Dexter Gordon

di Francesco Cataldo Verrina

Dexter Gordon è stato un personaggio «enorme» sotto tutti gli aspetti, non solo per l’imponenza della sua corporatura. È storicamente provato che ebbe un’acclarata influenza sullo sviluppo del sassofono tenore, riuscendo ad essere un punto di confluenza tra Lester Young e Coleman Hawkins. Sonny Rollins e John Coltrane ne subirono inizialmente il fascino. Negli ultimi anni della sua carriera dimostrò di essere anche un valido attore: nel 1986 fu il protagonista del film di Bertrand Tavernier «Round Midnight». La ricetta di Gordon conteneva ingredienti dichiarati, che nascevano dalle invenzioni di Lester Young e dalla profondità armonica di Coleman Hawkins, impastate con la genialità di Charlie Parker, ovviamente Dexter aggiunse il proprio lievito creativo, ispirando una nuova generazione di sassofonisti, tra cui John Coltrane. «Il Jazz per me è una musica viva, è una musica che sin dal suo inizio ha espresso i sentimenti, i sogni e le speranze della gente!», diceva Dexter Gordon.

«Go» rappresenta il traguardo più alto della sua discografia, almeno in termini commerciali è fra i cinque dischi più venduti del catalogo Blue Note), e sin dalle prime battute s’intuisce che Dexter intende tagliare subito gli ormeggi e veleggiare spedito con disinvoltura. Bastano poche note per capire che «Go» sia un album nato sotto influssi celesti assai propizi, dove tutto risulta magicamente armonico ed ogni tessera del mosaico appare perfettamente incastrata. Un quartetto stellare, magnificato dalla presenza dell’elegante pianista Sonny Clark, dell’agile batterista Billy Higgins e da un bassista solido ma flessibile come Butch Warren. Tutti i comprimari sono cruciali nel fare funzionare alla perfezione gli ingranaggi della macchina del suono guidata da un brillante Dexter «Flash» Gordon. Solitamente la capacità di un album di polarizzare i cultori o i detrattori può trovare la giusta dimensione in un’antitetica relazione amore-odio: gli appassionati di jazz, quasi all’unanimità, collocano «Go» di Dexter Gordon nel museo dei tesori di inestimabile valore. Mentre il sassofonista veniva insignito del serto di alloro in un tripudio di folla e di consensi, qualche bastian contrario, attratto dalle nascenti avanguardie, sollevò dei dubbi. In verità, si potrebbe obiettare che era il 1962 e l’hard bop presente in questi solchi non avesse prodotto alcuna innovazione, favorendo, per contro, solo una forte impennata delle vendite ed una maggiore capillarizzazione del jazz tradizionale.

La domanda sorge spontanea: davvero l’innovazione è l’unico prerequisito per creare arte, o sono l’eccellenza della musica, la qualità compositiva, l’immediatezza di fruizione e la perfetta esecuzione a trasformare una semplice session in un evento memorabile e consegnare un album come «Go» agli annali della storia? Qualcuno potrebbe sottolineare che tutte le opere d’arte, divenute epocali, abbiano segnato un decisivo passo avanti al momento del loro rilascio. «Go», al contrario, rappresenta una forma d’arte superiore, ossia la capacità del jazz di parlare a tutti, di essere accessibile in maniera universale. «Go» non è solo un disco facile, lineare, fruibile, ma anche «bello», impeccabile, preciso, senza ardimentose fughe verso l’impossibile. Qui la bellezza è arte, regola d’arte e stato dell’arte, dove la perfezione diventa presenza scenica e completa rappresentazione estetica e formale delle strutture melodico-armoniche. «Cheese Cake», l’unico componimento originale di Gordon presente tra i solchi, gioca su un approccio simile al coltraniano «Mr. PC» contenuto in «Giant Steps». Per paradosso, Coltrane aveva sempre dichiarato di considerare Dexter Gordon come uno dei suoi punti di riferimento nei primi anni ’50, mentre Dexter Gordon ammise di essere stato influenzato da Coltrane a partire dalla fine del decennio. Ovviamente, «Go» è lontano anni luce da ciò che Trane stava elaborando in quel periodo, soprattutto Gordon non sentiva l’impulso di andarsi a collocare nel puzzle dei paesaggi improvvisati, talvolta surreali che contraddistinguevano gli album di Coltrane, geniali ma non di facile metabolizzazione. Quella di Gordon era sempre stata un’evoluzione controllata ed un adattamento ai tempi, senza tralasciare mai la componente ludica della musica a vantaggio di implicazioni sociali, intellettuali e sperimentalismi di sorta.

