// di Guido Michelone //

Si definisce subito ‘un filosofo prestato alla musica’ il fiorentino Neri Pollastri, classe 1959, laureato in filosofia nel 1990 con una tesi sulla filosofia della natura di Hegel, dal 1998 attento soprattutto a filosofare con le persone, campo nel quale dal 2000 svolge la libera professione, sia privatamente, sia in collaborazione con amministrazioni pubbliche: nel 2003-2004 ottiene uno “sportello” di consulenza presso il quartiere 4 della sua città, l’amata Firenze, e dal 2010 al 2015 ho lavorato presso un Centro di Salute Mentale della ASL. Su questa attività pubblica tre libri importanti Il pensiero e la vita (2004), Consulente filosofico cercasi (2007), Il filosofo in azienda (2010), L’uomo è ciò che pensa (2008), gli ultimi due rispettivamente con Cervari e Miccione), oltre una cinquantina di articoli; ma a quest’ultimi occorre aggiungere anche quelli sul jazz, dove si rivela un critico ‘sui generis’ di grande spessore intellettuale, come emerge da questo franco colloquio che nasce apposta per i lettori di ‘Doppio Jazz’ e sui cui non occorre aggiungere altro, se non incamerare (e magari discutere) le brillanti idee di Neri Pollastri.

Così, a bruciapelo chi è Neri Pollastri?

Un filosofo prestato alla musica, perché fin da bambino piccolissimo prima canticchiava il Bolero di Ravel e la Pastorale di Beethoven, poi acquistava i 45 giri coi soldi della merenda; in seguito, a quattordici anni, il giradischi s’è rotto, e ha saltato a pie’ pari la “fase rock”, passando dai Camaleonti (passione della fanciullezza) a Richard Wagner e Johan Sebastian Bach. Il jazz è arrivato dopo, ma ha trovato un terreno ben preparato.

Mi racconti ora il primo ricordo che hai del jazz da bambino o ragazzo?

Propriamente non c’è. Il primo contatto è avvenuto verso i diciassette anni, ma l’ho ricostruito molto più tardi: tra i dischi di uno dei miei amici più cari c’era uno dei Chapter di Gato Barbieri, non so dire quale, e mi piaceva molto. Ma che era jazz l’ho capito solo vent’anni dopo. Ricordo anche che quando morì Mingus fui affascinato dalla sua figura, tanto che acquistai il disco di Joni Mitchell a lui dedicato e un suo disco tardo. Ma francamente non riuscii ad apprezzarlo davvero.

Che studi hai fatto e quali sono stati i tuoi ambiti professionali?

Sono laureato in filosofia, per passione, e solo molto tempo dopo sono anche riuscito a farne un’attività professionale, visto che non avevo interesse per l’insegnamento (sono abilitato, ma non ho mai fatto neppure una supplenza): da quasi venticinque anni faccio il Consulente Filosofico, cioè ricevo persone che vogliono affrontare i loro problemi esistenziali lavorando sul loro pensiero, sul modo in cui pensano il mondo, invece che facendosi curare la psiche. È un campo molto bello, che mi ha dato enormi soddisfazioni – ho scritto anche quattro libri e diverse decine di articoli – ma economicamente è molto complicato, ci vorranno decenni prima che la professione si affermi. A margine di quest’attività mi sono occupato in vari modi di editoria: ho curato una collana di libri per un editore importante, sono stato direttore di una rivista di settore, ho collaborato con riviste.

Oltre la filosofia di cosa ti interessi?

Mi occupo di jazz e di musiche “di frontiera”, dal folk (ho scritto la biografia di Riccardo Tesi, Una vita a bottoni, per Squilibri) alla contemporanea, anche se è difficile definirla un’attività “professionale”, visto che di retribuzioni non si parla proprio. Non sono invece interessato né al rock, né alla popular music (anche se qui si entrerebbe nel campo delle “etichette”, magari qualcuno mette il folk o il jazz nella popular music…). Scrivo principalmente per ‘All About Jazz Italia’ (qualcosa è finito anche sul sito statunitense), ma ho collaborato anche con ‘Musica Jazz’ e ‘Il Giornale della Musica’.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a occuparti di jazz? E in che modo?

