Reno Brandoni, esplorare la musica e le parole
Reno Brandoni
// Di Guido Michelone //
«L’urlo di Miles», pubblicato di recente dalla casa editrice Le Ruzzole (Effedot Edizioni), è il primo romanzo di Reno Brandoni, del chitarrista, compositore, letterato. Si tratta di un racconto intimo e profondo che intreccia un fatto storico reale della vita di Miles Davis con l’esperienza autobiografica dello stesso autore.«L’urlo di Miles» ripercorre i mesi più drammatici vissuti dal celebre trombettista dopo l’intervento chirurgico alla laringe (1955). Per via di un’ingenuità o un errore durante la convalescenza (sforzare la voce per urlare contro un produttore), il musicista subì un danno irreversibile alle corde vocali che lo costringe per settimane a un silenzio forzato per tutta la vita a un cambio di timbro, lasciandogli l’ormai proverbiale voce roca appena sussurrata. Questo e molto altro nell’intervista inedita all’Autore per Doppio Jazz.
D. In tre parole chi è Reno Brandoni?
R. Se devo usare solo tre parole dico: un uomo curioso. Se posso aggiungere qualcosa, mi sento una persona che ama esplorare la musica e le parole.
D. Il tuo primo ricordo della musica da bambino?
R. La chitarra di mio padre appoggiata sul divano. Lui non la sapeva suonare, ma stoppava le corde e percuoteva la cassa. Aveva una grande voce e un buon senso del ritmo, ma non aveva voglia di imparare realmente a suonare quello strumento, gli bastava usarlo in maniera percussiva per accompagnarsi. Io avevo nove anni e ne rimasi affascinato. Provai a prenderla in mano, prima di nascosto perché pensavo fosse “una cosa da grandi”, poi confessai il mio interesse e passai alle lezioni con un maestro. Ero molto timido, la chitarra stava insegnandomi un modo diverso di propormi agli altri. Più studiavo e più mi sembrava di poter affrontare il mondo esterno con maggiore serenità e convinzione. La musica arrivò dopo, l’uso della chitarra mi costringeva ad ascoltare le canzoni non più in forma passiva. Cercavo di comprendere almeno gli accordi e il ritmo.
D. Reno, e la tua prima memoria del jazz del jazz in assoluto?
R. Il mio maestro di chitarra era un tipo strano, anziano, appassionato di swing, si muoveva e fischiettava in modo buffo. Per insegnare usava il “metodo per chitarra jazz” di Abner Rossi, edito dalla Berben. Così, a dieci anni, imparai una musica diversa da quella che volevo realmente suonare. Non ne ero soddisfatto, mi sembrava vecchia e inutile. Preferivo altri generi. Imparai da solo gli accordi delle canzoni di Lucio Battisti e dei Beatles. Presto abbandonai quel tipo di studio alla ricerca di qualcosa di completamente diverso, approcciai la musica classica e poi il fingerpicking. Solo a diciotto anni mi riavvicinai al jazz grazie alle pubblicazioni della Fabbri Editori, “I grandi del jazz”. Proponevano ogni settimana un vinile dedicato a un musicista e così iniziai a conoscere nomi e caratteristiche di personaggi straordinari. Vivevo a Messina e grazie all’attività di un’associazione di appassionati che organizzava concerti, ebbi modo di ascoltare dal vivo Chet Baker, Dizzy Gillespie, Chick Corea e Franco Cerri. Non capivo molto di quella musica però mi incuriosiva, la ascoltavo con piacere, senza mai approfondirne il senso e le radici.
D. Come definiresti la tua attività? Romanziere, scrittore, performer, chitarrista, studioso, organizzatore o tutto insieme o altro ancora?
R. Ho affrontato ogni cosa con curiosità, cercando sempre di approfondire al massimo ciò che intraprendo. Ho iniziato con lo studio della chitarra e grazie al mio mentore dell’epoca, Stefan Grossman, diventai un performer e un compositore. Iniziai a girare l’Italia e l’Europa con lui e con John Renbourn. Anche allora il jazz era sempre presente nella mia vita, perché il cugino di Stefan era Steve Grossman, uno dei sassofonisti che hanno suonato con Miles Davis. Diventammo molto amici e grazie a lui imparai a conoscere la musica di Miles e un modo di approcciarsi al suono a cui non avevo mai prestato attenzione, catturato com’ero dalla parte virtuosa dello strumento. Anche John Renbourn mi spinse ad abbandonare lo sforzo tecnico per esplorare l’aspetto musicale. Furono anni meravigliosi. Poi i tempi cambiarono, ma anche la mia vita, i figli crescevano, il lavoro diminuiva e l’interesse del pubblico per la chitarra iniziava a scemare, così cercai un’altra strada.
