Enter Eller + Gianluigi Troversi con «Ελπίδα»: memoria, deviazione, inquietudine e libertà collettiva (Dodicilune, 2026)
«Ελπίδα» non conduce verso approdi definitivi; preferisce lasciare l’ascoltatore dentro una condizione di ricerca permanente, nella quale ogni episodio rappresenta soltanto una possibilità momentanea di orientamento.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Quarant’anni di attività avrebbero potuto trasformare Enten Eller in un organismo irrigidito dalla propria stessa memoria, condannato a replicare formule riconoscibili e posture linguistiche ormai assimilate dal circuito europeo del jazz creativo. Nulla di tutto questo accade in «Ελπίδα (Elpida)». Il gruppo guidato da Massimo Barbiero continua invece a custodire una qualità oggi rarissima: l’inquietudine. Non una semplice irrequietezza estetica, quanto una disposizione permanente al rischio, alla deviazione, all’imprevisto come principio strutturale del fare musica. Tale attitudine attraversa integralmente questo nuovo lavoro, alimentando un concept che non ricerca mai stabilità definitiva, preferendo mantenersi in una zona mobile, porosa, refrattaria a qualunque classificazione rassicurante. La presenza di Gianluigi Trovesi assume, in questo quadro, un valore che supera ampiamente la dimensione della collaborazione prestigiosa. Trovesi non compare come ospite decorativo chiamato a certificare autorevolezza culturale; il suo intervento modifica invece l’intera temperatura dell’ensemble, insinuando nel tessuto collettivo quella particolare dialettica fra ironia, memoria popolare e astrazione formale che da decenni costituisce uno degli elementi più riconoscibili della sua poetica. Le sue ance non cercano mai centralità monumentali. Preferiscono disseminare deviazioni improvvise, piccole incrinature narrative, aperture laterali che costringono il quartetto a ridefinire continuamente il proprio assetto espressivo.
«Boule de Suif» lascia immediatamente percepire questa tensione fertile fra controllo e dispersione. Barbiero organizza la pulsazione mediante una scrittura percussiva frammentata, quasi allusiva, mentre Giovanni Maier fa emergere dal contrabbasso una linea mobile e inquieta, lontanissima da qualunque funzione meramente fondativa. Alberto Mandarini evita il lirismo espansivo tipico di molta tromba europea contemporanea e preferisce una dizione spezzata, fatta di accensioni improvvise, trattenimenti e brusche aperture dinamiche. La chitarra di Maurizio Brunod, sempre attentissima alla qualità del colore sonoro, dissemina armonici, abrasioni e velature elettriche che destabilizzano la percezione tonale senza mai precipitare nel rumore gratuito. L’aspetto più convincente di «Ελπίδα» risiede probabilmente nella capacità del gruppo di mantenere costantemente vivo il rapporto fra scrittura e fase estemporanea. Nessun episodio appare costruito secondo il tradizionale schema tema-assolo-tema, ormai largamente esausto nella produzione jazzistica contemporanea. Enten Eller preferisce sviluppare organismi mobili, nei quali le identità individuali emergono e scompaiono entro una continua ridefinizione collettiva. L’improvvisazione non interrompe la forma: ne diventa piuttosto il principio di trasformazione interna. «7/13» espone con chiarezza tale orientamento. Il titolo suggerisce immediatamente una riflessione sul ritmo come spazio irregolare e instabile. Barbiero e Maier elaborano una scansione asimmetrica che evita qualsiasi compiacimento matematico; il metro irregolare non viene esibito come artificio intellettuale, bensì assorbito entro un fluire sorprendentemente naturale. Mandarini e Trovesi lavorano allora sulle microfratture del fraseggio, facendo affiorare linee oblique, quasi sghembe, che sembrano continuamente oscillare fra canto popolare deformato e improvvisazione radicale europea. La composizione eponima, «Enten Eller», costituisce una sorta di autoritratto implicito del gruppo. Il riferimento kierkegaardiano non appare casuale. L’intera pagina vive infatti su una continua ambivalenza fra impulso lirico e sabotaggio della linearità narrativa. Brunod dispone frammenti chitarristici rarefatti, quasi sospesi sul margine del silenzio, mentre Trovesi inserisce improvvise deviazioni melodiche che sembrano provenire da un altrove folklorico indefinibile. In tale equilibrio precario emerge con forza la qualità forse più preziosa dell’ensemble: la capacità di conservare una dimensione ludica senza mai sacrificare complessità e rigore.