Non dimentichiamo che il sassofonista era stato influenzato da Lester Young e da Duke Ellington e che il suo retaggio culturale affondava le radici nell’epopea delle big band, per cui non sottovalutò mai il potere dell’accessibilità del jazz, la ballabilità e l’immediatezza del fraseggio. L’amore per una produzione musicale facilmente «vendibile», oggi diremmo commerciale, potrebbe essere plausibile, ma Dexter era un trascinatore nato, capace di far muovere le folle e di scaldare il pubblico anche dei Paesi Scandinavi, dove ebbe un enorme successo. Ad abundantiam, va sottolineato ancora che Gordon dimostrò di avere perfino notevoli capacità attorali nel film «Round Midnight» del regista francese Bertrand Tavernier, ispirato alla vita di Bud Powell. Il pianista Sonny Clark, il bassista Butch Warren e il batterista Billy Higgins, tutti abili musicisti, completano ed esaltano l’elegante outfit di Gordon, quasi trascinati da una forza divina. Proprio dall’ingresso di Gordon e Higgins sulla linea di basso discendente di Butch Warren in «Cheese Cake», l’album conferma di essere all’altezza della sua fama: Dexter guadagna subito il proscenio con disinvoltura e sicurezza e non lascia trapelare dubbi sul fatto che quello sarebbe stato un set in smoking. Il suo tono è ampio e maestoso dappertutto; Sonny Clarke segue con un breve assolo post-Powell, conciso e alquanto trattenuto, prima che Gordon ritorni per alcuni incisi, mantenendo intatta l’energia del pezzo.

La ballata che segue, «I Guess I’ll Hang My Tears Out To Dry», sembra una reminiscenza di un vecchio Coltrane. Forse in qualche modo, inspiegabilmente, evoca in maniera vivida e cinematografica l’immagine/sensazione di un giro notturno in taxi a New York, sfrecciando in città sotto la pioggia battente in una di quelle notti autunnali, quando il primo freddo attraversa l’aria umida e la città scorre serenamente avvolta da una nebbiolina acquosa di luci e ombre fluttuanti. A parte la metafora, con il passaggio all’altro solco si cambia ritmo: Higgins mantiene un impulso leggermente rallentato, creando uno swing contagioso per tutta la durata della melodia. Lo stesso Higgins è ancora in evidenza nell’intro latino di «Love For Sale». Dexter suona con un piglio maestoso e sarcastico al contempo, iniettando nel costrutto sonoro un fraseggio che evoca un senso di magnificenza e che trascende la melodia stessa. La sua entrata, dopo l’assolo di Clarke, lascia presto spazio a brillanti arpeggi ascendenti che coprono quasi tutta la gamma dello strumento, pregni di suoni gravosi a basso registro (che ricordano ancora il modo di suonare del Trane di quel periodo) fino ad un lamento acuto, quasi vocale. «Three O’Clock In The Morning» è un mid-range su cui Gordon brilla, affermando la sua mercuriale e certosina padronanza dello strumento e dell’idioma jazzistico. La melodia, tipico veicolo hard bop, viene trasformata nelle mani di Gordon in un elemento di classe sopraffina. Basta ascoltare l’assolo perfettamente scolastico di Clarke in contrasto con il modo di suonare di Gordon: la creatività del sassofonista è evidente. In «Second Balcony Jump» ancora una volta Gordon s’intromette nella progressione del pianista magnificandone l’assolo con un tocco leggiadro e scanzonato. Nonostante Sonny Clarke sia stato un abile pianista non regge la sorgività dell’ispirazione del leader, che in questo contesto è tale da offuscare il modo di suonare di tutto il line-up, il quale nello specifico garantisce una superba esecuzione di supporto. Completamente solidali, come una sezione ritmica sa e deve fare, i gregari assicurano un groove infallibile lungo tutto lo svolgimento del set, servendo assoli alquanto controllati, tanto da far risaltare il lavoro di Gordon: il main-man era lui. «Go» è strutturalmente e geneticamente un album di Dexter Gordon, un uomo tranquillo all’apice della sua carriera, non oberato dal peso di dover dimostrare nulla, tanto che l’atmosfera gioiosa e divertita zampilla copiosa da ogni solco dell’album.

(Tratto da saggio: «Blue Note Quota 100+»)

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