D. E cosa ti accadde?
R. La scrittura, e soprattutto il racconto, mi aprirono nuovi orizzonti. Iniziai a pensare di realizzare albi illustrati per ragazzi attraverso cui ricostruire le vicende delle “leggende della musica”. Parlavo della vita di personaggi famosi e degli sforzi da loro compiuti per trasformare un’infanzia difficile in un successo straordinario. Iniziai con Robert Johnson, “Il re del blues”, poi passai a Jimi Hendrix con “La notte in cui inventarono il rock”, per ritornare di nuovo al jazz con Michel Petrucciani, Billie Holiday, John Coltrane, Paolo Fresu, Keith Jarrett e ora Miles Davis. Per ogni albo illustrato, oltre ai testi, scrivevo anche le musiche di accompagnamento dell’audiolibro, approfondendo così, oltre al suono, ogni caratteristica musicale del protagonista.
D. Possiamo parlare di te, Reno, come di uno dei protagonisti della ‘jazz literature’ italiana?
R. Mi diverto a portare ovunque il mio spettacolo, fatto di musica e racconti, tra i ragazzi delle scuole, nelle biblioteche, nei teatri, nei festival. Ogni occasione è buona per raccontare un frammento di storia della musica e suonare qualcosa con la mia chitarra. Non so se sono uno dei protagonisti o una semplice comparsa. So che mi diverto, e questo mi basta. Quando uno studente delle elementari, dopo aver partecipato a un mio laboratorio, mi dice che da grande vorrebbe fare il bluesman, sento di aver raggiunto il mio scopo.
D. Per te ha ancora un senso oggi la parola jazz?
R. Sì, perché il jazz non è solo uno stile musicale, è un modo di essere. Tanta tecnica, tanto studio, ma nessuna paura di sbagliare, perché ogni errore è l’occasione per cogliere un’opportunità. In effetti, solo ora capisco meglio il significato della parola “jazz”. Ci ho messo anni per intuire il senso delle note che scappano dall’armonia e approdano in un territorio inesplorato, naturale, spontaneo, senza confini predefiniti. Ecco, per me il jazz è quella cosa lì, la libertà di essere come vuoi essere, ma ogni volta in modo diverso.
D. E si può parlare di ‘jazz italiano’? Esiste per te qualcosa di definibile come ‘jazz italiano’?
R. Chissà. Forse, più che di jazz italiano parlerei di jazzisti italiani. Sento in alcuni una particolare attenzione alla linea melodica. Un romanticismo che involontariamente pervade esecuzioni che diventano inaspettatamente sentimentali. C’è ogni tanto quella nota o quella frase che ti fa intuire la provenienza geografica di chi sta suonando.
D. Cosa distingue per te l’approccio al jazz di americani e afroamericani da noi europei?
R. L’attenzione al ritmo. Americani e afroamericani hanno una predisposizione per quell’aspetto della musica. Per correttezza, nell’ordine, parlerei prima degli afroamericani e poi degli americani, perché le radici del jazz affondano soprattutto nelle tradizioni ritmiche africane che hanno contribuito alla nascita del blues, una cultura in cui il ballo era parte integrante e indispensabile della musica. Gli europei hanno mantenuto quella caratteristica ma l’hanno addolcita, cercando forse nell’espressione un modo diverso di comunicare. Oggi è molto difficile tracciare definizioni territoriali. La globalizzazione e la facilità di movimento stanno mescolando tutto, generando una nuova generazione di musicisti senza confini.
R. Tu da sempre nei tuoi libri scegli un approccio didascalico. Perché oggi in Italia, nel jazz, ci sei solo tu a fare questo tipo di comunicazione?
D. Non so se sono l’unico. Cerco sempre di analizzare ogni avvenimento per capirne il perché. Buona parte delle serate con i miei amici si trasformano in momenti narrativi in cui racconto aneddoti, vicende che hanno caratterizzato un disco, un evento musicale o un musicista. Vedo negli occhi di chi ascolta un profondo interesse, allora arricchisco di particolari, ricostruisco ciò che la documentazione non racconta, aggiungo eventi forse mai accaduti. Ho imparato che non è importante la verità assoluta, ma la storia, la motivazione, lo spirito che ha accompagnato quel particolare momento. Improvviso, e nessuno mi chiede se è davvero andata in quel modo. Provo a dare diverso colore alle storie: il concerto a Colonia di Keith Jarrett, caratterizzato da un pianoforte non perfettamente funzionante, diventa una lunga storia fatta di incomprensioni, incertezze e passioni. Mantenuto il fine, cambio il modo, aggiungendo e togliendo ciò che mi sembra più giusto. Nel racconto cerco di spiegare il criterio e il perché. Invento, forse questo mi rende diverso. A mia discolpa, devo confessare che prima di raccontare, studio, approfondisco e cerco di capire.
