«Look On The Bright Side» di Malcolm Strachan: eleganza armonica e impulso ritmico, nuova geografia del soul-jazz (Haggis Records, 2026)
Strachan non rinuncia mai alla chiarezza comunicativa, eppure ogni composizione lascia emergere una scrittura preparata, accorta e sorretta da solide competenze armoniche. Tale equilibrio richiama, per certi aspetti, alcune esperienze maturate tra jazz contemporaneo europeo e colonne sonore d’autore.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Malcolm Strachan giunge a «Look On The Bright Side» con una consapevolezza compositiva maturata lungo oltre vent’anni di attività all’interno della scena britannica legata al jazz, al funk e alla soul music. Il nuovo lavoro non rappresenta una semplice prosecuzione dei precedenti capitoli discografici, quanto piuttosto un ampliamento dell’orizzonte linguistico già delineato in «About Time» e successivamente affinato in «Point Of No Return». L’attenzione verso la tradizione del soul-jazz degli anni Settanta permane come elemento fondativo, sebbene l’autore scelga ora di collocarla entro una prospettiva più ampia, aperta a contributi afrobeat, inflessioni latine e suggestioni cinematiche che conferiscono all’intero progetto una particolare elasticità narrativa.
L’aspetto maggiormente rilevante risiede nella naturalezza con cui Strachan conduce tali riferimenti verso una sintesi personale. Nessuna operazione nostalgica né volontà di riprodurre modelli storici; la materia sonora procede invece secondo una logica di rielaborazione che assimila differenti tradizioni e le restituisce sotto forma di un linguaggio coerente, animato da una costante ricerca melodica. La tromba conserva quella riconoscibile impronta acustica che ne ha caratterizzato il percorso artistico, una dizione strumentale nitida, lirica e musicalmente eloquente, sostenuta da un fraseggio che privilegia il canto e la chiarezza dell’enunciazione rispetto all’esibizione virtuosistica. L’origine pianistica di molte composizioni contribuisce in maniera decisiva all’equilibrio formale dell’album. Le progressioni armoniche costituiscono infatti il nucleo generativo attorno al quale prendono forma linee melodiche, sviluppi tematici e soluzioni orchestrali. Tale procedimento favorisce una notevole fluidità interna: ciascuna pagina musicale sembra svilupparsi sulla base di un principio organico, dove gli elementi non vengono sovrapposti arbitrariamente, bensì emergono da una medesima matrice armonica. L’ascolto rivela così un impianto coesivo in cui il dettaglio del fraseggio, la distribuzione delle parti e l’andamento ritmico partecipano a un ordine interno accuratamente calibrato.
«Quest For Love», scelto come anticipazione del progetto, sintetizza efficacemente molte delle qualità presenti nel lavoro. Una pulsazione regolare e invitante sostiene una melodia immediatamente riconoscibile, mentre la scrittura evita qualsiasi compiacimento retrospettivo. La voce di Tanja Daese introduce una componente umana particolarmente efficace, incline ad ampliare la prospettiva espressiva del componimento senza alterarne la coerenza. L’interazione tra sezione ritmica, interventi solistici e trama armonica richiama alcune esperienze della migliore produzione crossover europea, pur mantenendo saldo il legame con la tradizione soul-jazz. Ancora più significativo appare «Leave It All Behind», episodio che concentra la dimensione luminosa dell’intero disco. Strachan sviluppa qui una traiettoria melodica progressivamente ascendente, sostenuta da un’organizzazione dinamica che accresce gradualmente l’intensità emotiva. Il risultato non deriva da artifici spettacolari, quanto dalla precisione con cui le parti dialogano all’interno della costruzione modulare del brano. L’idea di rinnovamento suggerita dal titolo trova una corrispondenza diretta nel disegno musicale, il quale procede verso aperture armoniche sempre più ampie senza perdere compattezza strutturale. «The Eclipse» diffonde invece una coloritura differente e forse ancor più interessante sotto il profilo della ricerca linguistica. Ritmiche debitrici dell’afrobeat convivono con richiami alla soul music degli anni Settanta, generando un ambiente sonoro caratterizzato da una marcata mobilità interna. L’attenzione si sposta dalla centralità melodica verso una più articolata gestione delle superfici ritmiche e delle relazioni timbriche. Strachan dimostra in questo contesto una notevole sensibilità nell’organizzare materiali eterogenei, evitando che la varietà delle influenze comprometta la coerenza complessiva del discorso. Un contributo determinante proviene dal gruppo di collaboratori riuniti attorno al trombettista. Atholl Ransome, Sam Bell, Pat Illingworth e Sam Quintana partecipano alla definizione di una tessitura espressiva ricca di sfumature, all’interno della quale ogni intervento mantiene una funzione precisa. L’apporto del percussionista Steve Forman aggiunge ulteriori livelli di profondità ritmica e di varietà cromatica, mentre gli arrangiamenti per archi apportano una dimensione cinematica che amplia il respiro dell’opera senza appesantirne la struttura.
La qualità forse più convincente di «Look On The Bright Side» risiede nella sua capacità di coniugare accessibilità e raffinatezza. Strachan non rinuncia mai alla chiarezza comunicativa, eppure ogni composizione lascia emergere una scrittura preparata, accorta e sorretta da solide competenze armoniche. Tale equilibrio richiama, per certi aspetti, alcune esperienze maturate tra jazz contemporaneo europeo e colonne sonore d’autore, dove melodia, orchestrazione e costruzione formale concorrono alla medesima finalità espressiva. «Look On The Bright Side» conferma dunque Malcolm Strachan quale musicista di solida formazione e compositore particolarmente sensibile alla relazione tra forma e comunicazione. Il disco trova la propria forza non nell’ostentazione tecnica né nell’accumulo di riferimenti, quanto nella capacità di trasformare materiali familiari in un racconto sonoro coerente, luminoso e ricco di personalità. Una prova matura, sostenuta da una scrittura consapevole e da una visione artistica che continua ad ampliare il proprio raggio d’azione senza smarrire identità e riconoscibilità.