«Alcides Mood» accentua invece la componente più introspettiva del lavoro. Il gruppo attenua il proprio movimento interno, lasciando che siano le risonanze, le pause e le sottrazioni a guidare l’evoluzione della materia sonora. Mandarini scolpisce frasi di notevole eleganza timbrica, evitando accuratamente ogni ridondanza espressiva. Trovesi, dal canto suo, lavora sulle zone periferiche del suono, facendo emergere inflessioni quasi vocali che richiamano certa musica popolare alpina filtrata però da una lucidissima coscienza contemporanea. «Noparietto», firmata dallo stesso Trovesi, rappresenta uno dei momenti più imprevedibili dell’intero disco. L’ironia strutturale tipica del musicista bergamasco attraversa qui l’ensemble senza trasfigurarsi in caricatura. La composizione procede per deviazioni improvvise, piccoli slittamenti metrici, apparizioni melodiche volutamente sghembe che il gruppo accoglie e rilancia con straordinaria elasticità. Barbiero mostra ancora una volta una sensibilità notevole nella gestione delle dinamiche collettive, evitando qualsiasi rigidità gerarchica all’interno dell’interplay. «Non lo so» possiede invece una qualità quasi interrogativa. Il titolo sembra riflettersi direttamente nell’assetto musicale della composizione, continuamente sospesa fra possibilità differenti, senza mai scegliere definitivamente una direzione unica. La scrittura lascia spazio a margini di indeterminazione molto ampi, e proprio da questa instabilità nasce una delle pagine più intense del lavoro. Maier, in particolare, implementa un fraseggio di rara intelligenza narrativa, capace di suggerire continuamente traiettorie alternative senza mai sovraccaricare il tessuto collettivo. L’incedere quasi rituale di «Aquarius» permette all’ensemble di avvicinarsi temporaneamente a una dimensione più ipnotica. Alcune cellule ritmiche reiterate da Barbiero producono un effetto circolare che Trovesi e Brunod progressivamente deformano mediante interventi timbrici obliqui, ricchi di attriti armonici e sfumature microtonali. Nulla, tuttavia, assume carattere contemplativo o statico. Anche nei momenti di apparente quiete, il gruppo mantiene viva una sotterranea vibrazione interna. «Sud», affidata alla scrittura di Walter Leonardi, conclude il percorso lasciando emergere con particolare evidenza la componente mediterranea del progetto. Non si tratta di folklore, né di semplice suggestione geografica. L’idea di Sud che il gruppo lascia affiorare riguarda piuttosto una specifica disposizione culturale all’apertura, alla contaminazione, all’instabilità identitaria. Le linee melodiche sembrano continuamente oscillare fra memoria e trasformazione, fra radice e dispersione.
Guido Festinese coglie perfettamente il nucleo profondo dell’operazione quando definisce questo lavoro un viaggio privo di geografia prestabilita. «Ελπίδα» non conduce infatti verso approdi definitivi; preferisce lasciare l’ascoltatore dentro una condizione di ricerca permanente, nella quale ogni episodio rappresenta soltanto una possibilità momentanea di orientamento. Dopo quattro decenni Enten Eller continua dunque a sottrarsi alle logiche conservative che spesso impoveriscono le formazioni storiche. La loro musica conserva ancora una qualità abrasiva, inquieta, imprevedibile. Proprio tale refrattarietà alla fissazione stilistica rende «Ελπίδα» uno dei lavori più vitali e lucidamente contemporanei emersi negli ultimi anni nel jazz europeo d’avanguardia.