D. Reno, condivido al mille per cento ciò che dici!!!
R. Non puoi improvvisare se non conosci bene la materia, risulteresti poco credibile. Prima di parlare di qualcuno leggo la sua biografia, mi faccio un’idea, e poi vado a ruota libera, introducendo nella mia narrazione fantasiosa piccoli elementi di verità per rendere tutto più reale. La cosa strana che mi è capitata più volte è che ciò che ho inventato è coinciso poi con realtà mai svelate dal protagonista, verità che sono emerse inaspettatamente nel tempo. Non ho poteri medianici, penso che le vite si sviluppino in modo imprevedibile ma coerente, basta seguirle con attenzione per comprenderle e immaginarle nel loro intimo più profondo. Se questo è essere didascalici, sono didascalico.
D. Il jazz deve parlare, attraverso i suoni, di temi sociali, politici, ambientali, filosofici? Se sì, quali jazzmen l’han fatto meglio?
R. Molti musicisti jazz, come Charles Mingus, Nina Simone e Max Roach, abbracciarono un attivismo politico concreto. Dizzy Gillespie, addirittura, nel 1964 si candidò provocatoriamente alla presidenza degli Stati Uniti, promettendo di nominare Mingus ministro della pace e Miles Davis direttore della CIA. Per loro manifestare il dissenso era difficile: il colore della pelle li relegava ai margini di una società apertamente segregazionista che ne limitava i diritti. Fu proprio la musica a forzare quelle barriere, permettendo loro di esprimere, nonostante tutto, ciò che pensavano.
D. Il jazz ha un’ideologia? Deve essere ‘impegnato’? L’album jazz più impegnato o politico che tu abbia sentito?
R. Il disco più “politico” che abbia mai ascoltato è A Love Supreme di John Coltrane. So che suona strano, non è un disco politico, è un disco “religioso”. Ma cosa c’è di più politico di una religione? Coltrane porta la preghiera dentro il jazz da club, trasforma un disco in un atto liturgico. È una devozione così prepotente, così assoluta, che lo sento come un disco rivoluzionario, nel senso “politico” della parola. Eppure Coltrane non dichiara nulla, non fa un manifesto, scrive una preghiera. E allora mi chiedo: l’arte deve per forza rappresentare qualcosa? La bellezza delle emozioni deve necessariamente nascondere un messaggio? Intellettualizzare un atto creativo è un esercizio che fa chi lo riceve, non chi lo genera. La naturalezza con cui si costruisce un’emozione è sufficiente a trasferire un’opinione, senza dichiarare necessariamente una posizione?
D. Bella domanda, Reno! Rispondi tu! Come ti comporti?
R. Durante i miei spettacoli faccio spesso un esperimento: suono qualcosa di evocativo, poi chiedo alle persone di descrivermi cosa hanno percepito. Ognuno ha la sua sensibilità e interpreta ciò che ascolta secondo la propria emozione. Io, in quel momento, sono solo un tramite, creo e lascio che gli altri utilizzino ciò che ho realizzato. Funziona finché non dico il titolo del brano. Allora, drammaticamente, tutto si spegne, il titolo imprime una direzione, corrompe l’emozione. Fa sì che il protagonista diventi l’artista e non la sua arte. Quell’arte non è più di chi ascolta, ma torna a essere di chi la genera. Mi piacerebbe un mondo di artisti senza parole, che lasciano agli altri la libertà di valutare e interpretare. Chi cerca una guida spesso lo fa perché non sa dove andare, io non penso che un musicista debba diventare una guida, ma restare fonte d’ispirazione.
D. In che modo, Reno, la musica si rapporta alla politica? Vuoi farci esempio storico e, se possibile, anche presente?
R. La musica è sempre stata vicina ai movimenti politici, ha accompagnato l’evoluzione sociale dell’uomo. Ma non è stata creata dall’artista per quello scopo, è stata scelta da chi ne aveva bisogno. Billie Holiday fu perseguitata dal Federal Bureau of Narcotics, sotto Harry Anslinger. C’è chi sostiene che la persecuzione per droga fosse una ritorsione mirata perché cantava “Strange Fruit” (una canzone di pesante denuncia) alla fine di ogni concerto. John Coltrane scrisse “Alabama” per denunciare un atto di violenza razzista, un attentato alla 16th Street Baptist Church di Birmingham nel 1963, in cui morirono quattro bambine. Nessuno di loro era esposto politicamente nel senso tradizionale, ognuno dava fastidio alla politica perché riportava le ingiustizie subite. Loro, semplicemente, suonavano la loro musica.