Da un lato mi verrebbe da rispondere “il caso”, dall’altro invece credo si sia trattato di una naturale evoluzione del mio personale percorso musicale. Dopo essere stato per oltre un decennio un assiduo ascoltatore di musica classica e aver conosciuto gran parte dei compositori e delle correnti principali (forse con una carenza per la contemporanea), sentivo una certa mancanza di stimoli; un paio di amici, che conoscevano il jazz abbastanza bene, mi dettero qualche “dritta” – ricordo il Miles elettrico di In A Silent Way e Pat Metheny di As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls – che in effetti mi fecero nascere un interesse che un paio di acquisti fatti un po’ a caso in passato non erano riusciti a destare. Ma la svolta avvenne quando uno di questi amici mi portò a un concerto: era l’autunno del 1991 e il concerto quello degli Oregon, nel periodo in cui il percussionista era Trilok Gurtu. Fu una rivelazione, un’esperienza che non dimenticherò mai: un concerto per me sorprendente, complesso ma entusiasmante. E lì avvenne anche una cosa che mi ha cambiato la vita: scoprii uno strumento che non avevo mai visto, che mi colpì straordinariamente, un “clarinetto di metallo” che – mi disse il mio amico su mia ingenua domanda – si chiamava “sax soprano”. Solo tre anni dopo ne avrei acquistato uno.

E in particolare come ti definiresti o collocheresti nella critica jazz?

La domanda non mi è chiarissima, ma interpretandola un po’ direi che non amo il mainstream e il jazz “storico”, del quale perciò mi occupo poco, così come del panorama statunitense in generale. Mi interessa invece molto ciò che accade in Europa e particolarmente in Italia, specie nel campo della sperimentazione, dell’improvvisazione più libera e delle contaminazioni con la musica popolare. Sono anche sempre più attento e colpito da quel che accade in quel territorio di frontiera tra il jazz e la musica contemporanea. Il cosiddetto swing, invece, mi lascia abbastanza indifferente – anche se, sia chiaro, queste affermazioni generali lasciano spazio a un largo numero di eccezioni!

Ma cos’è per te il jazz?

Il jazz è una musica di ricerca, che usa qualunque espressione sonora per produrre qualcosa di inaudito e irripetibile. È la ricerca di diventare altro da sé, condotta con materiale sonoro, cosa che vale per la musica e per chi la suona. È per questo che, come diceva George Russell, si avvia (quasi) sempre dalla musica tradizionale, che è la prima materia musicale disponibile, per poi andare oltre.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al jazz quando lo ascolti? E quando ne scrivi?

Anzitutto, quando ascolto, ascolto e non penso: seguo il crepitare dei suoni, il loro intersecarsi e lo svilupparsi della tessitura sonora. È per questo che mi affascina più la musica nella quale non predominano le melodie ma i timbri. Quando scrivo, invece, uso in genere concetti che siano utili a descrivere quel che succede nel processo musicale, a rendere in qualche modo quel che ho ascoltato. Quando posso, comunque, preferisco lasciar stare i sentimenti: la risposta emotiva alla musica è troppo soggettiva perché abbia senso scriverne. E, se possibile, preferisco limitare al massimo anche le indicazioni storico-filologiche: non mi pare troppo importante dire a chi si rifà o a chi assomiglia il musicista in esame, quanto provare a dare un idea di quel che fa e di come lo fa.

Come vedi il mondo del giornalismo che si occupa di jazz? E quello accademico-universitario-conservatoriale?

Il secondo non lo frequento quasi per niente: ho avuto solo l’esperienza di un convegno sull’improvvisazione, all’Università di Torino, qualche anno fa, al quale parteciparono filosofi e musicologi, e fu un’esperienza splendida, assai migliore di quelle in ambito giornalistico. Il primo, con tutto il rispetto dovuto a chi ha per tanti aspetti più competenze di me, lo vedo confuso ed esageratamente legato alle preferenze personali individuali. Mancano criteri di giudizio seriamente e ponderatamente condivisi, un po’ perché non sono stati cercati e messi a punto, un po’ perché quelli che ci sono vengono spesso ignorati. La qualità si concentra sull’analisi storico-filologica, cosa che ha certo un suo indubitabile valore, ma che per una musica che ha per fine diventare sempre diversa da com’era fino a un momento prima, è largamente insufficiente. Da qui anche molte dispute senza fine e alcune irrisioni reciproche da parte degli addetti ai lavori, che talvolta mi appaiono trasformarsi in semplici fan. Ma da qui anche la crisi del recepimento di questa musica e la vaghezza dei programmi dei festival e dei direttori artistici che li organizzano.

