.

La serata si conclude, e io e Sabrina, la mia amica maga, ci tratteniamo ancora un po’ per incamerare l’energia residua che il concerto ci ha trasmesso. In molti rimangono a chiacchierare, come se ci fosse un seguito che non ci sarà. La figura ombrosa di Tricky, nella sua tragica e potente materializzazione, ci ricorda che il miglior modo di elaborare il dolore e le sue conseguenze (Aftermath) è la creazione. È l’arte che rende immortali e che sopravvive alle nostre spoglie terrene. Grazie Tricky per averci trasmesso musicalmente la tua profonda essenza.

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