D. Sono eventi epocali, in senso tragico ovviamente…
R. Di episodi così, oggi, non ne conosco uno che mi abbia colpito allo stesso modo. Forse la protesta si è spostata altrove, o forse semplicemente non l’ho ancora incontrata. Ho sentito spesso Paolo Fresu prendere posizioni in molte situazioni politiche attuali, ma ho inteso il suo intervento come un’opinione personale non un’azione musicale mirata alla contestazione. Ma non pretendo di conoscere tutto, se qualcosa del genere è accaduto, mi piacerebbe scoprirlo.
D. Parliamo ora de ‘L’urlo di Miles’: toglici subito una curiosità: è vera la storia dell’urlo?
R. Sì, l’episodio dell’urlo è vero, anche se nella realtà è avvenuto in circostanze diverse da quelle che racconto nel libro. Esistono diverse versioni dell’episodio. Alcune parlano di uno scontro con un discografico, altre con una persona del suo entourage. La documentazione conosciuta non ci consente di stabilire con certezza come siano andate le cose. Qui inizia il mio lavoro di narratore: ricostruire la verità del fatto senza soffermarmi sul modo in cui sia realmente accaduto.
D. Se è vera (la storia dell’urlo) è ricollegabile simbolicamente al gesto finale (strapparsi violentemente le flebo) che gli costò la vita in ospedale?
R. Sinceramente non so se le due cose siano collegabili. Sicuramente, come racconto nel libro, Miles non era il tipo che accettava facilmente le costrizioni e le decisioni altrui. Però parliamo di due eventi accaduti a quasi quarant’anni di distanza. Legarli insieme potrebbe avere un significato più simbolico che reale.
D. Possiamo parlare – narrativamente – di racconto lungo o romanzo breve? Quali le differenze significative?
R. Forse, in senso tecnico, sarebbe più corretto chiamarlo racconto lungo. Tutta la storia è legata a un unico evento, mentre il romanzo presupporrebbe una struttura con evoluzioni più complesse. Ma è una distinzione scolastica, che guarda alla forma, a me interessa di più il contenuto. Preferisco chiamarlo romanzo breve perché unisce momenti veri e documentati legati a Miles a parti più intime, riferibili a un’avventura personale.
D. Più che storico il tuo mi sembra qui un approccio psicologico che sottolinea assai bene i tormenti e i traumi di una malattia irrisolta; giusto?
R. Infatti, la biografia reale di Miles testimonia solo l’inizio e la fine della malattia. Quello che c’è nel mezzo mi appartiene. Ho avuto un tumore alla laringe e da un giorno all’altro mi sono ritrovato senza voce. Ho vissuto traumi personali e psicologici legati a quella mancanza. A causa della mia terribile esperienza ho provato a immaginare cosa mancava nella storia di Miles, quello che non è mai stato rivelato. Un silenzio difficile da descrivere se non lo si è vissuto.
D. Cosa ti ha colpito maggiormente di questa dolorosa vicenda, fra l’altro assai poco noto o discussa dai critici?
R. Il percorso, il desiderio di abbandonare tutto, di dichiararsi perdente e sconfitto, di darla vinta al destino. Mi ha colpito il silenzio di Miles, che non ha mai raccontato cosa abbia significato per lui quella malattia. Un vuoto narrativo che ho interpretato a modo mio.
D. Una tua opinione personalissima: perché Davis – figlio della migliore borghesia nera – era così violento con tutti, soprattutto con le donne (mogli, amanti, fidanzate)???
R. Le ragioni potrebbero essere molteplici. La figura paterna, gli atti di razzismo subiti, la pressione psicologica, la dipendenza da droghe e alcol e un carattere difficile hanno sicuramente contribuito ad alimentare quella reazione. Purtroppo, la violenza è uno degli aspetti negativi della vita di Miles, ma la sua arte ha spazzato via, nel tempo, ogni riferimento alla vita personale del musicista nella memoria collettiva, lasciando in noi il ricordo di tante note e di un suono che ha cambiato per sempre la nostra vita. Eppure io continuo a interrogarmi su quella parte rimossa. Ogni tanto mi chiedo se sia corretto dividere o unire l’uomo alla sua arte, se la vita di un artista debba essere analizzata così profondamente per valutarne qualità e prestigio. Più passa il tempo e più si perde la conoscenza delle vite degli uomini. Quello che rimane è solo il frutto delle loro opere. Non so se è giusto così. Però, ora che ci penso, questa potrebbe essere una buona idea per un prossimo libro.