Tra i dischi che hai ascoltato ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato? E quali dischi (2-3) porteresti sull’isola deserta?

Se su un’isola deserta mi portassi due o tre dischi, dopo due o tre giorni darei fuori di testa: meglio nessuno affatto! Un disco cui sono particolarmente è Hasta Siempre del trio di Claudio Cojaniz, con Giovanni Maier e U.T Gandhi: è bellissimo, sconosciuto, mi ha insegnato ad ascoltare l’improvvisazione più libera e mi ha fatto conoscere prima Claudio, poi Giovanni e Umberto, oggi carissimi amici. Ricordo ancora cosa mi disse Luca Conti quando lo presi in mano in quello che allora era il suo negozio di dischi: “Prendilo, musica così oggi non la fa più nessuno”. Aveva ragione e lo ringrazio ancora.

Quali sono stati i tuoi maestri (o riferimenti) nella critica musicale?

Non mi piace mai parlare di “maestri”, trovo il concetto di maestro particolarmente pericoloso. Ho avuto persone che mi hanno introdotto al jazz e che, ascoltandole parlare in radio o di persona, mi hanno anche indirettamente insegnato come esprimermi. Del resto, quando ho iniziato a scrivere di musica io avevo già pubblicato dei libri: sapevo già scrivere, dovevo adeguare lo stile. Tra queste persone potrei citare Enrico Romero, organizzatore di spettacoli e conduttore di una storica trasmissione radiofonica, Luca Conti, oggi direttore di ‘Musica Jazz’ ma per anni mio “spacciatore” di musica e consigliere di acquisti, Giuseppe Vigna, a cui devo la conoscenza di tanti artisti e molti insegnamenti attraverso sanguigne e sarcastiche diatribe, Pino Saulo, che ho prima apprezzato in radio e poi di persona, e Libero Farné, che non vedo da un po’ ma che ogni volta che l’ho incontrato mi ha trasmesso qualcosa.

I libri sul jazz che ti hanno aperto un mondo?

Confesso che, avendo pile di libri di filosofia da leggere, quelli di musica finiscono fatalmente per restare in fondo… Certo, ho molto apprezzato i lavori di Stefano Zenni e di Vincenzo Caporaletti, che ho letto solo in parte, ma che sono sempre ricchissimi di suggestioni; poi ho trovato fondamentali i libri di Giancarlo Schiaffini, che uniscono l’esperienza a un’analisi critica di acutissima intelligenza; ma quelli per me più importanti sono stati i libri di Davide Sparti e di Alessandro Bertinetto, questi ultimi sull’improvvisazione: in essi filosofia e musica si coniugano, per me è il massimo.

E i tuoi riferimenti nella politica, nella cultura, nella vita?

Rispondere ci porterebbe troppo lontano. Posso solo dire che i miei riferimenti non sono né maestri – come ho detto, trovo il concetto perfino pericoloso – né modelli. Ci sono tante persone, più o meno note, che mi hanno insegnato cose e comportamenti, ma nei confronti dei quali ho sempre conservato lo spirito critico, prendendone le distanza senza reverenze ogni volta che mi sembrava giusto. Ciò tuttavia non me li rende meno cari e importanti, anzi. Una sola osservazione, e cioè che in politica i riferimenti sono assai più rari che negli altri settori: un paio di persone non molto note con le quali ho lavorato a un progetto politico quasi trent’anni fa, e il grande Luigi Pintor, che non ho mai conosciuto personalmente ma che è come se l’avessi fatto. Per il resto, quel campo è un deserto.

Aneddoti o esclusive sulla tua storia di critico?

