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Tina possedeva un tono deciso ed un timbro molto distintivo che richiamavano lo stile di Booker Erwin ed, a tratti, quello di Hank Mobley, ma era riuscito a definire una sua impronta molto personale.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Tina Brooks è stato un musicista dotato di una naturale vena compositiva, ma il suo talento è rimasto in parte inespresso, almeno rivalutato ex-post, e la sua apparizione sulla scena assai fugace. Il sassofonista possedeva una discreta dose di talento, almeno quanto basta per andare lontano, ma non abbastanza per raccogliere i dolci frutti della sua fatica, sebbene avesse registrato cinque sessioni per la Blue Note, di cui solo una fu pubblicata in vita: «True Blue». Le altre furono date alle stampe postume negli anni ’90; a queste si aggiungano altre tredici sedute in studio come gregario al fianco di alcuni dei più importanti jazzisti degli anni ’50 e ’60, tra cui il chitarrista Kenny Burrell («Blue Lights») e soprattutto con l’organista Jimmy Smith («House Party», «The Sermon!» e «Cool Blues»). Da non sottovalutare il suo impegno con Jackie McLean e Freddie Redd. Dopo un inizio difficile in cui cercò di farsi notare, seguendo le direttive e le intuizioni di maestri del calibro di Lester Young e Charlie Parker o di (allora) emergenti come Sonny Rollins, John Coltrane e Hank Mobley, pur guardando nello specchietto retrovisore, Tina maturò presto uno stile assai distintivo che gli consentì di essere incluso nella fucina di talenti della Blue Note, dopo aver impressionato Alfred Lion, il quale nel 1957 lo vide suonare in un locale newyorkese. Nel 1958, fissò su nastro una sessione – con Lee Morgan alla tromba e Art Blakey alla batteria – che avrebbe dovuto costituire la sua opera prima come band-leader, ma «Minor Move» restò in un cassetto fino al 1980, anno in cui venne venne dato alle stampe inizialmente solo in Giappone.

Nato nel 1932 come Harold Floyd Brooks, a Fayetteville nel North Carolina, il giovane sassofonista tenore si trasferì a New York nel ’44, nel bel mezzo della deflagrazione bebop. Tina, il cui soprannome deriva dall’alterazione, «teeny», smilzo, sottile, a causa della sua magrezza, morì per insufficienza renale, nel silenzio dei media nel 1974 a soli 42 anni, finendo quasi nel dimenticatoio. Per «True Blue», a sostegno di Brooks, vennero scelti come sodali Freddie Hubbard alla tromba, il pianista Duke Jordan, il bassista Sam Jones e il batterista Art Taylor. Con la sua copertina a riquadri colorati, l’album è assai riconoscibile (diverso graficamente da altri prodotti Blue Note) ma, sin dal primo ascolto, emergono tutti i tratti salienti del metodo adottato in casa Lion: basta ascoltare l’iniziale, «Good Old Soul» che ricalca talune atmosfere tipiche dei Messengers o di Horace Silver. Tina possedeva un tono deciso ed un timbro molto distintivo che richiamavano lo stile di Booker Erwin ed, a tratti, quello di Hank Mobely, ma era riuscito a definire una sua impronta molto personale, tanto da essere incluso tra quelli che venivano definiti, con un’espressione pugilistica. «pesi medi del sax tenore». Come già accennato, in questo line-up spicca la figura di un giovanissimo Freddie Hubbard, spavaldo ed in forma smagliante che, insieme a Brooks, costituì una delle migliori linee frontali della Blue Note di quel periodo. Una settimana prima Freddie Hubbard aveva registrato il suo «Open Sesame» con Tina al sax Tenore.

Il sassofonista del Nord Carolina possedeva il dono di saper comporre melodie orecchiabili e, nello specifico, svettano in particolare: «Theme For Doris» calata in una fumosa ambientazione metropolitana; «Up Tight’s Creek» con le carte in regola per essere considerato un classico del bebop o «Miss Hazel» con il suo intrigante latin tinge. La maggior parte del materiale si avvale del tipico modulo hard bop, sebbene Brooks preferisse le chiavi minori, per cui sono presenti anche sezioni di otto bar caratterizzate da un ritmo caraibico. L’unico componimento non originale è un pezzo alquanto sconosciuto, a firma Jack Segal e Marvin Fisher, «Nothing Ever Changes My Love for You», in cui Brooks e Hubbard sembrano quasi in simbiosi mutualistica, a tratti complementari, in altri frangenti sinergici ed allineati. Nella title-track, venata di esotismo, i due front-men sono ben organizzati, sostenuti dal convincente drumming di Art Taylor e dal fantasioso substrato armonico del pianista Duke Jordan e del walking deciso contrabbassista Sam Jones. Pur vantando un suono dolce e vigoroso al contempo ed una stupefacente varietà di idee Tina Brooks si smarrì in una remota landa dell’empireo del jazz, risucchiato nella spirale del vizio e degli stupefacenti. Per verità storica va detto che, nonostante il conclamato talento, la Blue Note non agevolò mai la sua espansione. Oggi, grazie alle varie ristampe, possiamo beneficiare ed analizzare a mente fredda il reale valore di questo sfortunato e trascurato sassofonista e delle sue poche produzioni discografiche, di cui «True Blue» rappresenta il climax di una fugace carriera. Registrato nell’agosto del 1960 al Van Gelder Studio, l’album fu pubblicato nel novembre dello stesso anno, ma solo in USA, offuscato da dischi come «Kind Of Blue» di Miles Davis o «The Shape Of Jazz To Come» di Ornette Coleman che stavano portando il jazz in altre direzioni.

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