// di Irma Sanders //

Un’altra interessante monografia uscita dalla penna fluente di Francesco Cataldo Verrina, uno dei più attenti e prolifici esperti italiani di musica e cultura afro-americana e di jazz del dopo guerra. Questa volta è toccato a Jack McLean, geniale contraltista, sovente dimenticato dai libri di storia e sottovalutato da una certa critica. Il titolo «Jack McLean: Ho preso a calci Charlie Parker» è un doppia metafora e nasce da un fatto realmente accaduto, che si ammanta di leggenda metropolitana, secondo cui Bird avrebbe chiesto al giovane Jackie, suo fedele accompagnatore nelle scorribande notturne newyorkesi, di prenderlo a calci, qualora avesse lesinato un’esibizione in qualche squallida bettola di infimo ordine pur di raggranellare qualche dollaro. All’epoca Parker era un consumatore seriale di stupefacenti e spesso i suoi guadagni finivano tutti in mano ai pusher e ai creditori. La seconda metafora (o verità storica) è che Jack McLean, il quale fu il musicista più vicino, fisicamente a contatto con Parker, riuscendo ad imitarne perfettamente lo stile, soprattutto dal suo mentore aveva appreso molti trucchi e tante tecniche che gli consentivano di suonare in sveltezza ed in qualsiasi situazione, a conti fatti, però, sviluppò uno stile tutto suo ed più innovativo rispetto al parkerismo di base, inglobando le evoluzioni coltraniane e portando l’hard bop ad uno stadio più avanzato e sperimentale. Ho incontrato Francesco Cataldo Verrina con cui ho scambiato due chiacchiere per alcuni chiarimenti in merito al suo libro.

D. Come mai Jack Mclean, un personaggio difficile e non amato da tutti, in Italia specialmente, dove a parte un sparuta cerchia di cultori non gode di quella popolarità ecumenica che hanno figure quali Sonny Rollins, John Coltrane, Miles Davis, Charles Mingus, Thelonious Monk, solo per citare altre tue monografie?

R. Non posso che darti ragione, ma ci conosciamo da più di trent’anni e sai che scrivo secondo l’antico assioma latino di Quintiliano: scribitur ad narrandum non ad probandum. Intanto c’è il piacere della narrazione e della scrittura come atto creativo e poi il piacere della divulgazione, cercando di cogliere degli aspetti che altri studiosi hanno volutamente evitato o non colto pienamente. L’ho fatto anche con «Art Pepper: Sul filo dell’alta tensione», che è l’unico libro scritto in Europa e da un italiano su questo personaggio. Un lavoro che tutto sommato ha avuto un discreto riscontro. In quanto a Jackie McLean è stato uno dei primi jazzisti che ho apprezzato quando mi sono avvicinato al bebop. I suoi lavori giovanili erano facilmente fruibili ed immediati: mi piaceva quel suo timbro non consueto, tagliente ed abrasivo che mi portava a pensare al funk, una delle mie grandi passioni; mi attirava non poco l’idea di questo ragazzino di colore, quasi bianco, dignitosamente povero, cresciuto in condizioni difficili in un quartiere trincea, pieno di contrasti sociali ma ricco di fermenti creativi, dove gli scontri autodistruttivi si alternavano agli incontri risolutori, di quelli che ti possono cambiare facilmente la vita in meglio.