In generale, il fatto di aver ricevuto alcuni dei maggiori elogi da musicisti dei quali avevo sottolineato con chiarezza i limiti: mi hanno ringraziato per l’attenzione con cui avevo ascoltato. Non è andata così quando criticai (per una volta potrei dire “stroncai”) un pessimo disco di uno dei massimi big italiani: mi scrisse il manager dicendomi che non potevo parlare così di un musicista che aveva dato tanto al jazz italiano; gli risposi che non avevo criticato il musicista, ma il disco, e lui controbatté che si trattava di un album fatto per il Giappone dieci anni prima; alla mia replica che non si capiva allora perché ripubblicarlo da noi dopo tanto tempo, non rispose più. Invece uno dei musicisti che avevano preso parte all’impresa, che conosco bene, mi scrisse per complimentarsi: avevo fatto bene a stroncarlo, perché il disco era una marchetta! Per inciso: raramente “stronco”, perché ho molto rispetto del lavoro dei musicisti e preferisco partire dal principio che sia io a non capire qualcosa; per questo, quando esercito il mio diritto/dovere di dare anche giudizi negativi, cerco di non esagerare e di motivare, e per farlo al meglio ascolto il disco assai più di quelli che invece mi sono sembrati buoni.

Ci sono jazzisti che ti hanno lasciato qualcosa magari dopo averli ascoltati o incontrati?

Beh, tanti… Simbolicamente, aver stretto la mano a Ornette resta un momento di commozione che porterò con me per sempre, visto che lui era e resta uno dei miei “miti”. Musicalmente, invece, quattro concerti di altrettanti sassofonisti soprano mi hanno letteralmente cambiato la vita: quello di Paul McCandless con gli Oregon che citavo prima, nel 1991; quello di Jan Garbarek, nel 1992 (curiosamente, entrambi a S. Giovanni Valdarno); quello di Jimmy Giuffre, in trio con Paul Bley e Steve Swallow, nel 1993; infine il primo dei tanti di Stefano Cantini, più o meno nello stesso periodo. Ciascuno mi ha spinto un passo più avanti nell’amore per quello strumento, tant’è che pochi mesi dopo il concerto di Giuffre ho iniziato a studiarlo. Stefano, poi, mi colpì a tal punto da spingermi a cercarlo per fargli un’intervista: è stato il mio primo articolo di jazz pubblicato. Dal punto di vista personale, invece, alcuni rapporti umani nati dopo un concerto sono poi diventate amicizie vere. Potrei citare tanti musicisti, se non lo faccio è perché ne dimenticherei qualcuno e mi dispiacerebbe. Dico solo che, a mio giudizio, ciò è stato possibile perché nel mondo del jazz c’è un tasso più alto della media di persone appassionate e dall’elevato spessore etico. Sarà forse perché gira poco denaro e chi ci rimane fa scelte diverse da quelle economiche che prevalgono ovunque, o forse perché le origini di questa musica, nata tra i reietti, qualcosa hanno lasciato ancor oggi.

Qual è per te il momento più bello nella tua vicenda personale di rapporti con il jazz?

Quando ho suonato io! Visto che è successo piuttosto tardi, la prima volta solo quattro anni fa, è stato il coronamento di una passione che durava da decenni. In particolare sono stati emozionanti i miei primi concerti, con l’Orchestra dei Palloncini di Renato Cordovani, poi quando ho suonato con Giancarlo Schiaffini diretto da Claudio Riggio, e anche quando, durante i seminari Fonterossa, ho ricevuto i complimenti nientemeno che da Avreeayl Ra, negli anni ottanta batterista dell’orchestra di Sun Ra: non so bene cosa abbia fatto, sono un dilettante totale, ma che lui mi abbia detto “hai suonato proprio quel che mancava, bravo!” lo porto con orgoglio come una personale medaglietta!

Come vedi la situazione della musica (e del jazz in primis) in Italia?

