Kat Eaton con «What Happens Now»: la persistenza della nota blu tra estetica afroamericana e scrittura britannica

0
KatEaton_Vinile

Allontanandosi dalle tendenze effimere del mercato contemporaneo, la Eaton definisce un proprio personale canone interpretativo che riabilita l’esecuzione dal vivo quale fulcro insostituibile dell’esperienza fonografica, consegnando agli archivi una pagina critica di notevole spessore esecutivo e concettuale.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La genesi e la successiva fioritura del Northern Soul rappresentano una delle argomentazioni più interessanti per la sociologia della musica del secondo Novecento, un capitolo in cui l’Inghilterra industriale ha saputo risignificare un patrimonio sonoro d’importazione. Nato sul finire degli anni Sessanta nelle regioni del Nord e delle Midlands, in centri nevralgici quali Manchester, Wigan e Stoke-on-Trent, questo movimento si connota per una viscerale devozione verso oscuri e velocissimi cataloghi di matrice afroamericana, spesso scartati dalle grandi etichette di Detroit e riscoperti da accorti collezionisti britannici. Il legame tra la classe operaia d’oltremanica e queste composizioni sincopate andò ben oltre la semplice fruizione estetica, tramutandosi in una vera e propria liturgia collettiva ed esistenziale che trovava il proprio compimento nelle sessioni di danza acrobatica dei fine settimana. L’adozione di tale codice espressivo da parte di artisti autoctoni si colloca pertanto nel solco di una tradizione identitaria radicata, una memoria storica che il progetto di Kat Eaton rievoca non come sterile esercizio filologico, ma quale fulcro pulsante di un’autentica urgenza comunicativa.

Il terzo album della cantante e autrice di origini gallesi Kat Eaton, «What Happens Now», si manifesta quale capitolo di matura consapevolezza espressiva, incuneandosi in un punto di felice convergenza tra le istanze storiche del soul e le sottigliezze armoniche della tradizione jazzistica. Sulla scorta dei precedenti lavori «Talk To Me» ed «Honestly», questa nuova fatica compositiva approfondisce l’indagine attorno ai temi della transizione esistenziale e della resilienza, proponendo un disegno acustico che rifugge dalle patine digitali della contemporaneità per rifugiarsi in una dimensione rigorosamente organica. La sinergia intellettuale con il produttore e polistrumentista Nick Atkinson, sodalizio radicato fin dall’adolescenza, garantisce all’intero impianto compositivo un ordine interno e una coerenza formale di rara limpidezza, doti rintracciabili nella dialettica costante tra la vulnerabilità della scrittura e la solidità della condotta esecutiva.

Gran parte delle sessioni di registrazione ha avuto luogo presso i Reason & Rhyme Studios di Sheffield, sebbene i momenti cardine del tracciato creativo abbiano trovato accoglienza nei prestigiosi Konk Studios di Londra. L’impiego di una strumentazione d’epoca, comprendente storici pianoforti elettrici Wurlitzer, sintetizzatori analogici e microfoni d’un tempo, ha permesso di modellare una fisionomia sonora che dialoga idealmente con il passato senza per questo rinunciare a un’intenzione comunicativa attuale. Il missaggio, curato da James Campbell, e la successiva masterizzazione di Christian Wright ad Abbey Road hanno conferito all’opera una spazialità acustica calibrata, dove ogni frequenza ritrova la propria esatta collocazione. Dal punto di vista prettamente formale, il linguaggio si rifà all’universo del soul classico britannico e d’oltreoceano, evocando le strutture armoniche care a Carole King o le progressioni accordali di Stevie Wonder, filtrate attraverso una sensibilità poetica vicina al realismo analitico della pittura della Scuola di Londra, come nei ritratti di Euan Uglow, tesi alla ricerca dell’essenza cromatica e della misurazione spaziale. La produzione di Atkinson mette in primo piano la performance dal vivo della sezione ritmica e dei fiati, preferendo l’urgenza emotiva dell’esecuzione all’artificio della post-produzione.

L’apertura dell’album è affidata a «Break Free», componimento che s’inizia con una spinta ritmica di matrice gospel e si sviluppa mediante un graduale crescendo dei fiati. La linea vocale della Eaton si distende con autorevolezza su un tessuto armonico che celebra l’affrancamento dalle incertezze interiori e l’abbandono consapevole al flusso degli eventi. Il successivo episodio sonoro, «Not Pretending», fa leva su ritmiche sincopate e su un fraseggio vocale duttile, proponendo una riflessione etica sull’autenticità dei rapporti umani, lontana dalle lusinghe del compiacimento sociale. La scrittura si fa più intimista in «Better Left Unsaid», in cui la cantante adotta un registro controllato e ricco di sfumature, esplorando l’efficacia comunicativa del silenzio rispetto alla contrapposizione verbale. Di notevole interesse musicologico appare il microcosmo di «Humming Low», registrato interamente dal vivo e senza successive sovraincisioni, in cui la fisionomia del suono si riduce alla sola chitarra di Atkinson ed alla voce della Eaton. La composizione assume i tratti di una nenia mesta e rigorosa, volta a censurare la pervasività tecnologica della vita odierna a favore di una ritrovata dimensione umanistica. All’interno della raccolta emerge pure «Kings and Queens», un omaggio filologico alla cultura e all’estetica del Northern Soul, movimento analizzato qui nei suoi risvolti di aggregazione sociale attraverso un andamento sintattico incalzante e cori di stampo antifonale. Di contro, l’impianto compositivo di «By Now» affronta con accorta sensibilità le convenzioni sociali imposte all’universo femminile, muovendosi su accordi di derivazione jazzistica e armonie a lenta combustione che s’allontanano da qualsiasi soluzione prevedibile. L’atto finale viene affidato alla traccia eponima, «What Happens Now», dove un sommesso motivo pianistico e ampi accordi vocali lasciano l’ascoltatore in una condizione di attesa non risolta, formulando un interrogativo aperto sul domani che richiede di essere accolto con grazia ed eleganza formale.

Il disco si definisce in ultima analisi come un rigoroso manifesto di resistenza analogica, finalizzato a restituire al formato dell’album la dignità di un percorso narrativo unitario e coerente. L’ascolto complessivo di questa terza fatica compositiva rivela come la cantante e autrice gallese non si limiti a ricalcare i codici storici del patrimonio afroamericano, ma ne formalizzi una rilettura colta e squisitamente europea, in cui il rigore geometrico della produzione si fonde con l’urgenza di un’indagine interiore priva di infingimenti. Allontanandosi dalle tendenze effimere del mercato contemporaneo, la Eaton definisce un proprio personale canone interpretativo che riabilita l’esecuzione dal vivo quale fulcro insostituibile dell’esperienza fonografica, consegnando agli archivi una pagina critica di notevole spessore esecutivo e concettuale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *