Claudio Fasoli / Jay Clayton / Stefano Battaglia con «Mirror»: la voce come specchio sonoro, tra rifrazioni, ombre e risonanze (RAM Records, 1996)
Un ambiente acustico in cui voce, strumenti ed elettronica si fondono in un’unica trama, un territorio dove la sonorità non descrive, ma segnala. Un raro oggetto di desiderio e di riflesso incondizionato che appartiene al giorno come alla notte, al mistero, alle sue ombre, ai suoi chiarori improvvisi..
// di Francesco Cataldo Verrina //
Dietro lo specchio (Mirror) si apre una prospettiva rovesciata: Oscar Wilde, ad esempio, offre al lettore la possibilità di osservare la vita da un punto di vista inedito, non davanti alla superficie riflettente, ma nel suo retro, dove l’immagine non rassicura, bensì inquieta, quanto meno fa pensare. È una posizione scomoda, perché costringe a vedere ciò che normalmente si evita, ciò che la coscienza tende a nascondere. La musica produce lo stesso effetto: sposta l’ascoltatore dietro la superficie, nel retrobottega dell’essere, in quella zona in cui i sentimenti non sono ancora stati addomesticati e la materia emotiva conserva la sua forma originaria. Qui il suono diventa pensiero prima del pensiero, la voce corpo prima del corpo, l’armonia emozione prima dell’emozione. È un luogo di rivelazione, non di rappresentazione, uno spazio in cui ciò che emerge non è la figura, ma la sua trasformazione. In questa logica, la musica si comporta come un ritratto vivente. Se l’immagine di «Il ritratto di Dorian Gray» invecchia, si contorce, si oscura, il suono compie un movimento analogo: registra ogni vibrazione interiore, qualsiasi incrinatura e qualunque slancio. Non conserva un’immagine statica, ma un processo in continuo mutamento. La musica delinea un ritratto che respira, un’immagine che cambia mentre la guardi, un volto che non coincide mai con se stesso. E come il quadro di Dorian, non mente, ma mostra ciò che siamo quando nessuno ci osserva.
Al netto di ogni suggestione letteraria, siamo alle prese con un disco che fa emergere la voce come punta di diamante, un jazz fonoassorbente che preferisce «cantare» più che suonare, introiettare più che esternare, per quanto il distillato delle corde vocali diventi progressivamente uno strumento «sonoro» a tutti gli effetti, acrobatico e flessibile, annodandosi al pianoforte, al sax e all’apporto temperato dell’elettronica che ne espande i contrafforti e ne dilata le progressioni, dispensando una «taranta» ipnotica, quasi sciamanica. Nel 1996 Claudio Fasoli, Jay Clayton e Stefano Battaglia diedero vita a «Mirror», un lavoro che si colloca ai margini luminosi del jazz europeo, in quella zona crepuscolare in cui la forma si assottiglia e la musica assume la consistenza di un’indagine interiore. L’organico stesso – voce, pianoforte, sassofoni ed elettronica – suggerisce l’idea di un opificio più che di ensemble tradizionale, una sorta di camera di risonanza in cui ogni impresa sonoro diventa parte di un processo di scavo psicologico, un carotaggio dell’anima che procede per strati, riflessi e dissolvenze. La voce di Jay Clayton domina il paesaggio come una lama di fuoco obliqua: non interpreta nel senso consueto, ma muta in un corpo acustico elastico, abile nel piegarsi, frantumarsi e ricomporsi. Il suo intervento non si limita alla linea melodica, diventa materia, respiro e vibrazione, un elemento che si lega al pianoforte di Battaglia e ai sassofoni di Fasoli fino a generare un organismo unico, in cui i confini fra strumenti sfumano. Le elettroniche – discrete, mai ornamentali – ampliano le traiettorie, deformano i contorni dell’immagine sonora e dilatano le risonanze fino a creare una sospensione materica.
Il trio non appartiene alla tradizione canonica del jazz del dopoguerra: la sua impalcatura rompe gli equilibri consueti, rinuncia alla sezione ritmica, abbandona il battito regolare e preferisce un tempo interno, più vicino alla poesia sonora che alla prassi improvvisativa americana. Questa scelta, che nel 1996 appariva audace, anticipa molte delle ricerche che negli anni successivi avrebbero attraversato l’Europa, soprattutto nelle aree più sensibili alla contaminazione fra voce, elettronica e disintegrazione radicale della forma a canzone. Fasoli, ancora una volta, mette in luce la sua attitudine visionaria, versatile nell’intuire direzioni future, proprio in un momento in cui il jazz agognava nuovi territori da battere e da scandagliare. Battaglia tiene strette le redini di un pianoforte che non accompagna, ma indica come uno stradario armonico: accordi distribuiti come frammenti di luce, linee che emergono e scompaiono, silenzi che diventano parte integrante del discorso. Fasoli alterna il tenore e il soprano con una sensibilità che evita ogni retorica, preferendo un fraseggio che si sposta per micro-variazioni, come se ogni nota fosse il risultato di un ascolto profondo. Dal canto suo, Clayton apporta un elemento di imprevedibilità che rende ogni intreccio motivico un piccolo rito sonoro. Il disco procede come un viaggio notturno: «Random Mondays» apre con un clima sospeso, «Happy House» introduce una leggerezza inquieta, «Within» scava nelle zone più intime, «Follow Me» suggerisce un movimento interiore più che fisico. «Being Green» e «Mirror» ampliano la dimensione contemplativa, mentre «Ritual» e «Solo Eyes» evocano una spiritualità laica, fatta di respiri e risonanze. «Soul Eyes» e «In Canto» chiudono il percorso con una grana sottile che non attenua la tensione, ma la trasforma in una quiete vigile.
A conti fatti, «Mirror», mescolando vibrazioni, tecnologie, persone, emozioni umane, realtà immaginaria e utopia, non può essere schedulato come un semplice disco da ascoltare, ma diviene un luogo da abitare. Un ambiente acustico in cui voce, strumenti ed elettronica si fondono in un’unica trama, un territorio dove la sonorità non descrive, ma segnala. Un raro oggetto di desiderio e di riflesso incondizionato che appartiene al giorno come alla notte, al mistero, alle sue ombre ed ai suoi chiarori improvvisi.