Soggettivamente la vedo male, ma al tempo stesso faccio autocritica e mi interrogo sulla possibilità che, invece, le cose stiano meglio di quanto mi appare. Mi spiego. Non c’è dubbio che, ormai da anni, il jazz da noi (e forse non solo) si stia “poppizzando”, ripetendosi sempre uguale a sé stesso e patinandosi sempre più. I festival non propongono mai niente di sorprendente, in cartellone ci sono immancabilmente i soliti big, italiani o stranieri, e anche i giovani che passano sono perlopiù gli adepti, se non i cloni, delle figure di successo. Che questo fenomeno sia in crescita costante non mette di buon umore. Al tempo stesso, tuttavia, non si può neppure ignorare il fatto che c’è una buona quantità di giovani generazioni di musicisti che battono strade diverse, talvolta anche molto ardite e lontanissime da quelle dei big e dei prescelti dai direttori artistici di professione. Detto diversamente, io ogni anno trovo almeno una decina di dischi italiani meravigliosi, coraggiosi, sperimentali e inauditi; non passano quasi mai dai festival, per ascoltarli dal vivo bisogna mettersi d’impegno e andare in luoghi remoti assieme ad altri venticinque spettatori: però ci sono! Inoltre, c’è tutto un altro filone, indubitabilmente attraversato da elementi jazz anche se commisto al funky, al dub, alla dance, al rap, all’elettronica più estrema, che a me non piace, ma che non posso giudicare solo dal punto di vista soggettivo, perché non sono io il metro di misura del valore della musica, specie considerando che questo filone da un lato non manca né di progettualità, né di ricchezza, né di attenzione realizzativa, e dall’altro richiama un impressionante numero di giovani ascoltatori, che invece latitano affatto ai concerti della musica che mi piace, notoriamente popolati di “teste canute”. E allora, per concludere in via transitoria, direi che ci sono molte cose che non vanno nel panorama italiano, ma ci sono anche un’infinità di fermenti, che certo necessiterebbero (e meriterebbero) di avere maggiori supporti, ma che, forse, devono la loro originalità proprio al fatto di non averne: il jazz è una musica nomade, dargli una casa stabile rischia di snaturarlo.

E più in generale della cultura in Italia?

Io mi muovo non solo nel campo della musica: sono un filosofo, pubblico libri, ho lavorato in diverse università e nell’editoria, poi sono anche un attore, un regista e organizzatore teatrale amatoriale, autore di articoli di ambito politico e assiduo frequentatore delle sale cinematografiche. La cultura la frequento quasi a trecentosessanta gradi. E, purtroppo, nella sua complessità la vedo messa peggio dell’isolato campo del jazz. La cultura, oggi, in Italia non interessa proprio. In primo luogo non interessa a chi dovrebbe fruirne, ai cittadini: è inutile che ce la raccontiamo, nel nostro paese il 60% dei cittadini non legge nemmeno un libro l’anno e la metà dei rimanenti non arriva a tre; alle ore passate davanti alla TV si sono aggiunte quelle davanti al computer e al telefonino; ci si lamenta del costo degli spettacoli, ma non del costo della birra, degli aperitivi, delle cene al ristorante. Di conseguenza, è inevitabile e giusto che la cultura non interessi neppure a chi dovrebbe sostenerla, cioè ai politici: se i loro elettori la ignorano, anch’essi che ne sono i rappresentanti hanno il dovere, ancor prima del diritto, di lasciarla sullo sfondo, pena la distorsione delle dinamiche democratiche.

Dalle esperienze nei vari settori, inoltre, ho potuto rendermi conto che gli spettacoli di ogni genere non sono seguiti per loro stessi, bensì per il “personaggio” che ne è protagonista, spesso celebre soprattutto per ragioni mediatiche: non si va cioè a vedere il film o la commedia, né ad ascoltare la musica, ma invece ci si reca all’“evento” costituito dalla presenza della celebrità, per poter(si) dire di esserci stati, per essere coprotagonisti. Questa non è più cultura, è una forma sudditanza narcisistica. Come se ne esca non lo so. Cerco di capirlo, ma non ho risposte chiare.

Progetti per il futuro?

Tanti, anche se il futuro mi diventa ogni giorni più stretto. Intanto proseguire sia la ricerca sull’improvvisazione, sia la sua promozione – ho già organizzato dei seminari per musicisti non professionisti, durante i quali mi sono ovviamente poi messo dalla parte dei discenti. Poi promuovere, come possibile, tutti coloro facciano musica inaudita. Infine, se ci riuscirò, suonare il mio sax soprano (in verità avrei anche un duduk, ma son riuscito a usarlo una sola volta), meglio se assieme a mia moglie, che è andata in pensione e s’è messa a studiare il violoncello. E poi vedremo: vivere è improvvisare, e sebbene “l’improvvisazione non si improvvisa”, come dice Schiaffini, è anche vero che nell’improvvisazione non sai quale sia la meta e persino gli errori possono aprirti strade nuove. Per cui, andiamo avanti e vediamo cosa c’è: “se ‘un si va, ‘un si vede”, diceva un personaggio di un film di Daniele Luchetti, tanti anni fa.

Neri Pollastri

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