D. Ovviamente nell storia di Jackie Mclean ci sono molti aspetti che possono indurre uno scrittore a subirne il fascino.

R. Sicuramente, durante quegli anni ad Harlem non era difficile avere come compagno di merende e di studi un tale di nome Sonny Rollins; non era improbabile ritrovarsi a casa di Bud Powell, il quale, seduto al piano, ti spiegava l’armonia del jazz o avere il privilegio di andare in giro di notte con Charlie Parker, passando da un club all’altro, prestargli lo strumento perché il suo se l’era impegnato e prenderlo addirittura a calci su sua espressa richiesta. Da qui l’idea di scrivere un libro su colui che considero il più originale contraltista della storia del jazz moderno. Così negli anni ho iniziato a buttare giù qualche appunto, raccogliere dati, notizie ed interviste, fissare un’idea di narrazione possibile cercando, qua e là, qualche curiosità sul personaggio McLean. Non intendevo, però, scadere nel semplice biografismo: ero interessato all’uomo, ma soprattutto ai suoi dischi. A tal proposito, le liner notes dei suoi album sono diventate una preziosa miniera di informazioni.

D. Ho letto il libro con avidità e ne ho ricavato personalmente che McLean oltre a essere stato un ottimo jazzista, sia stato un personaggio quasi cinematografico con una vita piuttosto movimentata, se non altro non banale.

R. Sono pienamente d’accordo, ho sempre adorato lo scenario, quasi fumettistico o cinematografico, di un’America anni Cinquanta in bianco e nero, quando iniziava a muovere i primi passi quel giovane altoista preso subito in carico da Miles Davis, del quale tutto si può dire, tranne che non avesse l’occhio lungo e le orecchie spalancate, quando si trattava di scegliere collaboratori a vario titolo. Senza indulgere nei facili sentimentalismi, ho sempre avuto l’impressione che Jackie McLean possedesse l’innata capacità di travalicare immediatamente il ruolo di collaboratore e diventare amico: era bravo e rispettoso, apprendeva subito e non usciva mai dalle righe. La madre una ragazza della Carolina del Nord, che aveva studiato al college ed aspirava a fare l’insegnante, si era premurata di allevarlo secondo sani principi civili, morali e religiosi, facendogli frequentare i boy-scout e la chiesa di quartiere. Amato dai colleghi, ma talvolta dimenticato dai critici, Jackie McLean, non sempre agevolato dai discografici, ha avuto molti riconoscimenti istituzionali, ma poche medaglie dalla storiografia in genere.

D. Siamo molto amici e sai che spesso ti ho mosso delle critiche per le tue posizioni eccessivamente afro-centriche, ricordo con nostalgia le tue discussioni accese con mio marito nelle lunghe notti di Umbria Jazz su tanti argomenti, ma in quanto ai tuoi libri, nulla da obiettare: sono davvero un modo diretto per giungere al nucleo centrale del personaggio di cui parli. Ti comporti come come un amico che ti invita a casa e facendoti ascoltare i dischi di chicchessia te ne svela significato, segreti e retroscena.

R. Tu mi conosci troppo bene, hai ricordato anche il tuo povero marito Albert, il quale non c’è più e che per me è stato un maestro per quanto riguarda il jazz, con la sua esperienza di fotografo e musicista, i suoi suggerimenti e la sconfinata discografia che mi metteva a disposizione. Ricordo anche che io e te, per paradosso, ci siamo conosciuti ad un recital di musica lirica di Josè Carreras nella Basilica superiore di San Francesco di Assisi e non ad un concerto jazz. Ad ogni modo, sai bene che per anni non avevo individuato un modello di scrittura, consono alla mia visione del jazz, quindi parecchio materiale presente nel libro (come per altri) è rimasto a lungo in un cassetto. Fortunatamente, col tempo, sono riuscito a mettere a punto una mia particolare tecnica di racconto del jazz basata essenzialmente sulla discografia dell’artista in oggetto. Chi segue le mie pubblicazioni, sa benissimo che la formula da me adottata, da qualche anno a questa parte, è quella di raccontare le vicende dei jazzisti attraverso i loro dischi, dove i singoli album diventano a volte i veri capitoli su cui poggia l’intero plot narrativo, mentre le notizie biografiche, le interviste e l’aneddotica sul personaggio fa da puro collante all’architettura complessiva dell’opera. «Jackie McLean: Ho preso a calci Charlie Parker», non sfugge a questa regola.

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